Art.71-- Dimostrazione teorica della stabilità e decadimento apparente del protone, origine e decadimento del neutrone -- Antonio Dirita

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Il problema del decadimento del protone è molto discusso e si riduce sostanzialmente a stabilire se esso è oppure no una particella
elementare.
Dato però che le teorie correnti, anche le più accreditate, non forniscono una definizione precisa di particella elementare e danno il
significato preso dal linguaggio comune, intendendola genericamente come materia indivisibile senza ulteriori precisazioni, per poter dare
una risposta è necessario chiarire prima di tutto, in maniera inequivocabile, che cosa si deve intendere per particella elementare,
abbandonando la comune idea di costituente fondamentale della materia, scientificamente di nessuna utilità.
Trattando la teoria generale degli spazi rotanti, abbiamo visto che la materia manifesta la sua esistenza attraverso due caratteristiche di
comportamento :

-- Posta in un punto P₀ , attiva lo spazio circostante, rendendolo capace di esercitare un'azione centripeta su altra materia, creando
un equilibrio definito dalla legge fondamentale    (   Art.5  ) :
                                                  V²⋅ R = K² = costante

-- Quando è in equilibrio con uno spazio rotante, il tentativo di modificare la sua velocità con un'azione esterna crea una
perturbazione alla quale "lo spazio rotante" reagisce con un'azione
contraria per ripristinare la condizione di equilibrio.
La tendenza a conservare l'equilibrio viene indicata come inerzia, definita 
dal valore della massa inerziale associata m .
Sia "la gravità che l'inerzia" hanno dunque origine nello spazio rotante e non nella materia.

Si tratta comunque di due caratteristiche assolutamente indipendenti.
La gravità è proporzionale allo spazio rotante   K² generato dalla materia, mentre l'inerzia è proporzionale al volume si spazio
fisico occupato e dunque perturbato con il movimento.

Parlare quindi quantità di materia per indicare qualcosa che ha caratteristiche fisiche ben definite non è corretto. Bisogna sempre
precisare a quale delle due caratteristiche si fa riferimento. Proprio per l'indipendenza delle due caratteristiche, è infatti possibile avere
quantità di materia che sono uguali nell'azione  attiva, perchè generano lo stesso spazio rotante  , ma sono diverse nell'azione
passiva,
in quanto occupano un diverso volume di spazio fisico e quindi presentano una diversa massa inerziale m.

Ebbene, per le ragioni che sono state viste nella teoria generale, l'universo è fatto esclusivamente di materia nelle condizioni estreme:

La materia ordinaria, che presenta un'inerzia molto elevata e uno spazio rotante quasi nullo.

Le particelle elementari, che presentano invece uno spazio rotante molto elevato e inerzia quasi nulla.

Si tratta naturalmente della stessa materia, assoggettata alle stesse leggi fisiche, la sola differenza è nel volume occupato e questo dà
origine a effetti macroscopici tanto diversi da far apparire due mondi completamente differenti.
Ricordiamo che in tutta la materia l'orbita circolare osservabile di raggio minimo vale (   Art.9a  ) :       rmin = K²/Cl²

Trattando la teoria generale, abbiamo visto che per le orbite associate a numeri quantici sufficientemente piccoli, la distanza del perielio
dal centro dello spazio rotante, dunque la minima distanza che una particella in moto sull'orbita con energia in eccesso può raggiungere,
non dipende dall'eccentricità dell'orbita e vale metà del raggio dell'orbita circolare minima.
Questo significa che in una prova di scattering con energia sufficientemente elevata e orbita aperta ( iperbolica ), per quanto possa
essere elevato il valore dell'energia del proiettile, la minima distanza raggiunta è sempre uguale al valore :  
E' chiaro, a questo punto, che una qualsiasi quantità di materia compressa entro il raggio r₀  sarà irraggiungibile dall'esterno e dunque
ad essa non sarà possibile aggiungere altra materia.
D'altra parte, essendo la velocità di fuga dall'orbita data da    Vf = √2 ⋅ Veq ,  nulla potrà uscire dalla superficie di raggio r₀ senza
violare il limite della velocità della luce.
Data una quantità di materia che genera lo spazio rotante , diremo che essa è una particella elementare e quindi indivisibile, se
risulta 
confinata entro il raggio  r₀ .
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Prendiamo ora in considerazione il protone e verifichiamo se, in base ai dati sperimentali, risulta o meno divisibile.
Lo spazio rotante generato è uguale a :

                    Kp² = V11e² ⋅ R11e = 253.2638995 m³/sec²

il raggio della prima orbita vale dunque :

associato al numero quantico :

Per essere considerato una particella elementare, il protone deve risultare confinato entro il raggio :

                                 r₀ = (1/2) ⋅ r1p = 1.40897046⋅10⁻¹⁵ m

Dato che tutte le prove di scattering confermano questa condizione, possiamo ritenere
il protone una particella elementare. 

Dunque esso, per definizione, non potrà essere diviso, con qualsiasi mezzo a nostra disposizione, senza violare il limite della
velocità cella luce.

Con questa definizione viene bocciata la reazione di decadimento proposta per giustificare
l'emissione  β⁺ da parte del nucleo :

                                                p + E₀ n + β⁺ + ν

Secondo tale relazione, il valore di energia che si deve fornire al protone deve essere tale da consentire l'incremento della massa che si
verifica con i prodotti finali indicati.  Le più immediate osservazioni che possiamo fare sono le seguenti.

La reazione è stata ipotizzata per giustificare l'emissione  β⁺ da parte dei nuclei atomici, ma   mai verificata
direttamente.

Non è mai stato osservato il decadimento di un protone libero.

— I metodi per fornire energia al protone sono sostanzialmente due : urto con altre particelle oppure accelerazione con campi elettrici.
Per quanto elevata possa essere l'energia fornita con questi mezzi,  non si è mai verificato un solo
evento di decadimento.

— Esiste infine la possibilità di far interagire il protone con un fotone. In questo caso però, secondo le teorie note, si produce solo l'effetto
Compton (   Art.53   ) con scarso trasferimento di energia.

Secondo le teorie correnti, il decadimento del protone si dimostra
dunque solo un'ipotesi.

Dato però che il processo di decadimento βè provato sperimentalmente, si deve cercare una spiegazione del processo che non preveda
la scissione del protone anche se sperimentalmente all'interno del nucleo atomico sembrerebbe realizzarsi realmente la reazione citata
p + E₀ → n + β⁺ + ν .
A questo punto osserviamo che, se la massa inerziale di un aggregato è proporzionale al volume di spazio rotante perturbato, per
aumentarla, come richiede la trasmutazione indicata, l'assorbimento dell'energia  E₀  dovrà produrre un aumento del volume occupato
dall'aggregato.
Negli spazi rotanti con masse in orbita questo si realizza attraverso il trasferimento delle masse in moto sulle orbite da quelle interne a
quelle più esterne, con trasformazione in energia potenziale dell'energia  E₀ assorbita .
Incidentalmente facciamo notare che, se abbiamo un nucleo atomico su una bilancia e gli forniamo energia, noi diciamo  che essa si è
trasformata in energia di eccitazione ( cinetica ). In realtà, dal punto di vista macroscopico,quello che si osserva attraverso la bilancia è un
aumento della massa inerziale del nucleo  e l'introduzione dell'energia di eccitazione diventa solo un mezzo per non invalidare il principio
di conservazione dell'energia, che di fatto non si conserva, ma si trasforma in massa inerziale.
Nel caso del protone questo meccanismo non è realizzabile, in quanto non si hanno masse in orbita che possano assorbire l'energia E₀
per spostarsi.
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Il primo problema da risolvere è dunque quello di capire come il protone può assorbire energia senza trasformarla in energia cinetica.
Trattando la deviazione della luce e l'effetto Compton (  Art.53  ), abbiamo visto che un fotone può essere assorbito " solo da uno spazio
rotante sulla sua prima orbita accessibile ", sulla quale si ha velocità di equilibrio uguale a quella della luce.
Su tutte le altre orbite esso subisce solo una deviazione.
Consideriamo quindi il nucleo atomico del quale in figura sono schematizzati diversi protoni orbitali

Se un fotone  γ di energia E₀ incide sull'orbita minima del protone  P₁ , dato che la sua velocità coincide con quella di equilibrio
associata all'orbita, viene da esso assorbito e si ferma sull'orbita, cedendo la sua energia allo spazio fisico locale.
Il protone è però una particella elementare e come tale "non consente" alcuna perturbazione del suo spazio rotante sulla prima orbita
per cui elimina la perturbazione indotta sull'orbita dal fotone incidente.
Per farlo ha a disposizione due soluzioni :
riemettere due fotoni in direzioni opposte (per verificare la conservazione della quantità di moto) aventi energia uguale a metà del fotone
incidente, oppure generare un equilibrio con una coppia "particella e antiparticella", che insieme non cambiano lo spazio rotante
del protone.

Naturalmente, la seconda soluzione è subordinata al valore dell'energia resa disponibile dal fotone incidente.
Ricordando che lo spazio rotante nel quale una massa si muove in equilibrio non rileva effetti relativistici ( l'argomento verrà trattato con
la teoria del nucleo atomico ), la coppia di elettroni  β⁺e β⁻ in moto sull'orbita r1p , hanno complessivamente un'energia di legame :

con un difetto di massa della coppia uguale alla massa di un intero elettrone.
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Per creare la coppia in equilibrio sull'orbita, il fotone incidente spende quindi solo l'energia per generare due " semielettroni " , ossia :

                                Eγ1 = 2 ⋅ (me⋅Cl²) – E2eq0.5109991 MeV

Se il fotone dispone ancora di un'energia  Eγ2 = E₀ – Eγ10.5109991 MeV , la cede alle due particelle che raggiungono

la velocità di fuga e si allontanano dall'orbita in direzioni opposte con l'energia eccedente equamente distribuita

                                     ΔE₁ = ΔE₂ = (1/2) ⋅ ( Eγ20.5109991 MeV )

A questo punto osserviamo che, se il protone  P₁  è libero, sia per i principi di conservazione che per la geometria del sistema, la
probabilità che le due 
particelle create possano ancora interagire tra loro o con il protone è praticamente uguale a zero e quindi
si allontanano mettendo in evidenza all'esterno la loro creazione, mentre il protone rimane "inalterato" al suo posto.

La descrizione che abbiamo fatto del processo mette in evidenza che il ruolo del protone è solo quello di mettere
a disposizione l'organizzazione del suo spazio rotante che, come abbiamo visto trattando la teoria generale,
è la sede naturale dell'inerzia manifestata dalla materia.
Ricordiamo infatti che lo spazio rotante è organizzato in modo da presentare "una naturale tendenza a conservare l'equilibrio raggiunto"
e, quando esso viene perturbato da materia ( o altro ) che si muove con un eccesso di energia rispetto al valore di equilibrio, tende a
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ripristinarlo, trasferendo alla materia una massa inerziale che agisce in modo da opporsi al moto che ha generato la perturbazione.
L'esigenza di creare una coppia di particelle materiali è generata dunque proprio dalla
necessità di conservare invariato lo spazio rotante del protone.

Se invece il protone non si trova nello spazio libero, ma in orbita in un nucleo atomico con altri protoni, esiste una probabilità
non
trascurabile che possano verificarsi altre interazioni.
L'elettrone positivo, non potendosi legare ai protoni, esce dal nucleo come particella β⁺.
Per l'elettrone negativo si presentano invece diverse possibilità, in rapporto al valore dell'energia ancora disponibile.

Bisogna tener conto del fatto che nel nucleo i protoni si trovano fra loro a una distanza   d << R11e   e quindi l'elettrone che si
avvicina a un protone non può 
trovare nessuna posizione di equilibrio, per cui rappresenta per lo spazio rotante
del protone una perturbazione, che tende ad essere eliminata 
con un'azione centrifuga.

L'elettrone in queste condizioni viene quindi respinto dal protone ed esce dal nucleo andando ad occupare il posto che, nella fascia degli
elettroni, è stato lasciato libero da quello che si è annichilito con l'elettrone positivo.
Se però l'elettrone negativo ha un forte eccesso di energia, tale da fornirgli una velocità  Vβ– prossima a quella della luce, diventa
possibile trovare un equilibrio metastabile sull'orbita di raggio     
prossima a quella minima di raggio r1p .
Il sistema instabile così formato, è però neutro e quindi non è più in grado di restare in equilibrio sull'orbita nucleare e quindi si allontana .
L'esperienza dimostra che il valore minimo dell'eccesso di energia richiesto per realizzare questo equilibrio metastabile vale

                                       ΔE = 0.78229103 MeV.

L'aggregato che si è formato è quello che viene indicato come neutrone ed ha elevata probabilità di fondersi con uno dei protoni
presenti nel nucleo, 
in quanto, con l'aggiunta di un protone diametralmente opposto al primo, viene annullata la spinta verso l'esterno

che agisce sull'elettrone e si forma così una struttura simmetrica stabile, come viene schematizzata in figura.

L'aggregato che viene così sintetizzato è noto come deutone e può essere sintetizzato
anche con la fusione diretta di due atomi di 
idrogeno (   Art.70   ).
In questo caso la sintesi si realizza senza l'intervento del neutrone e l'energia di legame risulta

                                                Eγ = 1.44222056 MeV.

L'elettrone in questo aggregato occupa una posizione di equilibrio stabile e quindi durante la sintesi viene liberata sia l'energia di legame
dei due protoni che quella di eccitazione dell'elettrone   ΔE  ( che ritroviamo invece nel neutrone prima che decada ) .

Il deutone così formato si presenta assolutamente stabile e si comporta sull'orbita nucleare in maniera del tutto analoga al protone, in
quanto lo spazio rotante che lo lega al nucleo centrale è uguale a quello del protone.

In definitiva sulle orbite nucleari è avvenuta la sostituzione di due protoni con un deutone e di tutto il processo " l'unico
evento che viene 
osservato dall'esterno è la proprio "trasformazione
di un protone 
in neutrone ", con l'emissione di un elettrone positivo.
Per questa ragione,
 ossia, non essendo note le diverse fasi del processo che si realizzano all'interno del nucleo, 
il processo viene
descritto con la
 apparente reazione di trasmutazione :

                              p + E₀ → n + β⁺ + ν ( reazione visibile )

che viene letta come una scissione del protone ( del neutrino si parlerà in un prossimo
articolo).
In realtà il protone, come particella elementare, è indivisibile, e nel processo ha solo " prestato " lo
spazio rotante per rendere possibile la formazione 
delle particelle materiali.
La reazione, più correttamente, andrebbe scritta nella forma :

                      p + Eγ + 2 ⋅ ΔE → p + (e– + ΔE) + (e⁺ + ΔE)

                                                    p + (e– + ΔE)instabilen ( instabile )

e quindi complessivamente :
                                   p + Eγ + 2 ⋅ ΔE → n + β⁺ + ν

Se il neutrone non si fonde con un protone, subisce una fissione spontanea con liberazione del surplus di energia  ΔE .

Nella sintesi del deuterio con la fusione di due atomi di idrogeno, ricordando i valori delle masse :

                               mH₁² = 2.014101778    ;    mH₁¹ = 1.007825032

si ricava l'energia emessa                                   Eγ = 1.44222056 MeV  ,

che,
in valore assoluto, è uguale all'energia di legame dell'aggregato (H₁¹- H₁¹) .

La struttura del deutone libero, fuori dal nucleo atomico, per come l'abbiamo realizzata, si presenta assolutamente simmetrica con un
elettrone al centro e due protoni in moto sulla stessa orbita in posizioni diametralmente opposte .
In questa struttura non è dunque distinguibile nessuna particella o
aggregato che possa essere assimilato al neutrone,
  anche perchè, quando si perde la
simmetria della struttura si perde anche la stabilità, mentre il deutone si presenta stabile.

Se, a questo punto, iniziamo a fornire energia all'aggregato  (H₁¹- H₁¹)  per produrre la fissione, ci aspettiamo che, giungendo al
valore di energia Eγ , si debba produrre la separazione dei componenti, rigenerando i due atomi di idrogeno iniziali secondo la relazione :
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                               (H₁¹- H₁¹) + 1.44222056 MeV  H₁¹ + H₁¹

invece non accade assolutamente nulla.
Per poter realizzare la divisione del deuterio, benchè la sua energia di legame sia uguale a 1.44222056 MeV, è necessario fornire
un valore di energia maggiore, pari a :
                                                    ED = 2.22457 MeV
Si deve cioè fornire un surplus di energia :
                                              ΔE = ED – Eγ = 0.7822991 MeV

Questo vuol dire che nell'aggregato stabile   (H₁¹- H₁¹) il nucleo centrale (elettrone modificato) , grazie alla simmetria, si trova
in una condizione di equilibrio stabile. legato a ciascuno dei due protoni con un'energia  EHe Eγ/2 = 0,72111028 MeV

Se fosse possibile distribuire l'energia Eγ simmetricamente ed equamente ai due protoni, avremmo la scissione del deutone  dei tre
componenti iniziali : due protoni e un elettrone.

In realtà, se forniamo energia dall'esterno a questo sistema, la probabilità che essa si distribuisca in ogni istante equamente in modo da
rigenerare il 
sistema simmetrico iniziale è praticamente uguale a zero.
Avremo certamente, in qualche istante, uno dei due protoni che riceve energia prima dell'altro, aumentando la sua distanza dal centro.
Non 
essendo però il resto del deutone una particella indivisibile, allontanandosi il protone tende a trascinare con se l'elettrone del nucleo
centrale trasferendogli energia che, essendo eccedente rispetto alla condizione di equilibrio, lo mette in oscillazione.
L'energia sottratta in 
questo modo dall'elettrone rende il valore che rimane insufficiente per realizzare la scissione.
Con il valore di energia Eγ = 1.44222056 MeV si ottiene quindi solo un nucleo eccitato, senza scissione.
Per poter realizzare la divisione, oltre all'energia di legame dei due protoni, dobbiamo anche fornire prima l'energia che assorbe
l'elettrone per eccitarsi e solo dopo si potranno dividere i protoni.
E' chiaro che, avendo rotto la simmetria, ci sarà un protone che si allontana prima dell'altro e, catturando un elettrone sull'orbita
fondamentale, rigenera un atomo di idrogeno.
Il residuo è costituito dal secondo protone con l'elettrone eccitato che, dopo circa 13 minuti cade sull'orbita fondamentale 
di raggio
R11e 
, emettendo l'eccesso di energia   ΔE = 0.7822991 MeV  e rigenerando il secondo atomo di idrogeno.

Se aggiungiamo questa energia alla reazione di scissione teorica, si ha :

              (H₁¹- H₁¹) + 1.44222056 MeV + ΔE H₁¹ + H₁¹ + ΔE

ossia :                     (H₁¹- H₁¹) + 2.22457 MeV  H₁¹ + (H₁¹ + ΔE)

A questo punto osserviamo che nella reazione di fusione siamo partiti da una condizione di simmetria, con due atomi di idrogeno, ed
abbiamo ottenuto un atomo di deuterio, che si presenta come un aggregato affatto simmetrico.
Esso è infatti formato da un nucleo centrale compatto e un elettrone in orbita alla distanza R11e .
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In definitiva, se vogliamo scindere un deutone, dobbiamo fornire l'energia       ED = 2.22457 MeV
che viene assorbita in parte da un protone e utilizzata per allontanarsi dal nucleo centrale, mentre quella che viene assorbita dal nucleo,
essendo esso un aggregato, verrà immagazzinata in parte come energia di eccitazione dell'elettrone  Eecce  e in parte per allontanarsi
(come aggregato) dal protone.
Ripetiamo che l'energia  Eecce = 0.7822991 MeV assorbita dall'elettrone viene sottratta a quella destinata a distanziare i due
frammenti fra loro.
Per fornire loro il valore  Eγ  , necessario per raggiungere la velocità di fuga che li porta fino alla distanza  R → ∞ , si dovrà quindi
fornire l'energia :
                                          ED = Eγ + Eecce

A questo punto i due frammenti liberano l'energia fornita in eccesso rispetto al valore necessario per raggiungere la velocità di fuga.

Nel nostro caso l'energia liberata sarà :          Eecce = ED – Eγ

Dopo l'emissione dell'energia di eccitazione, l'elettrone, libero, si trasferisce sull'orbita fondamentale del protone e rigenera il secondo
atomo di idrogeno.
Se si considera il "ciclo completo di fusione e successiva fissione", si vede che non è corretto assumere come energia di legame
del
deutone il valore  ED = 2.22457 MeV.

Nel nucleo del deuterio non esiste nessun neutrone. Esso è formato da due atomi di
idrogeno legati da un'energia   Eγ = 1.44222056 MeV, come si ricava dal difetto di massa.

Se però la sintesi viene realizzata con la fusione di un neutrone ( prima che decada ) con un atomo di idrogeno, proprio perchè si deve
formare un nucleo stabile, " il neutrone, per potersi fondere stabilmente con l'atomo di idrogeno, deve prima liberarsi dell'energia
di eccitazione  ΔE = 0.7822991
MeV , trasformandosi in una coppia (e⁻⁻+ p) , richiesta per la formazione del nucleo.

L'energia ED che viene liberata dalla sintesi rappresenterebbe l'energia di legame totale solo se  ΔE  fosse l'energia di legame del
neutrone, in tal caso l'energia di legame risulterebbe dal calcolo    ED = ΔE + Eγ .
ΔE  non è però un'energia di legame (negativa), ma di eccitazione (positiva) e quindi si libera in seguito alla fissione del neutrone e non
durante la sua sintesi.
Questo vuol dire che la sintesi del deutone realizzata con il neutrone, richiede due fasi. Nella prima si ha la fissione del neutrone, con
liberazione dell'energia ΔE e la formazione della coppia (e– + p) .
Nella seconda, prima che la coppia si separi, si aggrega con un protone per formare il deutone, liberando l'energia di legame Eγ .
Complessivamente l'energia liberata è ancora  E , ma il nucleo nei due casi è molto diverso. Nel primo caso immaginiamo che nel
nucleo sia presente un neutrone, nel secondo due protoni e un elettrone, mentre il neutrone viene creato durante la scissione del nucleo,
fornendo il surplus di energia  ΔE .
Il neutrone non può esistere quindi come aggregato libero.
Esso si forma con la scissione del deutone come una coppia  (e– + p) eccitata, dunque instabile, e si diseccita spontaneamente o
durante la sintesi del deutone.
Comunque venga sintetizzato, secondo il calcolo, nel neutrone i due protoni si trovano in equilibrio alla distanza

                         R11P = rmin = 2 ⋅ RP0e = 57,63978486⋅10⁻¹⁵ .

Essendo questo dato di estrema importanza per la teoria del nucleo atomico, che analizzeremo in un articolo futuro, vediamo una sua
conferma attraverso un esempio.
Ricordiamo che nell'   Art.18   abbiamo visto che, se abbiamo due quantità di materia  Q₁ e Q₂  interagenti in uno spazio fisico alla
distanza R è chiaro che ciascuna di esse assumerà, nello stesso tempo, un ruolo attivo e passivo, per cui, con ovvio significato dei simboli,
si avranno le due forze d'interazione :

Non avendo posto limiti o condizioni per ricavarle, queste relazioni si applicano,senza alcun particolare accorgimento a tutta la materia,
qualunque sia il livello di aggregazione.
Per le ragioni che sono state indicate nell'   Art.18   , nelle teorie correnti, pur essendo l'azione della stessa natura, per la materia ordinaria
viene utilizzata l'espressione della " forza di gravità " ricavata da Newton, mentre per le particelle elementari si fa ricorso ad un'espressione
diversa, indicata come legge di Coulomb.
Per impostare una teoria in linea con le esigenze di unificazione, per poter descrivere le due leggi con una sola espressione, nella teoria
degli spazi rotanti, si è dovuto procedere a una nuova definizione di forza d'interazione.
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Dato che nelle teorie correnti sono noti solo risultati con F₁₂ = F₂₁ , risultano accettabili le due soluzioni :

in accordo con le leggi di Newton e Coulomb.
Utilizzando la seconda espressione, se, per definire la quantità di materia    , di qualsiasi natura, si assume la :

massa universale :   

Per due masse qualsiasi, per la forza d'interazione si ricava l'espressione:

Forza universale :            

Se la materia interagente è della stessa natura, si ha                        K₁²⋅ m₂ = K₂²⋅ m₁
e la relazione diventa semplicemente :

Anche se la prima espressione può sembrare la più suggestiva, in quanto evoca le leggi di Newton e Coulomb, senza costante universale,
per la loro semplicità e immediatezza, in tutta la teoria vengono utilizzate quasi esclusivamente le ultime due relazioni.

Anche se, nella teoria che stiamo elaborando, non è necessario, per poterci uniformare alle teorie correnti, abbiamo moltiplicato per la
costante  (10⁻⁷⋅Cl²) ottenendo così :

Ricordando la legge di Coulomb :     
Uguagliando le due espressioni, si ricava il valore teorico della carica elettrica associata
ad "una coppia di sfere" materiali qualsiasi :


per esempio, per la coppia protone -- elettrone, si ottiene :

        
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Se vogliamo associare la carica elettrica alla singola massa, ripetiamo il procedimento indicato, prendendo in considerazione la massa
unificata. Abbiamo, in questo caso :

Uguagliando all'espressione della forza di Coulomb :       
si ottiene il valore della carica elettrica che possiamo associare alle singole

particelle :    
Dato che nell'espressione della forza d'interazione compare il prodotto delle cariche elettriche, senza variare il valore della forza, è
possibile sostituire al prodotto il valore della media geometrica, associando alle due masse la stessa carica elettrica. Sostituendo i valori
numerici si ha :
                                   qp = 6.865386425⋅10⁻¹⁸ (Kg⋅m)1/2

                                   qe = 3.739006139⋅10⁻²¹ (Kg⋅m)1/2
e risulta ancora :
                        qpe = (q⋅ qe)1/2 = 1.602177331⋅10⁻¹⁹ (Kg⋅m)1/2

Possiamo generalizzare l'espressione della carica elettrica ed associare a qualsiasi massa universale una carica elettrica universale  Q .
Si ha quindi la relazione di proporzionalità tra massa universale e carica universale :

                                            M² = (10–7⋅Cl²) ⋅ Q²

Usando questa relazione, possiamo scegliere arbitrariamente di descrivere l'universo,
utilizzando indifferentemente le masse universali
oppure le cariche elettriche universali.

E' però da notare che non esiste alcuna differenza nei contenuti, ma solo nel linguaggio utilizzato, in quanto le due grandezze differiscono
solo per la inutile costante, che abbiamo aggiunto al solo scopo di uniformarci al linguaggio di uso corrente.

interazione protone -- protone, nel nucleo atomico elementare (deutone) :

molto più elevata di quella che si ricava utilizzando la legge di Coulomb alla stessa distanza :

Per interagire con la stessa forza, secondo la legge di Coulomb, i protoni dovrebbero avvicinarsi fino alla distanza :

Considerando ora la fascia elettronica dell'atomo, che è perfettamente nota, calcoliamo la forza d'interazione tra protone ed elettrone
periferico, utilizzando la stessa espressione della forza universale :

Per interagire con la stessa forza, secondo la legge di Coulomb, le due particelle devono trovarsi alla distanza :

La coincidenza delle due distanze nel caso noto ci dice che, nel caso non conosciuto, il valore dpp calcolato non è esatto, mentre risulta
corretto il valore  R11P .
Nel prossimo articolo ricaveremo l'espressione teorica della forza nucleare, utilizzando l'espressione della forza universale che abbiamo
ricavato.
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 Art.71-- Dimostrazione teorica della stabilità e decadimento apparente del protone, origine e decadimento del neutrone -- Antonio Dirita

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