Art.55b -- materializzazione dell'energia e annichilazione della materia; materializzazione di coppie di particelle, relatività di Einstein e paradosso del nucleo atomico -- Antonio Dirita

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L'equazione di Einstein  E = m ⋅ Cl² è stata e viene tuttora interpretata come equivalenza tra massa ed energia, nel senso che
è possibile descrivere la materia indifferentemente attraverso la massa oppure l'energia    (   Art.55a     ).
Nella teoria degli spazi rotanti abbiamo visto però che, per descrivere il comportamento della materia, la vera alternativa alla massa
potrebbe essere la carica elettrica (   Art.17  e   Art.18   ).
In parole diverse, le due grandezze fisiche, " entrambe misurabili ", secondo questa interpretazione, sarebbero solo due modi
alternativi, assolutamente
equivalenti, per indicare la materia, che non è una grandezza misurabile e dunque non definibile in
termini fisicamente inequivocabili.
Questa interpretazione non è però corretta, in quanto massa e energia sono due grandezze di natura completamente diversa, che
descrivono due diversi comportamenti della materia non alternativi, ma presenti sempre entrambi.
L'interpretazione che viene data della formula di Einstein come, equivalenza tra massa ed energia, è certamente fuorviante.
Le due grandezze, se riferite alla stessa quantità di materia, non sono affatto trasformabili una nell'altra e quando questo,
apparentemente, si verifica, ciò accade sempre in presenza di uno spazio rotante opportuno.
Questa condizione dà una chiara indicazione del fatto che lo spazio rotante ha nel processo un ruolo attivo che non può essere
trascurato.
In realtà le due grandezze convivono nell'organizzazione della materia in un rapporto preciso, che è indicato proprio dalla formula di
Einstein, ma si deve tenere presente che i due membri dell'espressione sono riferiti a entità fisiche diverse.
Rimane però il fatto che con l'energia descriviamo le condizioni di moto della materia e con la massa la sua inerzia nel variare queste
condizioni.
Non esiste però materia che non abbia entrambe queste caratteristiche ; non esiste massa senza energia e nemmeno energia senza
massa. Sotto diverse forme, in maniera spesso poco chiare, esse vengono associate anche al fotone.
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Secondo la nostra interpretazione, la formula di Einstein mette in relazione due quantità associate a due entità diverse, le quali si
spostano simultaneamente e durante lo spostamento una varia la sua massa e l'altra la sua energia.
L'esperienza dimostra che le due variazioni, benchè legate a entità diverse, sono in relazione tra loro come è stato indicato da Einstein.
Essendo concetti che servono per descrivere caratteristiche molto diverse fra loro, che coesistono nella materia, parlare di una
trasformazione di una caratteristica nell'altra non ha nessun significato fisico, mentre ha senso parlare di una loro proporzionalità
all'interno di una trasformazione che si realizza in un sistema legato isolato.
Per esemplificare quanto abbiamo visto, consideriamo due esempi numerici.
Considerando il generico livello   di un nucleo formato da   unità attive, la massa della particella in orbita risulta :


e quindi :      
il difetto di massa associato risulta :     
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— per la fascia elettronica dell'atomo il difetto di massa risulta :     
posto :               
si ottiene :    
Per Z = 1 e  p = 1 si ottiene il difetto di massa associato all'elettrone sulla prima orbita dell'atomo di idrogeno :

                                ΔmZPe = 2.425437038⋅10⁻³⁵ Kg

e l'energia di legame associata :                     ΔEZPe = 13.60569806eV

Che coincide con il valore dell'energia di ionizzazione dell'idrogeno.
Per un elettrone sul secondo livello dell'atomo di uranio si ottiene invece :
   
       ΔE92e2 = 69.319069 eV
Nel nucleo atomico il neutrone attivo genera lo spazio rotante                   Kn² = Kp²/2

la massa del protone polarizzato in orbita vale                                             m0p = (3/4) ⋅ m0P

il raggio dell'orbita fondamentale vale ( vedi   Art.70     decadimento del protone e sintesi del deutone) :
         
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Si ha quindi :             
che si può anche scrivere :  
posto :       
si ha :         
Per esempio, per un protone in orbita sul secondo livello del nucleo atomico dello stagno si ottiene :

Secondo la relazione         
la particella manifesta una massa inerziale che diminuisce man mano che si avvicina al centro dello spazio rotante centrale ed i risultati
che si ottengono sono perfettamente coincidenti con quelli sperimentali.
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L'espressione risulta tuttavia in disaccordo con le previsioni della
teoria della relatività,
secondo la quale ad una particella in moto si
dovrebbe associare una massa inerziale
maggiore di quella di riposo.

Questa previsione porta quindi al seguente " paradosso nucleare " (valido comunque per qualsiasi sistema legato).

Un nucleo atomico  A(Z ; N) prima della sintesi, dunque con tutte le particelle indipendenti, ferme a una distanza
infinita tra loro,
si presenta con una massa inerziale data dalla somma :

                                    m(Z ; N)= Z ⋅ m0P + N ⋅ m0n

dove con  m₀  abbiamo indicato le masse a riposo di protone e neutrone.
Dopo la sintesi, qualunque sia la configurazione assunta dall'insieme di tutte le particelle, certamente la loro velocità dovrà essere
diversa da zero e, per la verità, vedremo che alcune di esse raggiungono valori prossimi alla velocità della luce (  Art.76   teoria del nucleo
atomico ).
Secondo l'espressione relativistica della massa, tutte le particelle dovrebbero presentare una massa maggiore di quella di riposo e
quindi la loro somma dovrebbe fornire una massa nucleare        m(Z ; N)f > m(Z ; N)i .

Ebbene, l'osservazione di quasi 4000 nuclei atomici, come del resto di qualsiasi sistema
legato, fornisce il risultato esattamente opposto.

I calcoli che sono stati eseguiti indicano anche che i risultati sperimentali sono verificati considerando il difetto di massa prodotto dallo
spazio rotante e tutte le particelle in orbita con una massa uguale a quella di riposo.
Questo vuol dire che l'espressione della massa relativistica non
produce alcun effetto sulle particelle in moto nel nucleo.

Questo risultato si giustifica perfettamente se si considera la massa inerziale non come una caratteristica scalare, associata alla materia,
ma come espressione della reazione dello spazio rotante alla perturbazione del suo equilibrio, che viene manifestata imponendo
variazioni di velocità alla materia in esso presente.
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Secondo questa interpretazione (che, come abbiamo visto, porta a risultati in accordo con l'esperimento), è chiaro che la velocità della
materia che può perturbare l'equilibrio dello spazio rotante è solo la componente relativa rispetto allo spazio stesso.
Dunque per massa inerziale si deve intendere sempre il valore rilevato dall'agente che provoca la perturbazione, quindi nella direzione
della forza applicata.
Nel nostro caso le particelle sulle orbite si muovono con una velocità uguale a quella di equilibrio dello spazio rotante e quindi sono in
perfetto equilibrio con velocità relativa rispetto allo spazio uguale a zero. La massa non subisce quindi nessuna variazione, perchè
nessuna forza viene esercitata contro lo spazio rotante. Dunque nell'ambito della teoria degli spazi rotanti, il paradosso scompare,
senza particolari artifici, se la massa inerziale viene associata allo spazio rotante, organizzato nello spazio fisico, con le caratteristiche
che abbiamo indicato.
I processi che abbiamo visto, con spostamenti all'interno del nucleo, danno origine a emissione o assorbimento di energia, ma non di
materia sotto forma di particelle elementari.
Questo accade perchè le particelle accelerate esercitano la forza contro lo spazio rotante, formato da elementi spaziali aventi un raggio
r₀→0 , la cui perturbazione non è rilevabile attraverso la loro massa m₀→0 . Il discorso è però assolutamente analogo anche
per il protone che si trova a una distanza infinita dal centro dello spazio rotante nucleare, con un salto di energia molto più evidente.

Consideriamo inizialmente uno spazio rotante nucleare Ks²(Z) generato da   neutroni attivi che formano un nucleo compatto
centrale, avente un raggio approssimativo (  Art.76    teoria del nucleo atomico ) :

dove il raggio del nucleone vale :

lo spazio rotante nucleare generato vale :     
ed è una costante caratteristica del nucleo.
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Sappiamo che lo spazio circostante è organizzato nel rispetto della relazione di validità generale (   Art.5   ) :

                                                V²(R)⋅ R = Ks²(Z)

Per quanto, lo spazio geometrico vari con continuità, lo spazio rotante che si organizza al suo interno ammette soluzioni reali solo per
valori del raggio dati da (  Art.10   ) :
        
Teniamo presente che parliamo dell'organizzazione dello spazio rotante puro, senza alcuna particella in orbita, in quanto le relazioni
sono indipendenti dalla massa .
Prendendo come riferimento il volume che occupa lo spazio rotante generato dal protone, abbiamo dimostrato che il nucleo centrale
trasferisce allo spazio fisico circostante un'energia concentrata sull'orbita e di valore indipendente dall'orbita considerata, che abbiamo
indicato con  E₀(Z)  (vedi l'equilibrio universale - P.76 - espressione teorica dell'energia di legame del nucleo atomico ) .
Abbiamo così ricavato il valore dell'energia che il nucleo centrale trasferisce a un volume di spazio rotante puro uguale a quello del
protone, posto sulla orbita . Numericamente risulta :    
Dato che questa situazione rappresenta per lo spazio rotante una ben definita condizione di equilibrio stazionario e l'energia  E1P  è
associata a quel volume di spazio per il solo fatto che esso esiste in quella posizione, si può associare a quel volume la massa inerziale
m₁ e indicare la E1P come energia associata, data da : E1P = m₁⋅ Cl².
Nella teoria generale abbiamo visto che lo spazio rotante non è infinitamente esteso, ma limitato da un confine che viene definito da
un numero di particelle orbitannti uguale al numero di neutroni attivi centrali (   Art.10   ).
Del resto, uno spazio rotante con raggio d'azione infinito richiederebbe una energia infinita, che nessun nucleo di dimensioni finite può
trasferire.
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Considerando quindi la relazione :

possiamo calcolare il livello di confine Ps .
Facendo variare p da 1 a Ps, e sommando, possiamo calcolare l'energia di massa ( e dunque la massa ) che i neutroni centrali attivi
trasferiscono a tutto lo spazio fisico circostante per renderlo attivo. Si ha quindi :

                                             EKs²(Z) = E₀(Z) ⋅ Ps

Nel nostro esempio numerico, con  Z = 48  si ricava Ps = 4  e quindi l'energia che il nucleo centrale spende per generare lo
spazio rotante vale :
     

E' chiaro che questo valore di energia si sottrae all'energia di massa del nucleo compatto centrale che presenterà quindi un difetto di
massa : 
Se a questo punto un protone, inizialmente fuori dal confine, si trasferisce sul livello  , dobbiamo tener conto del fatto che andrà ad
occupare un posto dal quale dovrà spostare un ugual volume di spazio rotante, che a sua volta andrà ad occupare il posto lasciato
vuoto fuori dal confine.
Il difetto di massa generato dallo spostamento coincide quindi con la massa associata nel livello di partenza  al volume spostato: 
Nel bilancio, sia di massa che di energia, si dovrà considerare uno scambio di particelle e non solo il trasferimento del protone.
La massa del nuovo sistema sarà quindi :
         
in perfetto accordo con i risultati sperimentali.
A questo punto notiamo che il volume di spazio rotante espulso dal nucleo, in sostituzione del protone, si sposta ad una distanza dal
centro   R →∞  dove la velocità di equilibrio è uguale a zero con massa associata nulla.
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Essendo in uno spazio conservativo, restituendo allo spazio rotante l'energia emessa è possibile realizzare il processo inverso.
Se, per esempio, viene fornita all'atomo un valore di l'energia  ΔE = E1P  esupponiamo che venga assorbita tutta da una sola
particella in equilibrio sul livello  , il valore finale della sua enegia cinetica diventa  E = 2 ⋅ E1P .
Corrispondente a una velocità orbitale :                   V = √ 2 ⋅ VP = Vf
dove con Vf abbiamo indicato la velocità di fuga dall'orbita.
La particella in queste condizioni raggiunge la velocità di fuga e abbandona l'atomo andando ad occupare un ugual volume di spazio
fisico alla distanza teorica dal centro R →∞ .  Lo spazio fisico spostato dalla particella, che a questa distanza presenta una massa
inerziale uguale a zero, compiendo lo stesso percorso nel verso opposto, si trasferisce sul livello " p " dell'atomo dove occupa lo spazio
vuoto lasciato dalla particella.
In questa posizione la massa inerziale associata vale   Δm₁ = E1P/Cl² , che equivale all'energia che è stata fornita dall'esterno
per espellere la particella.
Indicando con  m(Z ; N)i  la massa iniziale dell'atomo, quella finale risulta :

                                 m(Z ; N)f = m(Z ; N)i – m0P + E1P/Cl²
il valore finale della massa del sistema globale sarà :
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                               mf = m(Z ; N)f + m0P = m(Z ; N)i + E1P/Cl²

con un aumento equivalente all'energia   ΔE  fornita per espellere la particella.
Si noti che non c'è stata alcuna trasformazione di energia in massa, ma solo lo spostamento di un volume di spazio fisico
all'esterno dell'atomo.

Riprendendo ora l'equazione fondamentale degli spazi rotanti   V²⋅ R = K²  Art.5   ) vediamo che l'orbita minima osservabile
è quella sulla quale la velocità dello spazio rotante è uguale a quella della luce, e vale :

                                     r₁ = K²/Cl²
Se su quest'orbita potesse trovarsi una particella in equilibrio, la sua massa equivalente sarebbe :
  
Relazione valida per qualsiasi spazio rotante e qualsiasi particella orbitante.
La velocità di fuga da quest'orbita vale però   Vf =√ 2 ⋅ C , non raggiungibile, e quindi l'orbita stessa costituisce il confine
immutabile della materia che si trova ad una distanza dal centro   R ≤ r .
In altre parole, la materia che si concentra entro il raggio r₁ dà origine a una particella elementare che gode, per definizione, di
stabilità assoluta.
La prima orbita realmente raggiungibile è quindi quella che presenta velocità di fuga uguale al valore massimo C, e quindi si ha :                    
Anche se l'orbita è raggiungibile, non è sede di equilibrio stabile e quindi si tratta in realtà di un'orbita vuota.
Questo vuol dire che, se una particella raggiunge quest'orbita, entro un tempo molto breve viene nuovamente espulsa.
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Essendo però la velocità di fuga uguale a quella della luce, l'espulsione potrà avvenire
solo sotto forma di radiazione elettromagnetica
(fotone).
Il processo di trasmutazione dovrà verificarsi sempre nel rispetto dei principi di conservazione e questo rende praticamente impossibile
che si possa verificare nelle semplici condizioni che abbiamo indicato.
Dato che lo spazio rotante centrale non interviene nella trasformazione le sue condizioni di equilibrio non cambiano e quindi i valori
delle grandezze che si conservano dovranno avere gli stessi valori in ingresso e in uscita.
Non è quindi possibile che le caratteristiche di un solo elettrone entrante nello spazio rotante possano essere " equivalenti " a quelle di
un fotone in uscita.
Per realizzare il processo è quindi necessario inviare sull'orbita un positrone ( elettrone positivo ) ed un elettrone come in figura, in
modo che abbiano una buona probabilità di interagire.

Se lo spazio fisico considerato è molto lontano dal centro dello spazio rotante centrale ( R₁ →∞ ) , le due particelle hanno un
incontro ravvicinato una volta sola quando passano nei punti  P₁  e  P₂ .
Se durante questo passaggio l'interazione non è sufficiente, le due particelle, dopo aver subito una deviazione più o meno pronunciata,
continuano la loro corsa, andando incontro ad altre interazioni e non si verifica il processo di annichilazione atteso.
Per poter " forzare " il processo, è necessario che ciascuna particella, avente durante il contatto una velocità necessariamente minore
di quella della luce, venga imprigionata nello spazio rotante dell'altra.
Questo si verifica certamente se alla distanza tra le particelle  d = R₁ – R₂ ,   nello spazio rotante elettronico, è associata una
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velocità di fuga Vf ≥ Cl .  Si dovrà dunque avere :
      
A questa distanza le due particelle non hanno possibilità di allontanarsi senza violare il limite della velocità della luce e quindi " sono
obbligate "
a formare un sistema legato instabile, "il positronio", che in un tempo uguale a 125 psec  si annichila, liberando
un fotone che si allontana.
Naturalmente, il processo si può verificare solo se esistono tutte le condizioni per soddisfare i principi di conservazione. Nella realtà, se non
si è in prossimità del centro di uno spazio rotante, queste condizioni non esistono e di fatto il processo di annichilazione non si verifica.
Se abbiamo invece :        
e con i valori numerici                           R₁ ≤ 5.63588184⋅10⁻¹⁵ m ⋅ Z

le due particelle, non potendo sfuggire senza superare la velocità della luce, entrano entrambe in orbita non stabile nello spazio rotante
centrale  KZ² , su due orbite diverse, incrociandosi una volta ad ogni giro. Ricordando ora che la sfera planetaria dell'elettrone vale
           
possiamo dire che ad ogni incontro si ha un piccolo accostamento tra i due elettroni, che infine terminano così la loro corsa con
l'annichilazione, che in questo caso ha una elevata probabilità di verificarsi.
Per verificare la conservazione del momento angolare, generalmente vengono emessi due fotoni in direzioni opposte e non uno.
Abbiamo già visto il processo di materializzazione dell'energia che si realizza in qualsiasi spazio rotante con le transizioni di materia da
un livello a un altro più esterno.
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Vediamo ora il processo di materializzazione dell'energia al quale in genere si fa riferimento quando se ne parla, ovvero al processo di
trasformazione di energia in coppie di particella e antiparticella .  Abbiamo visto che, se forniamo energia a un atomo, quando il
valore fornito porta la velocità orbitale di un elettrone in orbita a superare il valore di fuga   Vf = √2 ⋅ Veq  , l'elettrone viene
espulso dall'atomo ed il suo posto sull'orbita viene occupato da un ugual volume di spazio fisico proveniente dal punto che la particella
espulsa è andata ad occupare nello spazio esterno.
La sostituzione sull'orbita dell'elettrone con un uguale volume di spazio fisico in equilibrio composta un aumento della massa inerziale
dell'atomo, secondo il calcolo che abbiamo già visto.
Man mano che il valore dell'energia fornito aumenta, gli elettroni che vengono interessati dal processo si spostano verso i livelli più
interni, con un aumento progressivo della massa atomica. Per avere un'idea dei livelli di energia necessari per produrre l'emissione di
elettroni secondo questo processo, detto effetto fotoelettrico , calcoliamo il valore minimo dell'energia richiesta per espellere, per
esempio, un elettrone dal secondo livello (p = 2) dell'atomo di polonio.
L'energia associata ad ogni livello vale ( l'equilibrio universale-espressione teorica dell'energia per strato ) :
            
L'energia di legame di ciascuno degli 8 elettroni presenti sul secondo livello sarà :
       
Per valori del numero quantico  p < 1 non si hanno nello spazio rotante orbite stabili, ma è comunque possibile il moto di particelle
su orbite spiraliforme non stabili fino ad una distanza dal centro data da :

                                                   R₁ = 5.63588184⋅10⁻¹⁵ m ⋅ Z

Per valori minori di R₁ nessuna particella " materiale " può allontanarsi dall'atomo senza superare la velocità della luce ( si tenga
presente che stiamo parlando dello spazio rotante protonico ).
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D'altra parte, abbiamo ricavato per i protoni in orbita nella parte penetrabile dello spazio rotante neutronico (parte periferica del nucleo
atomico in cui non sono presenti i neutroni attivi) il raggio delle orbite stabili ( Art.76     teoria del nucleo atomico ) :
     

che, nel nostro esempio, per il livello di confine con p= 6 , risulta :

                RZ6(84) = 57.63978486⋅10⁻¹⁵ m ⋅ 841/3⋅ 6² = 9087.643463⋅10⁻¹⁵ m

con                      R₁ = 5.63588184⋅10⁻¹⁵ m ⋅ 84 = 473.4140746⋅10⁻¹⁵ m

nello spazio tra  RZP ed  R₁  non vi sono elettroni in orbita nello spazio rotante generato dai protoni nucleari, ma troviamo protoni
e deutoni in orbita stabile nello spazio rotante nucleare generato dai neutroni attivi centrali che formano il nucleo atomico compatto
di raggio :
                   rZ(84) = (6/π)1/3⋅ r0n⋅ Z1/37.655886⋅10⁻¹⁵ m

Se il fotone che viene inviato sull'atomo riesce a penetrare fino ai livelli interni, associati a valori del raggio orbitale   RZP < R₁ ,
essendo la concentrazione dei protoni in orbita relativamente elevata ( 2⋅p² ), esiste una probabilità non trascurabile di intercettare
un protone e, con energia sufficiente, provocare la trasmutazione in neutrone con emissione di un positrone, secondo lo schema noto :

                                           p + Ef → n + e⁺ + ν

Essendo la velocità di fuga dall'orbita uguale a quella della luce, nessuna di queste particelle può abbandonare l'orbita e quindi saranno
costrette a restare in equilibrio, magari su un'orbita molto eccentrica (dipende dal valore dell'energia del fotone).
Il neutrone nel nucleo atomico è però stabile solo se è legato ad un protone e quindi, favorito anche dall'azione polarizzatrice dello
spazio rotante centrale, più o meno rapidamente (e comunque in un tempo minore di circa 13 min) si scinde con emissione di energia,
un protone ed un elettrone, secondo :
                                                                            n → p + e⁻⁻ + ν + En
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A questo punto sulla stessa orbita, o comunque su orbite vicine, abbiamo le coppie di particelle e antiparticelle :

                                         (e⁺ + e⁻⁻)   e   (ν + ν)

che si annichilano producendo coppie di fotoni aventi energia uguale a   0.501  MeV, i quali si allontanano in direzioni simmetriche
con la velocità della luce.
E'da notare che il protone intercettato inizialmente dal fotone incidente è stato rigenerato alla fine del processo.
Il nucleo non ha subito dunque alcun cambiamento ed ha avuto solo la funzione di
" prestare " lo spazio rotante per 
rendere possibili le " reazioni in volo ".
Senza spazio rotante il processo non è realizzabile.
E' comunque da rilevare che la materializzazione intermedia non è rilevabile e quindi il processo osservato si riduce ad una divisione
del fotone iniziale.
Se il protone intercettato dal fotone iniziale è in moto su un'orbita sempre più piccola della fondamentale ( associata a p = 1 ), ma
con RZP > R₁ , la velocità di fuga dall'orbita è minore della velocità della luce e quindi le particelle, che si formano comunque con
le modalità che abbiamo indicato, si allontanano dall'orbita subito dopo essere state generate.
Secondo la sequenza che abbiamo esposto, le antiparticelle e⁺ν nella fuga dovrebbero anticipare leggermente le particelle ee ν.
Questo però non può verificarsi perchè, dovendo il sistema verificare in ogni momento i principi di conservazione, le prime verranno
trattenute in orbita fino al momento in cui si rendono disponibili anche le seconde.
Risulta evidente, dall'analisi fatta, che la materializzazione di una sola particella, secondo una delle reazioni viste, nello spazio fisico puro,
in assenza dello spazio rotante centrale, è estremamente improbabile, in quanto risulta difficile soddisfare i principi di conservazione.
I processi che abbiamo descritto rappresentano il risultato dell'interazione di una particella o di un fotone con gli strati interni del
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nucleo atomico e quindi in definitiva si presentano come caso limite di effetto Compton, realizzato su orbite che presentano una
velocità di fuga uguale a quella della luce.
L'energia associata all'equilibrio di una particella su tali orbite non dipende dal nucleo considerato. Si ha infatti :
        
L'energia totale associata allo spazio rotante in equilibrio sull'orbita risulta sempre             per qualsiasi
valore di .
Per la realizzazione del processo non è importante la scelta del nucleo, ma è necessaria la sua presenza.
E' chiaro che, dovendo la massa generatrice ms fornire energia allo spazio rotante generato, dovrà necessariamente essere sempre
m>> m .
Per esempio, non sarà mai possibile materializzare un protone nello spazio rotante dell'elettrone, mentre è possibile il contrario.
Le relazioni che abbiamo ricavato sono valide per qualsiasi spazio rotante e quindi si applicano teoricamente per la materializzazione e
l'annichilazione di qualsiasi coppia di particella e antiparticella, purchè siano particelle elementari , anche di dimensioni astronomiche.

Per quanto teoricamente possibile, nella pratica l'applicazione alla materia ordinaria ( neutra ) non è realizzabile, in quanto l'orbita
minima, sulla quale la velocità di equilibrio è uguale a quella della luce, cade sempre all'interno della massa considerata e questo rende
materialmente impossibile la realizzazione del processo.
Quando si parla quindi di materia e antimateria, corpi e anticorpi, con riferimento ai corpi ordinari, dicendo che i due tipi di materia
possono generarsi o annichilarsi mettendo in gioco grandi quantità di energia, si fanno semplicemente illazioni, che appartengono alla
pseudoscienza e non alla fisica.
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