Art.55a — Materializzazione dell’energia e annichilazione della materia — Antonio Dirita

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Per una migliore comprensione di quello che abbiamo esposto nell’   Art.55     , consideriamo per esempio il nucleo atomico  Cd₄₈¹¹⁸ ,
che si presenta con la configurazione seguente dei livelli nucleari ( vedi fisica universale -teoria del nucleo atomico  Art.77N     e     Art.76    ).

Ec(MeV)/Es(MeV)  Sa    mc/ms   n 1      2     3      4       5     6      7     Ep(eV)/(p T1/2)   Ep  eV
p – T1/2
(1001. 40)/(1001. 6) Cd₄₈¹¹⁸ (117.90710)/
(117.90691)
48n 2+0 8+0 14+2 1+15 0+5 1+0 0+0 (523.0K)/(β⁻50.3m) 523.0K
β⁻50.3m

in cui  l’indice   c  indica il valore calcolato con l’espressione teorica e il valore sperimentale

Esso si presenta quindi formato da un nucleo centrale di  48  neutroni attivi,  26 protoni e  22  deutoni distribuiti sulle orbite

come è indicato nello schema, che ” danno origine “ a una massa teorica di 117.90710 amu ( valore della massa sperimentale
117,90691 amu ) .

Quando, durante il normale processo di evoluzione, il protone presente sulla sesta orbita ” cade sulla quinta “, il nucleo diventa diverso,
ma le particelle componenti sono ancora quelle precedentemente indicate, con le stesse posizioni, eccetto l’ultimo protone, che è migrato
sul quinto livello.
Apparentemente il nucleo è ancora quello di prima e tuttavia il passaggio del protone dal sesto al quinto livello provoca l’emissione di una
energia uguale a (  Art.75a    ) :   
accompagnata da una riduzione della massa, verificata anche sperimentalmente (  1amu = 931,494 MeV ) :

Si tratta di una chiara trasformazione di materia in energia, che non
dipende
dalla configurazione iniziale del nucleo, che è rimasta praticamente invariata,
ma solo dalla posizione del protone che si è spostato.

Per studiare quello che può essere accaduto, possiamo dunque prescindere dalla distribuzione di tutte le altre particelle sulle orbite e
considerare solo il rapporto che esiste tra lo spazio rotante centrale, generato da  48 neutroni attivi, ed il protone che si muove sull’orbita.

Dato che le caratteristiche dello spazio rotante vengono definite solo dai 48 neutroni attivi centrali, lo spostamento del protone orbitale
non ha prodotto su di esso nessuna modifica. Dunque tutte le sue caratteristiche sono rimaste invariate.
Essendo il trasferimento del protone dal sesto al quinto livello l’unico evento che differenzia il nucleo finale da quello iniziale, si 
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dovrà associare al nucleo una massa dipendente dalla posizione delle particelle sulle orbite e quindi si deve concludere che :
La massa delle particelle in orbita in uno spazio rotante è definita dal
livello occupato.

Quindi il difetto di massa che viene rilevato dopo la transizione   Δm = 0.0014946 amu  non è diluito su tutto il nucleo, ma solo
sul protone che si è spostato.
Il protone è però una “particella elementare” e come tale è immutabile e non può aver perso massa (del resto, il discorso  può essere
ripetuto identicamente per una transizione di elettroni ).
Nel nucleo atomico, e più in generale nell’atomo, gli unici aggregati che hanno possibilità di perdere
massa sono i neutroni, che non sono
delle particelle elementari, come talvolta erroneamente si sostiene.


In definitiva, con riferimento alla figura, la domanda che ci poniamo, a questo punto, è :

Per quale ragione un nucleo formato da particelle immutabili deve presentare una massa
diversa dalla somma delle masse delle sue
particelle componenti?

E nel caso specifico, per quale ragione lo stesso protone, se passa dalla posizione 6 alla 5
deve presentare una
massa diversa?

E se non è il protone che ha cambiato il valore della massa, ” quale parte del nucleo ha
variato la sua massa “?

Ancora più inquietante risulta il passaggio inverso.
Supponiamo infatti di aver dato comunque una risposta alle domande che abbiamo posto e di avere ora il nucleo con il protone sul livello
5 , con un difetto di massa uguale a Δm , dunque con una struttura in qualche maniera modificata.
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Se forniamo al protone l’energia EP6/5 = 1.3922 MeV , esso si trasferisce dal livello al  , riacquistando la posizione e la
struttura iniziale. La domanda che ci poniamo è :

Che cosa ha riacquistato il protone? e in che modo lo ha fatto?

E come può perdere e riacquistare qualcosa una particella elementare, che, per definizione,
è immutabile?

Si potrebbe obiettare che il protone è una particella elementare di confine e quindi, in certe condizioni potrebbe essere divisibile.
Noi sappiamo però che il discorso si applica identicamente ai livelli elettronici e l’elettrone ha
stabilità assoluta.

Le teorie correnti non danno alcuna risposta e utilizzano la relazione     E ←→ m ⋅ Cl² come una reale trasformazione che si
realizza nei due versi.
In realtà, secondo la nostra concezione di materia, la relazione si dovrebbe scrivere nella forma :

                 (m + Δm) – E → m     ;     m + E → (m + Δm)

Secondo queste relazioni, fornendo oppure sottraendo energia alla particella elementare è possibile variare la sua massa di una quantità

proporzionale al valore dell’energia fornita, secondo la relazione :               ΔE = Δm ⋅ Cl²

E’ chiaro che ci si deve chiedere sotto che forma si manifesta l’incremento di massa  Δm .
L’espressione analitica che normalmente si usa per descrivere il valore della massa inerziale in funzione dell’energia che viene fornita è quella
della massa relativistica :
                                      m = m₀/(1 – V²/Cl²)1/2

Secondo tale relazione, la massa  m di un corpo non è una quantità costante, ma è dipendente dal sistema di riferimento in cui viene
misurata, ossia dipende dalla velocità con la quale si muove rispetto all’osservatore.
Vedremo l’origine e il significato di tale relazione in un prossimo articolo. Facciamo qui solo notare come essa risulti in contraddizione con
quanto si verifica nell’atomo e nel nucleo atomico, dove lo spostamento di una particella verso il centro dello spazio rotante è accompagnato
da un aumento anche notevole della velocità accompagnato da una riduzione della massa.
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La massa relativistica s’interpreta come il valore della massa inerziale   che viene avvertita quando s’impone un’accelerazione a una
particella di massa a riposo uguale a  m₀ già in moto con la velocità V.

L’espressione in realtà fornisce solo una “massa equivalente”, che è utile per descrivere il fatto che, per imporre la stessa
accelerazione alla particella, si deve spendere un’energia che aumenta con la velocità.

Se differenziamo l’espressione dell’energia cinetica, abbiamo :                  
Se la massa inerziale viene pensata come una caratteristica fisica intrinseca della materia, dunque indipendente dall’osservatore, sarà
dm = 0  e quindi la relazione ci dice che, se forniamo alla massa   l’energia  dE  , essa viene trasformata integralmente in
energia cinetica e si manifesta con un aumento  dV della sua velocità.

Se la velocità dei segnali utilizzati per l’osservazione è finita, abbiamo visto però che la velocità del segnale costituisce un limite
per la
massima velocità che sarà possibile osservare con quel segnaleArt.27   ) e quindi, nel nostro caso, si ha un
incremento della velocità sempre minore e per  V → Cl  si ha  ΔV → 0 .

Per verificare il principio di conservazione dell’energia, in queste condizioni, si dovrà
ammettere che, fornendo energia, essa dovrà essere
immagazzinata sotto un’altra forma,
precisamente con un aumento della massa
  Δm  come suggerisce il primo termine.

E’ chiaro che la struttura intima della particella elementare non subisce alcuna variazione con la velocità.
Quello che cambia è solo la misura della massa, che mette in evidenza il fatto che, per produrre una data accelerazione, la forza che si deve
applicare aumenta con la velocità V della particella.
Se l’aumento della massa inerziale non si verifica sulla struttura fisica intrinseca della materia, ma dipende dalle condizioni di moto rispetto
al mezzo e rende conto dell’energia che allontana la materia dalla sua condizione di equilibrio con il mezzo stesso, il valore della massa  m₀
che si associa alla condizione  V = 0  , deve avere lo stesso significato dell’incremento e quindi ” non può essere una
caratteristica intrinseca della materia “. 

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Ritornando quindi al nostro problema, la massa che associamo a un protone o a qualsiasi altro corpo che occupa un certo volume dello
spazio fisico, non rappresenta una sua caratteristica, ma l’inerzia che lo spazio fisico occupato oppone ad un’azione che tende a spostarlo.

Con riferimento alla figura, se tra i livelli  5  e   si realizza lo scambio di due volumi  P e P’ di spazio fisico puro, non accade
assolutamente nulla, in quanto, trascorso il periodo transitorio, il sistema finale è icentico a quello iniziale.
Se il volume  P è occupato inizialmente da una massa  m₆  , il suo trasferimento sul livello   comporta una riduzione della massa
inerziale di tutto il sistema. Ci chiediamo per quale ragione questo accada.
Il confronto con il caso precedente in cui avevamo lo scambio tra due volumi di spazio fisico puro identici,PP’, ci dice che il passaggio
da  P’ a  P è lo stesso, mentre il passaggio dal livello 6 al 5 prima era stato realizzato con spazio fisico puro, mentre nel secondo caso
il volume P’, inizialmente occupato da spazio fisico puro, dunque a bassa densità, viene sostituito dalla massa m₆ , che è un aggregato
di spazio fisico, dunque ad alta densità. Sperimentalmente, quando il processo è concluso, si osservano i seguenti fatti:
— il trasferimento della massa   dal sesto al quinto livello si realizza spontaneamente, senza apporto di energia dall’esterno.

— durante il trasferimento si ha emissione di energia, che si propaga per onde come perturbazione dello spazio.

— la massa del sistema finale è minore di quella del sistema iniziale.

Prima di dare una risposta a queste domande, bisogna tenere presente che il processo si presenta perfettamente reversibile, ossia, se
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viene fornita alla massa m in orbita sul livello 5 , l’energia che è stata emessa durante il passaggio dal sesto al quinto livello, il sistema
riacquista tutte le caratteristiche iniziali e questo si verifica con qualsiasi massa, anche con le particelle elementari.
Se il discorso viene riferito a un atomo, possiamo escludere che il trasferimento possa variare la struttura delle particelle elementari
costituenti e quindi dobbiamo concludere che il sistema finale si differenzia da quello iniziale unicamente per la posizione della particella
che è passata dal livello 6 al 5.
La risposta alle due prime osservazioni è relativamente semplice, se si considera che la massa orbitante passa da un livello di energia
maggiore a uno minore.
Meno semplice è l’interpretazione della terza osservazione, che riguarda la riduzione della massa del sistema senza alcuna variazione
nella struttura dei componenti.
Consideriamo che la massa inerziale del sistema viene misurata attraverso la forza che bisogna applicare per produrre un’accelerazione data.
Dire quindi che il secondo sistema presenta una massa minore, vuol dire che oppone meno resistenza ai tentativi di perturbare il suo
equilibrio nello spazio.

In realtà è quindi lo spazio che viene perturbato dallo spostamento del sistema e oppone
resistenza alle
variazioni del suo equilibrio.

Come abbiamo già detto, tale resistenza, a parità di tutte le altre condizioni, dovrà essere proporzionale al volume di spazio che viene
perturbato.
Nel nostro atomo la sola differenza che riusciamo a vedere è la posizione della massa satellite che, nella configurazione finale occupa uno
spazio minore, essendo minore il raggio orbitale.
In definitiva, la massa inerziale non è una caratteristica intrinseca della materia, ma una caratteristica dello spazio che viene da essa
perturbato quando viene applicata una forza .
Se consideriamo, per esempio, un atomo con    orbite elettroniche ed applichiamo una forza F per spostarlo nello spazio con una
accelerazione a , il contributo degli elettroni alla massa misurata dell’atomo dipende dall’orbita occupata.
Il contributo di quelli presenti sulle orbite interne è molto piccolo, in quanto piccolo è il volume di spazio fisico da essi occupato
e
perturbato, durante il moto accelerato.

E’ importante sottolineare che, contrariamente a quello che normalmente viene ritenuto, non si
realizza una vera e propria trasformazione
della massa in energia o viceversa, ma due
trasferimenti simultanei realizzati da 
soggetti diversi e distinti.

Il trasferimento del protone (spazio fisico ad elevata densità) produce una grande riduzione dello spazio che viene perturbato, mentre un
uguale volume di spazio fisico puro compie la transizione inversa, che dà invece origine ad un modesto aumento del volume di spazio
fisico perturbabile.
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Tra le due azioni prevale, naturalmente, quella del protone ed il risultato finale è una riduzione della massa inerziale dell’atomo.
Normalmente si associa questa riduzione della massa all’energia emessa con la nota legge  ΔE = Δm ⋅ Cl² ( che analizzeremo
dettagliatamente in un prossimo articolo ).
In realtà non esiste una relazione diretta fra  ΔE  e  Δm , in quanto sono associati a due processi assolutamente indipendenti :

La riduzione della massa  Δm è dovuta a una diminuzione del volume occupato dal protone sull’orbita ed è una situazione non transitoria,
ma definitiva, in quanto la massa dell’atomo misurata dopo il trasferimento dà in qualsiasi momento un valore ridotto rispetto a quello
iniziale.
L’energia emessa  ΔE  è invece dovuta al fatto che il protone giunge sul quinto livello con l’energia e il momento angolare associati al
sesto livello, per cui si ha un eccesso rispetto ai valori necessari per l’equilibrio sull’orbita.
Nell’  Art.16   abbiamo visto che lo spazio rotante tende a conservare l’equilibrio e quindi, analogamente a quanto accade in un circuito
elettrico RLC con la capacità inizialmente carica, oscilla attorno alla condizione di equilibrio scambiando continuamente l’eccesso di
energia con lo spazio rotante, fino a quando esso si esaurisce.
L’oscillazione generata dalla perturbazione e quindi l’energia ad essa associata, si propaga nello spazio (  Art.20  ) per tutta la durata del
transitorio ed è uguale alla differenza :     
Nell’ Art.9   abbiamo visto che la velocità massima raggiungibile da una massa per essere ancora osservabile è quella dello strumento
utilizzato per realizzare l’osservazione e quindi, nel nostro caso la luce.
L’orbita sulla quale la velocità di equilibrio è uguale a quella della luce rappresenta quindi l’orbita minima
raggiungibile
che abbiamo indicato con
                                        r1s = Ks²/Cl²      con il numero quantico associato  pns .

Su questa orbita il contributo del protone alla massa atomica assume il valore minimo, che possiamo chiamare mns .
Per semplificare l’esposizione, consideriamo l’atomo di idrogeno.
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All’orbita minima dello spazio rotante del protone è associato il numero quantico uguale all’inverso della costante di struttura
fine
Art.9  ) :

Indicando con me0 la massa dell’elettrone fermo (sull’orbita associata a p∞ ), sul livello p la sua massa assume il valore :
   
e quindi:         
All’orbita minima   r1p  è associato il numero quantico   p = 1/pns  e quindi il valore minimo della massa dell’elettrone in orbita
risulta :
                                           memin = mens = me0/2

Il trasferimento dell’elettrone da  R  a  r1p comporta quindi una apparente riduzione della sua massa del 50%.

Difronte a questo risultato si dice che la massa dell’elettrone si è dimezzata perchè metà si è trasformata in energia, che è stata emessa
come fotone secondo la relazione    ΔE = Δm ⋅ Cl² .

Questa interpretazione è però in contraddizione con il fatto che l’elettrone è una particella elementare e, come tale, è immutabile.
E’ certamente più corretto dire che l’elettrone non è cambiato, e che durante il trasferimento sull’orbita ha creato una perturbazione
nell’equilibrio preesistente dello spazio rotante il quale, per soddisfare i principi di conservazione, è entrato in auto
oscillazione irradiando
l’energia in eccesso posseduta dall’elettrone rispetto alla nuova condizione di
equilibrio.

Nella posizione attuale l’elettrone che si è trasferito occupa un volume di spazio minore di quello iniziale e quindi, qualora si dovesse
spostare l’atomo, minore sarebbe il volume che verrebbe perturbato durante lo spostamento. L’elettrone, come particella, è rimasto però
invariato. Infatti, se esso viene riportato nella posizione iniziale la massa inerziale dell’atomo riacquista il valore di partenza.

In realtà non è dunque una parte dell’elettrone che si è trasformata in energiain quanto quella emessa è l’eccesso ( posseduto
dall’elettrone ) rispetto al valore richiesto per restare sulla nuova orbita.

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Questo è un processo che si verifica per ricreare, nello stesso atomo, con le stesse particelle, una condizione di equilibrio.
Altro fatto che si verifica (indipendente dal primo) è una riduzione della massa dell’atomo con le particelle nella nuova configurazione.

Dato uno spazio rotante con una massa satellite, possiamo dire che la variazione della sua massa inerziale è direttamente proporzionale
al raggio dell’orbita, essa aumenta dunque con uno spostamento verso l’esterno e diminuisce con uno spostamento del satellite verso il
centro.
Essendo l’energia di equilibrio della massa satellite direttamente proporzionale al raggio dell’orbita, per spostarla verso l’esterno
dobbiamo fornirle la differenza di energia tra i valori associati all’orbita finale e iniziale.
Dato che il risultato finale è un aumento della massa inerziale dell’atomo, si dice sinteticamente che
abbiamo trasformato l’energia in
materia ovvero, che si è realizzata la materializzazione dell’energia.

In realtà questa affermazione non è corretta, in quanto la materia non è caratterizzata solo dalla massa inerziale, ma anche dalla massa
attiva (  Art.14  ) , che non si modifica con le dimensioni e quindi non è cambiata ( principio di conservazione dello spazio rotante  Art.47   ,
Nello spostamento verso il centro l’energia di equilibrio sull’orbita finale è minore di quella iniziale, per cui il sistema, la deve espellere dallo
spazio rotante il valore in eccesso, per raggiungere una condizione di equilibrio.
Essendo il risultato finale una riduzione della massa atomica, si parla di un processo di annichilazione, ossia di trasformazione della
materia in energia, senza considerare che la massa attiva dell’atomo non è variata.

In definitiva ci troviamo difronte a due grandezze caratteristiche di un sistema   e   , entrambe direttamente proporzionali alla
grandezza C , secondo le relazioni :                   A = k₁⋅ C      ;       B = k₂⋅ C
ne deriva :                             A = k ⋅ B
Questa relazione non dice affatto che le grandezze A e sono equivalenti e comunque trasformabili una nell’altra, ma semplicemente
che, quando nel sistema viene variata la grandezza , variano anche A e B con la variazione di A  k volte maggiore di quella di B.
Le due grandezze A e B sono però assolutamente indipendenti fra loro e si potrebbero addirittura riferire a sistemi diversi e lontani fra
loro, dunque senza alcun collegamento.
E’ chiaro quindi che, se abbiamo due sistemi, in particolare due atomi, che, nonostante siano formati dalle stesse particelle elementari
(che sono per definizione indivisibili ed immutabili) , manifestano una diversa massa inerziale, non possiamo e non dobbiamo indagare
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sulla loro storia per giustificare questa differenza, ma limitarci all’analisi della situazione attuale, che evidenzia come unica differenza la
posizione delle particelle, alla quale si dovrà attribuire la causa delle differenze manifestate nella massa inerziale.

Nell’  Art.13   abbiamo visto che tutti i nuclei atomici irradiano regolarmente energia nello spazio durante il graduale l’accostamento delle
masse orbitanti all’orbita circolare stabile, diminuendo così la propria massa.
Questo processo è però tanto lento da risultare impercettibile e nessuna delle teorie correnti lo prende in considerazione.
Si tratta però di un continuo processo di apparente trasformazione di ” materia ” in energia.

Teniamo presente che non è possibile rilevare il valore della massa di una singola particella in orbita, mentre si rileva facilmente il valore
della massa inerziale dell’intero atomo, con il significato corrente di massa gravitazionale.
In parole semplici, ” possiamo pesare un atomo “ e ricavare la massa come per qualsiasi altro oggetto, ma non
possiamo pesare le singole particelle 
costituenti
per poter dire che la somma delle loro masse è uguale a quella
dell’atomo.

La massa delle particelle in orbita è possibile ricavarla ” solo come massa equivalente “, capace di soddisfare il bilancio
energetico.
Del resto, se anche avessimo la possibilità di rilevare direttamente la massa di ogni singola particella, ” troveremmo sempre lo stesso
valore m₀ , associato alla particella non legata “, in quanto il difetto di massa è prodotto dallo spazio rotante e non dalle particelle
in orbita.
Nell’  Art.11  abbiamo calcolato la massa inerziale dell’universo osservabile attuale, che è risultata  mu = 1,746 ⋅10⁴⁵ Kg.
Lo spazio rotante ( ovvero la massa attiva ) generato dall’universo osservabile attuale risulta quindi :

                              Ku² = G ⋅ mu = 1,165 ⋅ 10²⁶ Km³/sec²

Nell’ Art.7 abbiamo visto che l’intero universo ( non solo quello osservabile ) deve la sua esistenza alla periodicità con la quale si espande
e si contrae.
Tenendo conto del limite imposto dai nostri mezzi di osservazione, ossia la velocità della luce, calcoliamo il raggio minimo che l’universo
raggiunge durante la fase di contrazione, prima di diventare invisibile.
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Nell’  Art.8  abbiamo visto che l’universo è nella fase di espansione ed oggi ha raggiunto un raggio Rua = 4,4175 ⋅10⁹ al

ed una distanza massima osservabile sulla superficie della sfera cosmica uguale a                 Lmax = 13,88 ⋅ 10⁹ al.

In base alla dinamica descritta nell’  Art.7  , la fase di espansione dell’universo inizia ancora prima che esso diventi osservabile, e quando
raggiunge il valore del raggio Rumin diventa rapidamente visibile con una massa uguale a metà del valore attuale. Proseguendo poi
nell’espansione con velocità sempre più ridotta, ha raddoppiato la massa in un tempo di circa tua = 13,88 ⋅ 10⁹ anni.

L’osservazione astronomica ci dice che l’universo osservabile si trova oggi in una fase di espansione accelerata e
questo, in base alla gerarchia prevista dalla teoria degli spazi rotanti, vuol dire che l’universo che osserviamo si muove
come massa satellite su un’orbita dell’intero universo, di cui non è possibile
fornire dati.

Il fatto che l’espansione sia accelerata, ci dice però che, analogamente a quanto accade nel sistema Terra-LunaArt.43   ), il nostro
universo, nella sua lenta corsa verso il centro dello spazio rotante universale accelera. Non ci sarebbe però alcuna 

espansione se la sua superficie si trovasse all’interno del punto neutro”.

Pur non avendo dati per calcolare il punto neutro, possiamo però certamente affermare che, se la superficie del nostro universo
si espande con moto 
accelerato, il suo punto neutro rispetto allo spazio rotante centrale è minore del suo raggio
attuale
Rua = 4,4175 ⋅ 10⁹
al .
Purtroppo altro non riusciamo a dire sull’intero universo perchè non faremmo più scienza, ma illazioni e pseudoscienza.
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 Art.55a — Materializzazione dell’energia e annichilazione della materia — Antonio Dirita

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