Art.55b -- materializzazione dell'energia e annichilazione della materia; materializzazione di coppie di particelle, relatività di Einstein e paradosso del nucleo atomico -- Antonio Dirita

Art.55b -- materializzazione dell'energia e annichilazione della materia; materializzazione di coppie di particelle, relatività di Einstein e paradosso del nucleo atomico -- Antonio Dirita

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L'equazione di Einstein  E = m ⋅ Cl² è stata e viene tuttora interpretata come equivalenza tra massa ed energia, nel senso che
è possibile descrivere la materia indifferentemente attraverso la massa oppure l'energia    (   Art.55a     ).
Nella teoria degli spazi rotanti abbiamo visto però che, per descrivere il comportamento della materia, la vera alternativa alla massa
potrebbe essere la carica elettrica (   Art.17  e   Art.18   ).
In parole diverse, le due grandezze fisiche, " entrambe misurabili ", secondo questa interpretazione, sarebbero solo due modi
alternativi, assolutamente
equivalenti, per indicare la materia, che non è una grandezza misurabile e dunque non definibile in
termini fisicamente inequivocabili.
Questa interpretazione non è però corretta, in quanto massa e energia sono due grandezze di natura completamente diversa, che
descrivono due diversi comportamenti della materia non alternativi, ma presenti sempre entrambi.
L'interpretazione che viene data della formula di Einstein come, equivalenza tra massa ed energia, è certamente fuorviante.
Le due grandezze, se riferite alla stessa quantità di materia, non sono affatto trasformabili una nell'altra e quando questo,
apparentemente, si verifica, ciò accade sempre in presenza di uno spazio rotante opportuno.
Questa condizione dà una chiara indicazione del fatto che lo spazio rotante ha nel processo un ruolo attivo che non può essere
trascurato.
In realtà le due grandezze convivono nell'organizzazione della materia in un rapporto preciso, che è indicato proprio dalla formula di
Einstein, ma si deve tenere presente che i due membri dell'espressione sono riferiti a entità fisiche diverse.
Rimane però il fatto che con l'energia descriviamo le condizioni di moto della materia e con la massa la sua inerzia nel variare queste
condizioni.
Non esiste però materia che non abbia entrambe queste caratteristiche ; non esiste massa senza energia e nemmeno energia senza
massa. Sotto diverse forme, in maniera spesso poco chiare, esse vengono associate anche al fotone.
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Secondo la nostra interpretazione, la formula di Einstein mette in relazione due quantità associate a due entità diverse, le quali si
spostano simultaneamente e durante lo spostamento una varia la sua massa e l'altra la sua energia.
L'esperienza dimostra che le due variazioni, benchè legate a entità diverse, sono in relazione tra loro come è stato indicato da Einstein.
Essendo concetti che servono per descrivere caratteristiche molto diverse fra loro, che coesistono nella materia, parlare di una
trasformazione di una caratteristica nell'altra non ha nessun significato fisico, mentre ha senso parlare di una loro proporzionalità
all'interno di una trasformazione che si realizza in un sistema legato isolato.
Per esemplificare quanto abbiamo visto, consideriamo due esempi numerici.
Considerando il generico livello   di un nucleo formato da   unità attive, la massa della particella in orbita risulta :


e quindi :      
il difetto di massa associato risulta :     
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— per la fascia elettronica dell'atomo il difetto di massa risulta :     
posto :               
si ottiene :    
Per Z = 1 e  p = 1 si ottiene il difetto di massa associato all'elettrone sulla prima orbita dell'atomo di idrogeno :

                                ΔmZPe = 2.425437038⋅10⁻³⁵ Kg

e l'energia di legame associata :                     ΔEZPe = 13.60569806eV

Che coincide con il valore dell'energia di ionizzazione dell'idrogeno.
Per un elettrone sul secondo livello dell'atomo di uranio si ottiene invece :
   
       ΔE92e2 = 69.319069 eV
Nel nucleo atomico il neutrone attivo genera lo spazio rotante                   Kn² = Kp²/2

la massa del protone polarizzato in orbita vale                                             m0p = (3/4) ⋅ m0P

il raggio dell'orbita fondamentale vale ( vedi   Art.70     decadimento del protone e sintesi del deutone) :
         
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Si ha quindi :             
che si può anche scrivere :  
posto :       
si ha :         
Per esempio, per un protone in orbita sul secondo livello del nucleo atomico dello stagno si ottiene :

Secondo la relazione         
la particella manifesta una massa inerziale che diminuisce man mano che si avvicina al centro dello spazio rotante centrale ed i risultati
che si ottengono sono perfettamente coincidenti con quelli sperimentali.
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L'espressione risulta tuttavia in disaccordo con le previsioni della
teoria della relatività,
secondo la quale ad una particella in moto si
dovrebbe associare una massa inerziale
maggiore di quella di riposo.

Questa previsione porta quindi al seguente " paradosso nucleare " (valido comunque per qualsiasi sistema legato).

Un nucleo atomico  A(Z ; N) prima della sintesi, dunque con tutte le particelle indipendenti, ferme a una distanza
infinita tra loro,
si presenta con una massa inerziale data dalla somma :

                                    m(Z ; N)= Z ⋅ m0P + N ⋅ m0n

dove con  m₀  abbiamo indicato le masse a riposo di protone e neutrone.
Dopo la sintesi, qualunque sia la configurazione assunta dall'insieme di tutte le particelle, certamente la loro velocità dovrà essere
diversa da zero e, per la verità, vedremo che alcune di esse raggiungono valori prossimi alla velocità della luce (  Art.76   teoria del nucleo
atomico ).
Secondo l'espressione relativistica della massa, tutte le particelle dovrebbero presentare una massa maggiore di quella di riposo e
quindi la loro somma dovrebbe fornire una massa nucleare        m(Z ; N)f > m(Z ; N)i .

Ebbene, l'osservazione di quasi 4000 nuclei atomici, come del resto di qualsiasi sistema
legato, fornisce il risultato esattamente opposto.

I calcoli che sono stati eseguiti indicano anche che i risultati sperimentali sono verificati considerando il difetto di massa prodotto dallo
spazio rotante e tutte le particelle in orbita con una massa uguale a quella di riposo.
Questo vuol dire che l'espressione della massa relativistica non
produce alcun effetto sulle particelle in moto nel nucleo.

Questo risultato si giustifica perfettamente se si considera la massa inerziale non come una caratteristica scalare, associata alla materia,
ma come espressione della reazione dello spazio rotante alla perturbazione del suo equilibrio, che viene manifestata imponendo
variazioni di velocità alla materia in esso presente.
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Secondo questa interpretazione (che, come abbiamo visto, porta a risultati in accordo con l'esperimento), è chiaro che la velocità della
materia che può perturbare l'equilibrio dello spazio rotante è solo la componente relativa rispetto allo spazio stesso.
Dunque per massa inerziale si deve intendere sempre il valore rilevato dall'agente che provoca la perturbazione, quindi nella direzione
della forza applicata.
Nel nostro caso le particelle sulle orbite si muovono con una velocità uguale a quella di equilibrio dello spazio rotante e quindi sono in
perfetto equilibrio con velocità relativa rispetto allo spazio uguale a zero. La massa non subisce quindi nessuna variazione, perchè
nessuna forza viene esercitata contro lo spazio rotante. Dunque nell'ambito della teoria degli spazi rotanti, il paradosso scompare,
senza particolari artifici, se la massa inerziale viene associata allo spazio rotante, organizzato nello spazio fisico, con le caratteristiche
che abbiamo indicato.
I processi che abbiamo visto, con spostamenti all'interno del nucleo, danno origine a emissione o assorbimento di energia, ma non di
materia sotto forma di particelle elementari.
Questo accade perchè le particelle accelerate esercitano la forza contro lo spazio rotante, formato da elementi spaziali aventi un raggio
r₀→0 , la cui perturbazione non è rilevabile attraverso la loro massa m₀→0 . Il discorso è però assolutamente analogo anche
per il protone che si trova a una distanza infinita dal centro dello spazio rotante nucleare, con un salto di energia molto più evidente.

Consideriamo inizialmente uno spazio rotante nucleare Ks²(Z) generato da   neutroni attivi che formano un nucleo compatto
centrale, avente un raggio approssimativo (  Art.76    teoria del nucleo atomico ) :

dove il raggio del nucleone vale :

lo spazio rotante nucleare generato vale :     
ed è una costante caratteristica del nucleo.
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Sappiamo che lo spazio circostante è organizzato nel rispetto della relazione di validità generale (   Art.5   ) :

                                                V²(R)⋅ R = Ks²(Z)

Per quanto, lo spazio geometrico vari con continuità, lo spazio rotante che si organizza al suo interno ammette soluzioni reali solo per
valori del raggio dati da (  Art.10   ) :
        
Teniamo presente che parliamo dell'organizzazione dello spazio rotante puro, senza alcuna particella in orbita, in quanto le relazioni
sono indipendenti dalla massa .
Prendendo come riferimento il volume che occupa lo spazio rotante generato dal protone, abbiamo dimostrato che il nucleo centrale
trasferisce allo spazio fisico circostante un'energia concentrata sull'orbita e di valore indipendente dall'orbita considerata, che abbiamo
indicato con  E₀(Z)  (vedi l'equilibrio universale - P.76 - espressione teorica dell'energia di legame del nucleo atomico ) .
Abbiamo così ricavato il valore dell'energia che il nucleo centrale trasferisce a un volume di spazio rotante puro uguale a quello del
protone, posto sulla orbita . Numericamente risulta :    
Dato che questa situazione rappresenta per lo spazio rotante una ben definita condizione di equilibrio stazionario e l'energia  E1P  è
associata a quel volume di spazio per il solo fatto che esso esiste in quella posizione, si può associare a quel volume la massa inerziale
m₁ e indicare la E1P come energia associata, data da : E1P = m₁⋅ Cl².
Nella teoria generale abbiamo visto che lo spazio rotante non è infinitamente esteso, ma limitato da un confine che viene definito da
un numero di particelle orbitannti uguale al numero di neutroni attivi centrali (   Art.10   ).
Del resto, uno spazio rotante con raggio d'azione infinito richiederebbe una energia infinita, che nessun nucleo di dimensioni finite può
trasferire.
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Considerando quindi la relazione :

possiamo calcolare il livello di confine Ps .
Facendo variare p da 1 a Ps, e sommando, possiamo calcolare l'energia di massa ( e dunque la massa ) che i neutroni centrali attivi
trasferiscono a tutto lo spazio fisico circostante per renderlo attivo. Si ha quindi :

                                             EKs²(Z) = E₀(Z) ⋅ Ps

Nel nostro esempio numerico, con  Z = 48  si ricava Ps = 4  e quindi l'energia che il nucleo centrale spende per generare lo
spazio rotante vale :
     

E' chiaro che questo valore di energia si sottrae all'energia di massa del nucleo compatto centrale che presenterà quindi un difetto di
massa : 
Se a questo punto un protone, inizialmente fuori dal confine, si trasferisce sul livello  , dobbiamo tener conto del fatto che andrà ad
occupare un posto dal quale dovrà spostare un ugual volume di spazio rotante, che a sua volta andrà ad occupare il posto lasciato
vuoto fuori dal confine.
Il difetto di massa generato dallo spostamento coincide quindi con la massa associata nel livello di partenza  al volume spostato: 
Nel bilancio, sia di massa che di energia, si dovrà considerare uno scambio di particelle e non solo il trasferimento del protone.
La massa del nuovo sistema sarà quindi :
         
in perfetto accordo con i risultati sperimentali.
A questo punto notiamo che il volume di spazio rotante espulso dal nucleo, in sostituzione del protone, si sposta ad una distanza dal
centro   R →∞  dove la velocità di equilibrio è uguale a zero con massa associata nulla.
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Essendo in uno spazio conservativo, restituendo allo spazio rotante l'energia emessa è possibile realizzare il processo inverso.
Se, per esempio, viene fornita all'atomo un valore di l'energia  ΔE = E1P  esupponiamo che venga assorbita tutta da una sola
particella in equilibrio sul livello  , il valore finale della sua enegia cinetica diventa  E = 2 ⋅ E1P .
Corrispondente a una velocità orbitale :                   V = √ 2 ⋅ VP = Vf
dove con Vf abbiamo indicato la velocità di fuga dall'orbita.
La particella in queste condizioni raggiunge la velocità di fuga e abbandona l'atomo andando ad occupare un ugual volume di spazio
fisico alla distanza teorica dal centro R →∞ .  Lo spazio fisico spostato dalla particella, che a questa distanza presenta una massa
inerziale uguale a zero, compiendo lo stesso percorso nel verso opposto, si trasferisce sul livello " p " dell'atomo dove occupa lo spazio
vuoto lasciato dalla particella.
In questa posizione la massa inerziale associata vale   Δm₁ = E1P/Cl² , che equivale all'energia che è stata fornita dall'esterno
per espellere la particella.
Indicando con  m(Z ; N)i  la massa iniziale dell'atomo, quella finale risulta :

                                 m(Z ; N)f = m(Z ; N)i – m0P + E1P/Cl²
il valore finale della massa del sistema globale sarà :
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                               mf = m(Z ; N)f + m0P = m(Z ; N)i + E1P/Cl²

con un aumento equivalente all'energia   ΔE  fornita per espellere la particella.
Si noti che non c'è stata alcuna trasformazione di energia in massa, ma solo lo spostamento di un volume di spazio fisico
all'esterno dell'atomo.

Riprendendo ora l'equazione fondamentale degli spazi rotanti   V²⋅ R = K²  Art.5   ) vediamo che l'orbita minima osservabile
è quella sulla quale la velocità dello spazio rotante è uguale a quella della luce, e vale :

                                     r₁ = K²/Cl²
Se su quest'orbita potesse trovarsi una particella in equilibrio, la sua massa equivalente sarebbe :
  
Relazione valida per qualsiasi spazio rotante e qualsiasi particella orbitante.
La velocità di fuga da quest'orbita vale però   Vf =√ 2 ⋅ C , non raggiungibile, e quindi l'orbita stessa costituisce il confine
immutabile della materia che si trova ad una distanza dal centro   R ≤ r .
In altre parole, la materia che si concentra entro il raggio r₁ dà origine a una particella elementare che gode, per definizione, di
stabilità assoluta.
La prima orbita realmente raggiungibile è quindi quella che presenta velocità di fuga uguale al valore massimo C, e quindi si ha :                    
Anche se l'orbita è raggiungibile, non è sede di equilibrio stabile e quindi si tratta in realtà di un'orbita vuota.
Questo vuol dire che, se una particella raggiunge quest'orbita, entro un tempo molto breve viene nuovamente espulsa.
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Essendo però la velocità di fuga uguale a quella della luce, l'espulsione potrà avvenire
solo sotto forma di radiazione elettromagnetica
(fotone).
Il processo di trasmutazione dovrà verificarsi sempre nel rispetto dei principi di conservazione e questo rende praticamente impossibile
che si possa verificare nelle semplici condizioni che abbiamo indicato.
Dato che lo spazio rotante centrale non interviene nella trasformazione le sue condizioni di equilibrio non cambiano e quindi i valori
delle grandezze che si conservano dovranno avere gli stessi valori in ingresso e in uscita.
Non è quindi possibile che le caratteristiche di un solo elettrone entrante nello spazio rotante possano essere " equivalenti " a quelle di
un fotone in uscita.
Per realizzare il processo è quindi necessario inviare sull'orbita un positrone ( elettrone positivo ) ed un elettrone come in figura, in
modo che abbiano una buona probabilità di interagire.

Se lo spazio fisico considerato è molto lontano dal centro dello spazio rotante centrale ( R₁ →∞ ) , le due particelle hanno un
incontro ravvicinato una volta sola quando passano nei punti  P₁  e  P₂ .
Se durante questo passaggio l'interazione non è sufficiente, le due particelle, dopo aver subito una deviazione più o meno pronunciata,
continuano la loro corsa, andando incontro ad altre interazioni e non si verifica il processo di annichilazione atteso.
Per poter " forzare " il processo, è necessario che ciascuna particella, avente durante il contatto una velocità necessariamente minore
di quella della luce, venga imprigionata nello spazio rotante dell'altra.
Questo si verifica certamente se alla distanza tra le particelle  d = R₁ – R₂ ,   nello spazio rotante elettronico, è associata una
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velocità di fuga Vf ≥ Cl .  Si dovrà dunque avere :
      
A questa distanza le due particelle non hanno possibilità di allontanarsi senza violare il limite della velocità della luce e quindi " sono
obbligate "
a formare un sistema legato instabile, "il positronio", che in un tempo uguale a 125 psec  si annichila, liberando
un fotone che si allontana.
Naturalmente, il processo si può verificare solo se esistono tutte le condizioni per soddisfare i principi di conservazione. Nella realtà, se non
si è in prossimità del centro di uno spazio rotante, queste condizioni non esistono e di fatto il processo di annichilazione non si verifica.
Se abbiamo invece :        
e con i valori numerici                           R₁ ≤ 5.63588184⋅10⁻¹⁵ m ⋅ Z

le due particelle, non potendo sfuggire senza superare la velocità della luce, entrano entrambe in orbita non stabile nello spazio rotante
centrale  KZ² , su due orbite diverse, incrociandosi una volta ad ogni giro. Ricordando ora che la sfera planetaria dell'elettrone vale
           
possiamo dire che ad ogni incontro si ha un piccolo accostamento tra i due elettroni, che infine terminano così la loro corsa con
l'annichilazione, che in questo caso ha una elevata probabilità di verificarsi.
Per verificare la conservazione del momento angolare, generalmente vengono emessi due fotoni in direzioni opposte e non uno.
Abbiamo già visto il processo di materializzazione dell'energia che si realizza in qualsiasi spazio rotante con le transizioni di materia da
un livello a un altro più esterno.
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Vediamo ora il processo di materializzazione dell'energia al quale in genere si fa riferimento quando se ne parla, ovvero al processo di
trasformazione di energia in coppie di particella e antiparticella .  Abbiamo visto che, se forniamo energia a un atomo, quando il
valore fornito porta la velocità orbitale di un elettrone in orbita a superare il valore di fuga   Vf = √2 ⋅ Veq  , l'elettrone viene
espulso dall'atomo ed il suo posto sull'orbita viene occupato da un ugual volume di spazio fisico proveniente dal punto che la particella
espulsa è andata ad occupare nello spazio esterno.
La sostituzione sull'orbita dell'elettrone con un uguale volume di spazio fisico in equilibrio composta un aumento della massa inerziale
dell'atomo, secondo il calcolo che abbiamo già visto.
Man mano che il valore dell'energia fornito aumenta, gli elettroni che vengono interessati dal processo si spostano verso i livelli più
interni, con un aumento progressivo della massa atomica. Per avere un'idea dei livelli di energia necessari per produrre l'emissione di
elettroni secondo questo processo, detto effetto fotoelettrico , calcoliamo il valore minimo dell'energia richiesta per espellere, per
esempio, un elettrone dal secondo livello (p = 2) dell'atomo di polonio.
L'energia associata ad ogni livello vale ( l'equilibrio universale-espressione teorica dell'energia per strato ) :
            
L'energia di legame di ciascuno degli 8 elettroni presenti sul secondo livello sarà :
       
Per valori del numero quantico  p < 1 non si hanno nello spazio rotante orbite stabili, ma è comunque possibile il moto di particelle
su orbite spiraliforme non stabili fino ad una distanza dal centro data da :

                                                   R₁ = 5.63588184⋅10⁻¹⁵ m ⋅ Z

Per valori minori di R₁ nessuna particella " materiale " può allontanarsi dall'atomo senza superare la velocità della luce ( si tenga
presente che stiamo parlando dello spazio rotante protonico ).
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D'altra parte, abbiamo ricavato per i protoni in orbita nella parte penetrabile dello spazio rotante neutronico (parte periferica del nucleo
atomico in cui non sono presenti i neutroni attivi) il raggio delle orbite stabili ( Art.76     teoria del nucleo atomico ) :
     

che, nel nostro esempio, per il livello di confine con p= 6 , risulta :

                RZ6(84) = 57.63978486⋅10⁻¹⁵ m ⋅ 841/3⋅ 6² = 9087.643463⋅10⁻¹⁵ m

con                      R₁ = 5.63588184⋅10⁻¹⁵ m ⋅ 84 = 473.4140746⋅10⁻¹⁵ m

nello spazio tra  RZP ed  R₁  non vi sono elettroni in orbita nello spazio rotante generato dai protoni nucleari, ma troviamo protoni
e deutoni in orbita stabile nello spazio rotante nucleare generato dai neutroni attivi centrali che formano il nucleo atomico compatto
di raggio :
                   rZ(84) = (6/π)1/3⋅ r0n⋅ Z1/37.655886⋅10⁻¹⁵ m

Se il fotone che viene inviato sull'atomo riesce a penetrare fino ai livelli interni, associati a valori del raggio orbitale   RZP < R₁ ,
essendo la concentrazione dei protoni in orbita relativamente elevata ( 2⋅p² ), esiste una probabilità non trascurabile di intercettare
un protone e, con energia sufficiente, provocare la trasmutazione in neutrone con emissione di un positrone, secondo lo schema noto :

                                           p + Ef → n + e⁺ + ν

Essendo la velocità di fuga dall'orbita uguale a quella della luce, nessuna di queste particelle può abbandonare l'orbita e quindi saranno
costrette a restare in equilibrio, magari su un'orbita molto eccentrica (dipende dal valore dell'energia del fotone).
Il neutrone nel nucleo atomico è però stabile solo se è legato ad un protone e quindi, favorito anche dall'azione polarizzatrice dello
spazio rotante centrale, più o meno rapidamente (e comunque in un tempo minore di circa 13 min) si scinde con emissione di energia,
un protone ed un elettrone, secondo :
                                                                            n → p + e⁻⁻ + ν + En
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A questo punto sulla stessa orbita, o comunque su orbite vicine, abbiamo le coppie di particelle e antiparticelle :

                                         (e⁺ + e⁻⁻)   e   (ν + ν)

che si annichilano producendo coppie di fotoni aventi energia uguale a   0.501  MeV, i quali si allontanano in direzioni simmetriche
con la velocità della luce.
E'da notare che il protone intercettato inizialmente dal fotone incidente è stato rigenerato alla fine del processo.
Il nucleo non ha subito dunque alcun cambiamento ed ha avuto solo la funzione di
" prestare " lo spazio rotante per 
rendere possibili le " reazioni in volo ".
Senza spazio rotante il processo non è realizzabile.
E' comunque da rilevare che la materializzazione intermedia non è rilevabile e quindi il processo osservato si riduce ad una divisione
del fotone iniziale.
Se il protone intercettato dal fotone iniziale è in moto su un'orbita sempre più piccola della fondamentale ( associata a p = 1 ), ma
con RZP > R₁ , la velocità di fuga dall'orbita è minore della velocità della luce e quindi le particelle, che si formano comunque con
le modalità che abbiamo indicato, si allontanano dall'orbita subito dopo essere state generate.
Secondo la sequenza che abbiamo esposto, le antiparticelle e⁺ν nella fuga dovrebbero anticipare leggermente le particelle ee ν.
Questo però non può verificarsi perchè, dovendo il sistema verificare in ogni momento i principi di conservazione, le prime verranno
trattenute in orbita fino al momento in cui si rendono disponibili anche le seconde.
Risulta evidente, dall'analisi fatta, che la materializzazione di una sola particella, secondo una delle reazioni viste, nello spazio fisico puro,
in assenza dello spazio rotante centrale, è estremamente improbabile, in quanto risulta difficile soddisfare i principi di conservazione.
I processi che abbiamo descritto rappresentano il risultato dell'interazione di una particella o di un fotone con gli strati interni del
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nucleo atomico e quindi in definitiva si presentano come caso limite di effetto Compton, realizzato su orbite che presentano una
velocità di fuga uguale a quella della luce.
L'energia associata all'equilibrio di una particella su tali orbite non dipende dal nucleo considerato. Si ha infatti :
        
L'energia totale associata allo spazio rotante in equilibrio sull'orbita risulta sempre             per qualsiasi
valore di .
Per la realizzazione del processo non è importante la scelta del nucleo, ma è necessaria la sua presenza.
E' chiaro che, dovendo la massa generatrice ms fornire energia allo spazio rotante generato, dovrà necessariamente essere sempre
m>> m .
Per esempio, non sarà mai possibile materializzare un protone nello spazio rotante dell'elettrone, mentre è possibile il contrario.
Le relazioni che abbiamo ricavato sono valide per qualsiasi spazio rotante e quindi si applicano teoricamente per la materializzazione e
l'annichilazione di qualsiasi coppia di particella e antiparticella, purchè siano particelle elementari , anche di dimensioni astronomiche.

Per quanto teoricamente possibile, nella pratica l'applicazione alla materia ordinaria ( neutra ) non è realizzabile, in quanto l'orbita
minima, sulla quale la velocità di equilibrio è uguale a quella della luce, cade sempre all'interno della massa considerata e questo rende
materialmente impossibile la realizzazione del processo.
Quando si parla quindi di materia e antimateria, corpi e anticorpi, con riferimento ai corpi ordinari, dicendo che i due tipi di materia
possono generarsi o annichilarsi mettendo in gioco grandi quantità di energia, si fanno semplicemente illazioni, che appartengono alla
pseudoscienza e non alla fisica.
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Art.55a -- origine e annichilazione della materia e materializzazione dell'energia, calcolo teorico dell'energia di legame del nucleo atomico -- Antonio Dirita

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La materializzazione dell'energia e il processo inverso di annichilazione dellamateria sono argomenti direttamente collegati all'effetto
Compton, del quale rappresentano due casi estremi.
Secondo l'interpretazione letterale, per materializzazione dell'energia si deve intendere la conversione di energia di qualsiasi tipo in
materia.
Per non allontanarci dal tema, dando ai termini energia e materia il significato preso dal linguaggio corrente, diciamo che queste
operazioni si realizzano tutti i giorni nei laboratori di fisica nucleare e in qualsiasi punto dell'universo in cui si verifichi la transizione di una
massa all'interno di uno spazio rotante da una distanza  R a  R2  dalla massa centrale generatrice.
Normalmente però, quando si parla di materializzazione, questo fatto viene trascurato e ci si riferisce alla formazione di coppie di
particelle, elettrone-positrone o più in generale particella e antiparticella, partendo da fotoni di opportuna energia.

Questo accade perchè non è ben chiaro il significato fisico che si deve dare ai termini che si utilizzano nei discorsi e il linguaggio comune
non può essere di grande aiuto, anzi, in alcuni casi, conduce fuori strada.
Anche se possiamo sembrare ripetitivi, per una migliore comprensione degli argomenti che sono stati indicati, richiamiamo ancora alcuni
punti che sono stati analizzati durante l'esposizione della teoria generale.

Abbiamo visto che " la materia è il frutto dell'interazione fra punti diversi dello spazio fisico in moto relativo fra loro "  (                    Art.3 ).

Condizione necessaria per l'esistenza della materia, intesa come sistema costituito da almeno due punti interagenti, è che ciascuno di essi
possa " rivelare " la presenza dell'altro (  Art.5  ).
Questa condizione, analiticamente, si traduce nel fatto che ciascun punto sia capace di esercitare su tutti i punti dello spazio circostante
un'accelerazione radiale che li obbliga ad acquisire una condizione di equilibrio stazionario.
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Il punto " materiale " considerato esiste dunque se esercita sullo spazio fisico un'azione attiva, che si manifesta attraverso lo spazio
rotante  , che viene così generato. La materia si identifica dunque con lo spazio rotante, del quale presenta tutte le caratteristiche
( gravità e inerzia ).

Con questa concezione della materia diventa facile capire come la necessità di identificarla con qualcosa di "palpabile", che possa cadere
sotto i nostri sensi, sia piuttosto un nostro limite, dovuto proprio all'abitudine di sondare la realtà attraverso i nostri sensi.
Per liberarcene dobbiamo pensare di indagare l'universo senza il loro aiuto, scoprendo così un universo puramente teorico, costruito
con un nuovo concetto di esistenza  (  Art.1   ) .
Abbiamo detto che la quantità di materia Q esiste in un punto O dello spazio, se una quantità di materia arbitraria ( anche m 0 ),
posta alla distanza R , può rivelare la sua presenza.
Imponendo questa condizione, abbiamo visto che tutta la materia, qualunque sia il suo livello di aggregazione (anche m 0, dunque
puro spazio fisico), esiste perchè è attiva sullo spazio, imponendo ad ogni punto la legge universale (  Art.5  ) :

                                                      V² ⋅ R = K²

Scrivendo l'equazione del moto del generico punto  P ed imponendo i principi di conservazione dell'energia e del momento angolare

specifici ( riferiti cioè alla massa unitaria ), abbiamo dimostrato che essi vengono verificati solo dai valori del raggio che soddisfano la
relazione  (  Art.6  ;  Art.10  ) :
                                 Rn = R₁/n²      con   n = 0, 1, 2, 3, ecc.......
In qualsiasi spazio rotante si ha quindi una quantizzazione delle orbite stabili e questa
è una legge che ha valore universale.
Tutte le masse in equilibrio nello spazio rotante si concentrano quindi in corrispondenza di tali orbite.
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    Imponendo ancora la condizione di minima dissipazione di energia, e dunque di massima stabilità del sistema, abbiamo visto che una
sfera planetaria  m , in orbita sulla falda di raggio R, tende a raggiungere questa condizione con un moto rotorivoluente sincrono
Art.29  ), ossia con una velocità di rotazione uguale a quella di rivoluzione ( minimo valore della velocità di scorrimento rispetto allo
spazio fisico ).
Il raggio della sfera di spazio che soddisfa questa condizione è stato ricavato e vale :     
dove Kp²  e  Ks² rappresentano gli spazi rotanti associati alla massa planetaria e solare. Per esempio, per la Terra si ricava :

Generalmente la massa planetaria ha un raggio r << r.
L'azione stabilizzatrice che viene prodotta da questa condizione tendenziale risulta dunque molto scarsa in prossimità della superficie
della massa m e quindi, sempre per avere minimo scorrimento, essa rotorivoluisce con un nucleo di raggio  r  al quale lo spazio
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rotante planetario Kp² impone una velocità di rotazione uguale a quella di rivoluzione, che viene imposta dallo
spazio rotante centrale Ks², ossia tale che :

Per esempio, la Terra presenta un nucleo interno di raggio  r = 449,5 Km  in rotazione con velocità periferica uguale a
VT = 29,876 Km/sec.
In generale, in uno spazio rotante l'orbita stabile osservabile di raggio minimo è nota per definizione, i quanto si conosce il tipo di segnale
che si utilizza per l'osservazione e quindi anche "la sua velocità di propagazione rispetto al mezzo", che coincide con il valore massimo
raggiungibile da qualsiasi punto per poter essere ancora osservabile.
Nel nostro caso i rilievi vengono realizzati generalmente con segnali luminosi oppure con onde elettromagnetiche, che si muovono con
una velocità uguale a  Cl = 299792458 m/sec .Dall'equazione fondamentale              V²⋅ R = K²      si ricava così il
raggio dell'orbita sulla quale la velocità di equilibrio raggiungeil valore massimo           Rns = K²/Cl²     che rappresenta  il raggio
dell'orbita circolare minima osservabile associata al numero
quantico massimo 
ns .

Per poter utilizzare più agevolmente le relazioni che abbiamo ricavato e per uniformarci alla simbologia corrente, conviene modificare il
numero quantico come segue :

posto :   
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Nel caso particolare in cui sia le masse che generano lo spazio rotante che quelle planetarie risultano tutte uguali tra loro, come
generalmente accade nei sistemi atomici e subatomici (ma non si può escludere che possa accadere anche in altri casi), abbiamo visto che
le orbite che consentono l'equilibrio sono solo quelle che corrispondono ai valori interi del rapporto 
e la massa in equilibrio sul livello
p può assumere il valore massimo ( Art.10 ) :

                                                                                    mP = (2⋅p²)⋅ m1P

dove m1P è la massa unitaria in orbita capace di soddisfare l'equilibrio del momento angolare.
Essendo l'energia della singola massa presente sul livello   data da :           
solo in questo caso, " con m₁ costante ", la quantizzazione del raggio delle orbite e della velocità orbitale produce una
quantizzazione dell'energia .

E' questa l'origine della meccanica quantistica, che ha valore assolutamente universale e affatto legata alla costante di Planck, che, come
abbiamo visto nell'  Art.50  , è conseguenza e non origine della quantizzazione delle orbite.
In definitiva la sfera solare centrale, che genera lo spazio rotante, trasferisce allo spazio circostante l'energia necessaria per formare con
esso un sistema legato stabile.
Lo spazio rotante così formato è in perfetto equilibrio dinamico con la massa centrale generatrice e si oppone a qualsiasi perturbazione
esterna tendente a modificarlo.
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Questa tendenza a conservare l'equilibrio raggiunto è definita "inerzia dello spazio rotante".
La reazione dello spazio tendente a ripristinare l'equilibrio sarà uguale e contraria all'azione esterna che tende a perturbarlo. Essa
sarà
dunque proporzionale al volume di spazio perturbato e all'entità della perturbazione indotta.
Il volume associato a ciascun livello dello spazio rotante è proporzionale alla lunghezza dell'orbita

                                                 LP = 2 ⋅ π⋅ RP = 2 ⋅ π ⋅ R₁⋅ p² = π⋅ R₁⋅ (2⋅p²)

essendo (2⋅p²) il numero delle masse elementari che saturano il livello,  lo spazio occupato da ogni particella sarà : L₁ = π⋅R₁

indipendente dal livello considerato.
Lo spazio occupato da una particella ha sempre lo stesso valore, qualunque sia il livello considerato.
Per quanto riguarda l'entità della perturbazione, se il volume considerato è in equilibrio sul livello  p₁  e lo spostiamo sul  p₂ , la
perturbazione indotta dovrà essere proporzionale alla variazione dell'energia associata.
Se abbiamo il livello   saturo, il numero di " particelle elementari " in orbita sarà nP = (2⋅p²) e quindi " l'energia di legame " che
la massa centrale trasferisce a tutto lo spazio rotante associato a questo livello sarà :

indipendente dal livello considerato.
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Se la massa solare centrale, che genera lo spazio rotante  KSZ², è formata da un numero  Z  di masse  m1S  uguali tra loro, sarà :                                                   KSZ² = Z ⋅ KS1²
e quindi, sostituendo si ottiene :             
dove con KS1² abbiamo indicato lo spazio rotante generato dalla massa m1S .
Essendo, in condizione di equilibrio :       
Indicando con   R₁₁  il raggio della prima orbita dello spazio rotante generato dalla massa solare unitaria   m1S  ,  ponendo

R₁₁ = rp    per la prima orbita dello spazio rotante   KSZ² , si avrà :
        
si ottengono quindi le relazioni fondamentali :

sostituendo nell'espressione dell'energia, abbiamo :
     
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e quindi, in definitiva :       

Questa relazione è di straordinaria importanza per tutta la teoria degli spazi rotanti ed
" in particolare per la teoria 
della struttura dell'atomo e del nucleo
atomico ". 
Essendo tale energia indipendente dal livello considerato, la indicheremo con   E(Z)  , omettendo l'indice   , e la chiameremo
" energia per strato ".
La quantità in parentesi è una costante caratteristica della struttura della materia che vale :
    -- per l'atomo :
                                 m1P = me = 9.1093897⋅10⁻³¹ Kg

                   R₁₁ = R11e = 5.29177249⋅10⁻¹¹
m

                 KS1² = K₁₁² = Kp² = V11e²⋅ R11e = 253.2638995
m³/sec²
L'energia che il nucleo atomico spende per generare una falda (livello) dello spazio rotante, nel quale orbitano gli elettroni in
equilibrio, vale :
                    
indipendente dal livello considerato.
Per esempio, l'energia spesa per generare la porzione di spazio rotante che potrà essere occupato da una singola particella (elettrone)
risulta :
   
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per Z = 1  e  p = 1 si ottiene l'energia di legame dell'unico elettrone presente sul primo livello dell'atomo di idrogeno.
-- per lo spazio rotante nucleare, con la teoria del nucleo atomico abbiamo ricavato :                      m1P = (3/4)⋅ mp = (3/4) ⋅ 1.6726231⋅10⁻²⁷ Kg                       R₁₁ = R11p = 57.63978486⋅10⁻¹⁵ m                      KS1² = K₁₁² = Kn² = Kp²/2 = 126.6319498 m³/sec²Dove m1P indica la massa del protone orbitante polarizzato, R11P  il raggio della prima orbita nucleare associata al nucleo

con un solo neutrone centrale, Ks1² è uguale allo spazio rotante nucleare generato da un solo neutrone.
L'energia che il nucleo dei neutroni attivi centrali spende per generare una falda (livello) dello spazio rotante, nel quale orbitano in
equilibrio i protoni polarizzati e i deutoni, vale :
   
eseguendo i calcoli, si ottiene :     
e quindi, per ciascun protone nucleare in orbita :    
L'energia di legame del protone in orbita sul livello del nucleo di numero atomico   vale dunque :
       
per  Z = 1  e  p = 1  si ottiene il valore, noto per altra via, dell'energia di legame di un solo nucleone.

Considerando la relazione :
      

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possiamo calcolare il livello di confine  Ps  e quindi li numero di falde spaziali attivate complessivamente dalla sfera centrale.
Consideriamo, per esempio, l'isotopo dello stagno   Sn₅₀¹²⁰.
L'energia spesa per ogni livello risulta, in prima approssimazione :

                       E₀(50) = 17.20163444 MeVZ2/3 = 233.46 MeV

Le 70 masse elementari in orbita nello spazio rotante nucleare occupano un numero di livelli uguale a 3 saturi  più 22 unità di
massa in orbita sul quarto livello,
che si saturerebbe con 32 unità di massa.
Complessivamente lo spazio rotante generato è formato da quattro livelli per i quali i 50 neutroni attivi spendono l'energia :

                     ESR(50 ; 70) = E₀(50) ⋅ 4 = 233.46 MeV ⋅ 4 = 933.84 MeV

A questa energia è associata una massa inerziale :
      
Questa massa, inizialmente presente nei   50  neutroni centrali, non scompare, ma rimane presente, diluita in tutto lo spazio rotante
generato.
A ciascun volume  di spazio unitario :             L₁ = π⋅ R₁ = π⋅ R₁₁⋅ Z1/3
viene fornita un'energia :
      
dipendente dal livello occupato.
Per esempio, il volume L₁(50) , che occupa il primo livello, è legato al centro dello spazio rotante con un'energia :
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lo stesso volume, che occupa il quarto livello, è invece legato da un'energia :
          
Ad ogni elemento di spazio è quindi associata una massa, dipendente dalla

posizione occupata, che si ricava dalla relazione :    
e si ottiene quindi :                     

Lo spazio rotante nucleare si deve dunque pensare formato da un numero Na di neutroni attivi centrali aventi una massa complessiva
                              mNa = m⋅ Na – ΔmN = mn ⋅ Na – mSR

più la massa mSR data da :       

distribuita in equilibrio nello spazio fisico circostante.
Complessivamente lo spazio rotante con i ilvelli ancora vuoti presenta dunque un difetto di massa uguale a zero, essendo la
massa totale uguale ancora a  mNa = mn⋅ Na .
Per una migliore comprensione di quello che abbiamo esposto, consideriamo per esempio il nucleo atomico   Cd₄₈¹¹⁸ , che si
presenta con la configurazione seguente dei livelli nucleari (vedi l'equilibrio universale -teoria del nucleo atomico).
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Ec(MeV)/Es(MeV)  Sa    mc/ms   n 1      2     3      4       5     6      7     Ep(eV)/(p T1/2)   Ep  eV
p - T1/2
(1001. 40)/(1001. 6) Cd₄₈¹¹⁸ (117.90710)/
(117.90691)
48n 2+0 8+0 14+2 1+15 0+5 1+0 0+0 (523.0K)/(β⁻50.3m) 523.0K
β⁻50.3m

in cui  l'indice   c  indica il valore calcolato con l'espressione teorica e il valore sperimentale

Esso si presenta quindi formato da un nucleo centrale di  48  neutroni attivi,  26 protoni e  22  deutoni distribuiti sulle orbite
come è indicato nello schema, che " danno origine " a una massa teorica di 117.90710 amu ( valore della massa sperimentale
117,90691 amu ) .
Quando, durante il normale processo di evoluzione, il protone presente sulla sesta orbita " cade sulla quinta ", il nucleo diventa diverso,
ma le particelle componenti sono ancora quelle precedentemente indicate, con le stesse posizioni, eccetto l'ultimo protone, che è migrato
sul quinto livello.
Apparentemente il nucleo è ancora quello di prima e tuttavia il passaggio del protone dal sesto al quinto livello provoca l'emissione di una
energia uguale a :   
accompagnata da una riduzione della massa, verificata anche sperimentalmente :

Si tratta di una chiara trasformazione di materia in energia, che non dipende dalla configurazione iniziale del nucleo, che è rimasta
praticamente invariata, ma solo dalla posizione del protone che si è spostato.
Per studiare quello che può essere accaduto, possiamo dunque prescindere dalla distribuzione di tutte le altre particelle sulle orbite e
considerare solo il rapporto che esiste tra lo spazio rotante centrale, generato da  48  neutroni attivi ed il protone che si muove su
un'orbita.
Dato che le caratteristiche dello spazio rotante vengono definite solo dai 48 neutroni attivi centrali, lo spostamento del protone orbitale
non ha prodotto su di esso nessuna modifica. Dunque tutte le sue caratteristiche sono rimaste invariate.
Essendo il trasferimento del protone dal sesto al quinto livello l'unico evento che differenzia il nucleo finale da quello iniziale, si 
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dovrà associare al nucleo una massa dipendente dalla posizione delle particelle sulle orbite e quindi si deve concludere che :
La massa delle particelle in orbita in uno spazio rotante è definita dal livello occupato. Quindi il difetto di massa che viene
rilevato dopo la transizione   Δm = 0.0014946 amu  non è diluito su tutto il nucleo, ma solo sul protone che si è spostato.
Il protone è però una "particella elementare" e come tale è immutabile e non può aver perso massa (del resto, il discorso  può essere
ripetuto identicamente per una transizione di elettroni ).
Nel nucleo atomico, e più in generale nell'atomo, gli unici aggregati che hanno possibilità di perdere massa sono i neutroni, che non sono
delle particelle elementari, come talvolta erroneamente si sostiene.

In definitiva, con riferimento alla figura, la domanda che ci poniamo, a questo punto, è :
Per quale ragione un nucleo formato da particelle immutabili deve presentare una massa diversa dalla somma delle masse delle sue
particelle componenti? E nel caso specifico, per quale ragione lo stesso protone, se passa dalla posizione 6 alla 5 deve presentare una
massa diversa? E se non è il protone che ha cambiato il valore della massa, " quale parte del nucleo ha variato la sua massa "?
Ancora più inquietante risulta il passaggio inverso.
Supponiamo infatti di aver dato comunque una risposta alle domande che abbiamo posto e di avere ora il nucleo con il protone sul livello
5 , con un difetto di massa uguale a Δm , dunque con una struttura in qualche maniera modificata.
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Se forniamo al protone l'energia EP6/5 = 1.3922 MeV , esso si trasferisce dal livello al  , riacquistando la posizione e la
struttura iniziale. La domanda che ci poniamo è : che cosa ha riacquistato il protone? e in che modo lo ha fatto?
E come può perdere e riacquistare qualcosa una particella elementare, che, per definizione, è immutabile?
Si potrebbe obiettare che il protone è una particella elementare di confine e quindi, in certe condizioni potrebbe essere divisibile. Noi
sappiamo però che il discorso si applica identicamente ai livelli elettronici e l'elettrone ha stabilità assoluta.

Le teorie correnti non danno alcuna risposta e utilizzano la relazione     E ←→ m ⋅ Cl² come una reale trasformazione che si
realizza nei due versi.
In realtà, secondo la nostra concezione di materia, la relazione si dovrebbe scrivere nella forma :

                 (m + Δm) – E → m     ;     m + E → (m + Δm)

Secondo queste relazioni, fornendo oppure sottraendo energia alla particella elementare è possibile variare la sua massa di una quantità
proporzionale al valore dell'energia fornita, secondo la relazione :               ΔE = Δm ⋅ Cl²

E' chiaro che ci si deve chiedere sotto che forma si manifesta l'incremento di massa  Δm .
L'espressione analitica che normalmente si usa per descrivere il valore della massa inerziale in funzione dell'energia che viene fornita è
quella della massa relativistica :
                                      m = m₀/(1 – V²/Cl²)1/2
Secondo tale relazione, la massa  m di un corpo non è una quantità costante, ma è dipendente dal sistema di riferimento in cui viene
misurata, ossia dipende dalla velocità con la quale si muove rispetto all'osservatore. Vedremo l'origine e il significato di tale relazione in
un prossimo articolo. Facciamo qui solo notare come essa risulti in contraddizione con quanto si verifica nell'atomo e nel nucleo atomico,
dove lo spostamento di una particella verso il centro dello spazio rotante è accompagnato da un aumento anche notevole della velocità
con una riduzione della massa.
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La massa relativistica s'interpreta come il valore della massa inerziale   che viene avvertita quando s'impone un'accelerazione a una
particella di massa a riposo uguale a  m₀ già in moto con la velocità V.

L'espressione in realtà fornisce solo una " massa equivalente ", che è utile per descrivere il fatto che, per imporre la stessa accelerazione
alla particella, si deve spendere un'energia che aumenta con la velocità.
Se differenziamo l'espressione dell'energia cinetica, abbiamo :                  
Se la massa inerziale viene pensata come una caratteristica fisica intrinseca della materia, dunque indipendente dall'osservatore, sarà
dm = 0  e quindi la relazione ci dice che, se forniamo alla massa   l'energia  dE  , essa viene trasformata integralmente in
energia cinetica e si manifesta con un aumento  dV della sua velocità.
Se la velocità dei segnali utilizzati per l'osservazione è finita, abbiamo visto però che la velocità del segnale costituisce un limite per la
massima velocità che sarà possibile osservare con quel segnale (  Art.27   ) e quindi, nel nostro caso, si ha un incremento della velocità
sempre minore e per  V → Cl  si ha  ΔV → 0 .
Per verificare il principio di conservazione dell'energia, in queste condizioni, si dovrà ammettere che, fornendo energia, essa dovrà essere
immagazzinata sotto un'altra forma, precisamente con un aumento della massa  Δm  come suggerisce il primo termine.
E' chiaro che la struttura intima della particella non subisce alcuna variazione con la velocità.
Quello che cambia è solo la misura della massa, che mette in evidenza il fatto che, per produrre una data accelerazione, la forza che si
deve applicare aumenta con la velocità V della particella.
Se l'aumento della massa inerziale non si verifica sulla struttura fisica intrinseca della materia, ma dipende dalle condizioni di moto
rispetto al mezzo e rende conto dell'energia che allontana la materia dalla sua condizione di equilibrio con il mezzo stesso, il valore della
massa  m₀  che si associa alla condizione  V = 0  , deve avere lo stesso significato dell'incremento e quindi " non può essere una
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caratteristica intrinseca della materia ".
Ritornando quindi al nostro problema, la massa che associamo a un protone o a qualsiasi altro corpo che occupa un certo volume dello
spazio fisico, non rappresenta una sua caratteristica, ma l'inerzia che lo spazio fisico occupato oppone ad un'azione che tende a spostarlo.

Con riferimento alla figura, se tra i livelli  5  e   si realizza lo scambio di due volumi  P e P' di spazio fisico puro, non accade
assolutamente nulla, in quanto, trascorso il periodo transitorio, il sistema finale è icentico a quello iniziale.
Se il volume  P è occupato inizialmente da una massa  m₆  , il suo trasferimento sul livello   comporta una riduzione della massa
inerziale di tutto il sistema. Ci chiediamo per quale ragione questo accada.
Il confronto con il caso precedente in cui avevamo lo scambio tra due volumi di spazio fisico puro identici,PP', ci dice che il passaggio
da  P' a  P è lo stesso, mentre il passaggio dal livello 6 al 5 prima era stato realizzato con spazio fisico puro, mentre nel secondo caso
il volume P', inizialmente occupato da spazio fisico puro, dunque a bassa densità, viene sostituito dalla massa m₆ , che è un aggregato
di spazio fisico, dunque ad alta densità. Sperimentalmente, quando il processo è concluso, si osservano i seguenti fatti:
-- il trasferimento della massa   dal sesto al quinto livello si realizza spontaneamente, senza apporto di energia dall'esterno.

-- durante il trasferimento si ha emissione di energia, che si propaga per onde come perturbazione dello spazio.

-- la massa del sistema finale è minore di quella del sistema iniziale.

Prima di dare una risposta a queste domande, bisogna tenere presente che il processo si presenta perfettamente reversibile, ossia, se
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viene fornita alla massa m in orbita sul livello 5 , l'energia che è stata emessa durante il passaggio dal sesto al quinto livello, il sistema
riacquista tutte le caratteristiche iniziali e questo si verifica con qualsiasi massa, anche con le particelle elementari.
Se il discorso viene riferito a un atomo, possiamo escludere che il trasferimento possa variare la struttura delle particelle elementari
costituenti e quindi dobbiamo concludere che il sistema finale si differenzia da quello iniziale unicamente per la posizione della particella
che è passata dal livello 6 al 5.
La risposta alle due prime osservazioni è relativamente semplice, se si considera che la massa orbitante passa da un livello di energia
maggiore a uno minore.
Meno semplice è l'interpretazione della terza osservazione, che riguarda la riduzione della massa del sistema senza alcuna variazione
nella struttura dei componenti.
Consideriamo che la massa inerziale del sistema viene misurata attraverso la forza che bisogna applicare per produrre un'accelerazione
data. Dire quindi che il secondo sistema presenta una massa minore, vuol dire che oppone meno resistenza ai tentativi di perturbare il
suo equilibrio nello spazio. In realtà è quindi lo spazio che viene perturbato dallo spostamento del sistema e oppone resistenza
alle variazioni del suo equilibrio.

Come abbiamo già detto, tale resistenza, a parità di tutte le altre condizioni, dovrà essere proporzionale al volume di spazio che viene
perturbato.
Nel nostro atomo la sola differenza che riusciamo a vedere è la posizione della massa satellite che, nella configurazione finale occupa uno
spazio minore, essendo minore il raggio orbitale.
In definitiva, la massa inerziale non è una caratteristica intrinseca della materia, ma una caratteristica dello spazio che viene da essa
perturbato quando viene applicata una forza .
Se consideriamo, per esempio, un atomo con 6 orbite elettroniche ed applichiamo una forza F per spostarlo nello spazio con una
accelerazione a , il contributo degli elettroni alla massa misurata dell'atomo dipende dall'orbita occupata.
Il contributo di quelli presenti sulle orbite interne è molto piccolo, in quanto piccolo è il volume di spazio fisico da essi occupato
e
perturbato, durante il moto accelerato.
E' importante sottolineare che, contrariamente a quello che normalmente viene ritenuto, non si realizza una vera e propria
trasformazione
della massa in energia o viceversa, ma due trasferimenti simultanei realizzati da soggetti diversi e distinti.
il trasferimento del protone (spazio fisico ad elevata densità) produce una grande riduzione dello spazio che viene perturbato, mentre un
uguale volume di spazio fisico puro compie la transizione inversa, che dà invece origine ad un modesto aumento del volume di spazio
fisico perturbabile.
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Tra le due azioni prevale, naturalmente, quella del protone ed il risultato finale è una riduzione della massa inerziale dell'atomo.
Normalmente si associa questa riduzione della massa all'energia emessa con la nota legge  ΔE = Δm ⋅ Cl² ( che analizzeremo
dettagliatamente in un prossimo articolo ).
In realtà non esiste una relazione diretta fra  ΔE  e  Δm , in quanto sono associati a due processi assolutamente indipendenti :

La riduzione della massa  Δm è dovuta a una diminuzione del volume occupato dal protone sull'orbita ed è una situazione non
transitoria, ma definitiva, in quanto la massa dell'atomo misurata dopo il trasferimento dà in qualsiasi momento un valore ridotto rispetto
a quello iniziale.
L'energia emessa  ΔE  è invece dovuta al fatto che il protone giunge sul quinto livello con l'energia e il momento angolare associati al
sesto livello, per cui si ha un eccesso rispetto ai valori necessari per l'equilibrio sull'orbita.
Nell'  Art.16   abbiamo visto che lo spazio rotante tende a conservare l'equilibrio e quindi, analogamente a quanto accade in un circuito
elettrico RLC con la capacità inizialmente carica, oscilla attorno alla condizione di equilibrio scambiando continuamente l'eccesso di
energia con lo spazio rotante, fino a quando esso si esaurisce.
L'oscillazione generata dalla perturbazione e quindi l'energia ad essa associata, si propaga nello spazio (  Art.20   ) per tutta la durata del
transitorio ed è uguale alla differenza :     
Nell' Art.9   abbiamo visto che la velocità massima raggiungibile da una massa per essere ancora osservabile è quella dello strumento
utilizzato per realizzare l'osservazione e quindi, nel nostro caso la luce.
L'orbita sulla quale la velocità di equilibrio è uguale a quella della luce rappresenta quindi l'orbita minima raggiungibile che abbiamo
indicato con
                        r1s = Ks²/Cl²      con il numero quantico associato  pns .

Su questa orbita il contributo del protone alla massa atomica assume il valore minimo, che possiamo chiamare mns .
Per semplificare l'esposizione, consideriamo l'atomo di idrogeno.
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All'orbita minima dello spazio rotante del protone è associato il numero quantico uguale all'inverso della costante di struttura
fine
Art.9  ) :

Indicando con me0 la massa dell'elettrone fermo (sull'orbita associata a p∞ ), sul livello p la sua massa assume il valore :
   
e quindi:         
All'orbita minima   r1p  è associato il numero quantico   p = 1/pns  e quindi il valore minimo della massa dell'elettrone in orbita
risulta :
                                           memin = mens = me0/2

Il trasferimento dell'elettrone da  R  a  r1p comporta quindi una apparente riduzione della sua massa del 50%.
Difronte a questo risultato si dice che la massa dell'elettrone si è dimezzata perchè metà si è trasformata in energia, che è stata emessa
come fotone secondo la relazione ΔE = Δm ⋅ Cl² .
Questa interpretazione è però in contraddizione con il fatto che l'elettrone è una particella elementare e, come tale, è immutabile.
E' certamente più corretto dire che l'elettrone non è cambiato, anche se durante il trasferimento sull'orbita ha creato una perturbazione
nell'equilibrio preesistente dello spazio rotante il quale, per soddisfare i principi di conservazione, è entrato in auto oscillazione irradiando
l'energia in eccesso.
Nella posizione attuale l'elettrone che si è trasferito occupa un volume di spazio minore di quello iniziale e quindi, qualora si dovesse
spostare l'atomo, minore sarebbe il volume che verrebbe perturbato durante lo spostamento. L'elettrone, come particella, è rimasto però
invariato. Infatti, se esso viene riportato nella posizione iniziale la massa inerziale dell'atomo riacquista il valore di partenza.
In realtà non è dunque una parte dell'elettrone che si è trasformata in energiain quanto quella emessa è l'eccesso ( posseduto
19
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dall'elettrone ) rispetto al valore richiesto per restare sulla nuova orbita.
Questo è un processo che si verifica per ricreare, nello stesso atomo, con le stesse particelle, una condizione di equilibrio.
Altro fatto (indipendente dal primo) che si verifica è una riduzione della massa dell'atomo con le particelle nella nuova configurazione.
Dato uno spazio rotante con una massa satellite, possiamo dire che la sua massa inerziale è direttamente proporzionale al raggio
dell'orbita, essa aumenta dunque con uno spostamento verso l'esterno e diminuisce con uno spostamento del satellite verso il centro.
Essendo l'energia di equilibrio della massa satellite direttamente proporzionale al raggio dell'orbita, per spostarla verso l'esterno
dobbiamo fornirle la differenza di energia tra i valori associati all'orbita finale e iniziale.
Essendo il risultato finale un aumento della massa inerziale dell'atomo, si dice sinteticamente che abbiamo trasformato l'energia in
materia ovvero, che si è realizzata la materializzazione dell'energia.
In realtà questa affermazione non è corretta, in quanto la materia non è caratterizzata solo dalla massa inerziale, ma anche dalla massa
attiva (  Art.14  ) , che non si modifica con le dimensioni e quindi non è cambiata ( principio di conservazione dello spazio rotante  Art.47   ,
Nello spostamento verso il centro l'energia di equilibrio sull'orbita finale è minore di quella iniziale, per cui il sistema, la deve espellere
dallo spazio rotante, per raggiungere una condizione di equilibrio.
Essendo il risultato finale una riduzione della massa atomica, si parla di un processo di annichilazione, ossia di trasformazione della
materia in energia, senza considerare che la massa attiva dell'atomo non è variata.

In definitiva ci troviamo difronte a due grandezze caratteristiche di un sistema   e   , entrambe direttamente proporzionali alla
grandezza C , secondo le relazioni :                   A = k₁⋅ C      ;       B = k₂⋅ C
ne deriva :                             A = k ⋅ B
Questa relazione non dice affatto che le grandezze A e sono equivalenti e comunque trasformabili una nell'altra, ma semplicemente
che, quando nel sistema viene variata la grandezza , variano anche A e B con la variazione di A  k volte maggiore di quella di B.
Le due grandezze A e B sono però assolutamente indipendenti fra loro e si potrebbero addirittura riferire a sistemi diversi e lontani fra
loro, dunque senza alcun collegamento.
E' chiaro quindi che, se abbiamo due sistemi, in particolare due atomi, che, nonostante siano formati dalle stesse particelle elementari
(che sono per definizione indivisibili ed immutabili) , manifestano una diversa massa inerziale, non possiamo e non dobbiamo indagare
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sulla loro storia per giustificare questa differenza, ma limitarci all'analisi della situazione attuale, che evidenzia come unica differenza la
posizione delle particelle, alla quale si dovrà attribuire la causa delle differenze manifestate nella massa inerziale.
Nell'  Art.13   abbiamo visto che tutti i nuclei atomici irradiano regolarmente energia nello spazio durante il graduale l'accostamento delle
masse orbitanti all'orbita circolare stabile, diminuendo così la propria massa.
Questo processo è però tanto lento da risultare impercettibile e nessuna delle teorie correnti lo prende in considerazione.
Si tratta però di un continuo processo di apparente trasformazione di " materia " in energia.
Teniamo presente che non è possibile rilevare il valore della massa di una singola particella in orbita, mentre si rileva facilmente il valore
della massa inerziale dell'intero atomo, con il significato corrente di massa gravitazionale.
In parole semplici, "possiamo pesare un atomo" e ricavare la massa come per qualsiasi altro oggetto, ma non possiamo pesare le
singole particelle 
costituenti per poter dire che la somma delle loro masse è uguale a quella dell'atomo.

La massa delle particelle in orbita è possibile ricavarla " solo come massa equivalente ", capace di soddisfare il bilancio energetico.
Del resto, se anche avessimo la possibilità di rilevare direttamente la massa di ogni singola particella, " troveremmo sempre lo stesso
valore m₀ , associato alla particella non legata ", in quanto il difetto di massa è prodotto dallo spazio rotante e non dalle particelle
in orbita.
Nell'  Art.11  abbiamo calcolato la massa inerziale dell'universo osservabile attuale, che è risultata  mu = 1,746 ⋅10⁴⁵ Kg.
Lo spazio rotante ( ovvero la massa attiva ) generato dall'universo osservabile attuale risulta quindi :

                              Ku² = G ⋅ mu = 1,165 ⋅ 10²⁶ Km³/sec²

Nell' Art.7 abbiamo visto che l'intero universo ( non solo quello osservabile ) deve la sua esistenza alla periodicità con la quale si espande
e si contrae.
Tenendo conto del limite imposto dai nostri mezzi di osservazione, ossia la velocità della luce, calcoliamo il raggio minimo che l'universo
raggiunge durante la fase di contrazione, prima di diventare invisibile.
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Nell'  Art.8  abbiamo visto che l'universo è nella fase di espansione ed oggi ha raggiunto un raggio Rua = 4,4175 ⋅10⁹ al

ed una distanza massima osservabile sulla superficie della sfera cosmica uguale a                 Lmax = 13,88 ⋅ 10⁹ al.

In base alla dinamica descritta nell'  Art.7  , la fase di espansione dell'universo inizia ancora prima che esso diventi osservabile, e quando
raggiunge il valore del raggio Rumin diventa rapidamente visibile con una massa uguale a metà del valore attuale. Proseguendo poi
nell'espansione con velocità sempre più ridotta, ha raddoppiato la massa in un tempo di circa tua = 13,88 ⋅ 10⁹ anni.

L'osservazione astronomica ci dice che l'universo osservabile si trova oggi in una fase di espansione accelerata e
questo, in base alla gerarchia prevista dalla teoria degli spazi rotanti, vuol dire che l'universo che osserviamo si
muove come massa satellite su un'orbita dell'intero universo, di cui non è possibile
fornire dati.
Il fatto che l'espansione sia accelerata, ci dice però che, analogamente a quanto accade nel sistema Terra-LunaArt.43   ), il nostro
universo, nella sua lenta corsa verso il centro dello spazio rotante universale accelera. Non ci sarebbe però
alcuna espansione se la sua 
superficie si trovasse all'interno del
punto neutro ".

Pur non avendo dati per calcolare il punto neutro, possiamo però certamente affermare che, se la superficie del nostro universo
si espande con moto 
accelerato, il suo punto neutro rispetto allo spazio rotante centrale è minore del suo raggio attuale
Rua = 4,4175 ⋅ 10⁹
al .
Purtroppo altro non riusciamo a dire sull'intero universo perchè non faremmo più scienza, ma illazioni e pseudoscienza.
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