Art.3 -- Prima del tempo- origine dello spazio fisico e dell'universo primordiale -- Antonio Dirita

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Abbiamo visto che l’esistenza di qualsiasi cosa viene percepita unicamente attraverso lo spazio di memoria che viene
occupato. 
L’esistenza di un punto è resa quindi possibile solo dalla presenza di un altro punto, che registra la
sua posizione in un punto della memoria al quale viene associato un preciso istante nella sequenza temporale.
Dunque nessuna realtà fisica potrà essere immaginata fuori dal tempo.

Se vogliamo ora applicare all’intero universo, la condizione di esistenza che abbiamo indicato,ci rendiamo subito conto
che le difficoltà che si presentano sono praticamente insuperabili. E’ infatti impossibile, per definizione di universo,
avere un osservatore ed una memoria esterna come supporto per il tempo.
Definire dunque l’esistenza dell’universo utilizzando la nozione del tempo non è possibile e quindi,visto che comunque
della sua esistenza noi abbiamo piena coscienza, si debbono cercare altre vie.

Il primo e più semplice approccio al problema può essere un profondo atto di fede per poter dire
che l’universo 
esiste in quanto è stato creato “ dal nulla “ da un ” Essere Supremo “, che ne ha
definito
tutta l’organizzazione.
In questa maniera diventa possibile analizzare i fatti che si osservano senza dover necessariamente fare indagini sulle

ragioni che li rendono possibili, in quanto l’onnipotenza di Dio rende tutto fattibile.

In alternativa, possiamo considerare l’universo creato dal ” nulla “ non da un Essere Supremo, ma dal
“Big Bang”
, una immane esplosione “ del nulla ”che conservava in sè tutte le caratteristiche necessarie

per generare l’ordine successivo.

A parte la diversa formulazione, entrambe le alternative,rappresentano nella sostanza
un atto di fede, anche se la seconda viene oggi molto accreditata 
presso la comunità
scientifica.

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Anche se non pensiamo di dare risposte definitive, in questa sede, vogliamo comunque tentare un approccio diverso
al problema, tenendo presenti le considerazioni che sono state fatte finora.
Innanzitutto dobbiamo osservare che, non essendo possibile disporre di un osservatore esterno, si deve escludere la
esistenza di un tempo universale nel quale dovrebbe durare l’universo per poter esistere.
A questo punto abbiamo dunque due scelte :
— negare l’esistenza dell’universo 
— ricercare un universo senza tempo, ossia un universo la cui esistenza sia indipendente dal tempo.

Non abbiamo nessun valido elemento per privilegiare una delle due soluzioni,per cui dobbiamo considerare
entrambe le possibilità.

La prima soluzione è giustificata dal fatto che noi siamo parte dell’universo e quindi lo osserviamo dall’interno,
acquisendo così consapevolezza 
dell’esistenza solo della parte che cade entro il nostro raggio d’azione.

Questo non implica però l’esistenza del tutto, in quanto potrebbe esistere una parte oscura perfettamente
speculare, con caratteristiche fisiche complementari, tali da fornire globalmente 
caratteristiche di valore nullo.
Inoltre si deve considerare che la nostra consapevolezza non è affatto indice di esistenza oggettiva di quello che
osserviamo.

In assenza di un osservatore, chi potrebbe dire che esiste qualcosa ?

Noi pensiamo di essere, e forse lo siamo, "osservatori privilegiati " e questo condiziona molto l’interpretazione dei
fenomeni che osserviamo e di tutto l’universo.

Per ridurre il condizionamento, immaginiamo di fare un viaggio a ritroso nella evoluzione presunta dell’universo e, in
particolare, del nostro mondo. Dopo ogni passaggio verifichiamo se esiste ancora la possibilità di avvertire l’esistenza
dell’universo.
Dato che l’esistenza di qualsiasi cosa può essere percepita solo attraverso la sua interazione con un punto dello
spazio circostante,
procedendo in questa direzione, avvertiremo la presenza dell’universo fino al punto in cui la
materia si riduce a particelle elementari interagenti fra loro.

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Se procediamo ancora a ritroso, giungiamo ad una dimensione minima in corrispondenza della quale "si ha uno
spazio fisico formato da soli punti di dimensioni infinitesime, interagenti fra loro".

Ciascun punto vedrà tutti gli altri come universo, osservato dall’interno, esteso a tutto il loro raggio d’azione.

Il punto dello spazio  S0 , avente raggio r 0 , capace di interagire con tutti gli altri, diventa dunque il
minimo livello di aggregazione della
materia.

Osservando la materia organizzata fino al livello atomico (ma anche oltre), si vede che qualsiasi interazione è sempre
accompagnata da una rotazione di particelle su se stesse.
Se associamo la capacità d’interazione alla rotazione di S0 su se stesso, vediamo che l’unione di punti rotanti nello
stesso verso dà origine ad aggregati con rotazione ancora nello stesso verso che si presentano come un punto dello
spazio avente raggio (2⋅r₀) → 0
                                             figura 7

L’unione di elementi rotanti controversi porta invece ad un aggregato che si presenta ad un osservatore come un
punto di dimensioni infinitesime avente rotazione propria uguale a zero e dunque "assolutamente incapace di
interagire con lo spazio circostante".

Uno spazio formato da coppie di questo tipo non è più rilevabile e quindi non esiste come universo primordiale e può
rappresentare ” lo spazio vuoto iniziale ”dal quale
si è separato lo spazio fisico" che evolverà nell’universo che

studieremo in altro capitolo.
Il nulla o lo spazio vuoto altro non è che spazio fisico prima
della separazione degli elementi controversi.

Lo spazio vuoto che è stato così individuato esiste come risultato teorico, ma non è osservabile e dunque di
fatto non esiste.
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Esso si identifica quindi con lo spazio geometrico, che è un concetto astratto, nel quale non è possibile trasferimento
di energia o qualsiasi altra azione.

L’universo non è quindi una entità preesistente, ma ” una
costruzione 
teorica avente lo spazio geometrico come base
di partenza “.


Per quanto riguarda la scelta di un universo senza tempo, ricordiamo che qualsiasi sistema è indipendente dal
tempo solo se 
è assolutamente statico oppure se si evolve in maniera “perfettamente” periodica.

Nel nostro caso, l’osservazione astronomica ci riferisce di un universo che si presenta in evoluzione e quindi optiamo
per la seconda soluzione.

Il nostro problema sarà dunque " definire un universo capace di subire, su grande
scala,
una evoluzione periodica "
per un tempo indefinito, 
senza inizio nè fine.

Cominciamo con l’osservare che, se è dato un ambiente, comunque esteso, definire in esso una qualsiasi entità,
vuol dire distinguerla dalle altre presenti
 attraverso la definizione delle caratteristiche di tutti i suoi punti. Questo

significa che tutti i punti che appartengono all’entità che viene definita presentano le  proprietà e caratteristiche
particolari, che vengono richieste per provarne l’appartenenza.

I punti che non presentano quelle caratteristiche non vi appartengono e sono dunque qualcos’altro.
Se l’entità considerata è infinitamente estesa ( nel senso che occupa tutti i punti dello spazio geometrico ), non
possono esistere, in quello spazio, altri punti che non le appartengono. Le eventuali caratteristiche particolari, che i
suoi punti dovrebbero presentare per poter testimoniare la loro appartenenza, non potranno certamente essere
definite, in quanto non possono esistere punti diversi dai quali distinguersi.
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In altre parole, non sarà mai possibile definire l’esistenza di qualcosa che sia infinitamente esteso, in quanto l’ambiente
nel quale esso si dovrà distinguere (per la definizione data di esistenza) dovrà necessariamente contenere altri punti
con caratteristiche diverse.

In base a queste semplici considerazioni, all’esistenza di qualsiasi cosa non si potrà mai dare valore assoluto, ma
sempre relativo all’ambiente che viene preso in considerazione.
Nel nostro caso, assumiamo come ambiente ” lo spazio geometrico “ che, essendo un pensiero astratto, può essere
considerato, senza altre indagini, con il significato noto dalla geometria euclidea, infinitamente esteso e quindi adatto
a contenere il ” tutto “.

Se in tale ambiente individuare l’universo appena formato,ossia se vogliamo considerare “l’istante iniziale”,
dobbiamo pensarlo privo 
di materia organizzata e senza alcuna evoluzione in corso passata.

Dobbiamo quindi immaginare l’universo iniziale come lo”spazio fisico puro ”visto nell’istante in cui si separa
e si distingue dal restante 
spazio geometrico.

La separazione si ottiene considerando le diverse caratteristiche dei suoi
punti, 
che vengono indicati come “ elementi spaziali fondamentali ”.

Essi rappresentano così i più piccoli ”punti” distinguibili nello spazio fisico puro (universo primordiale).

In definitiva, ci troviamo, a questo punto, uno spazio geometrico infinitamente esteso in cui ” si separa “ uno spazio
fisico puro, il quale viene identificato come ” universo “.

I suoi punti si distinguono dal restante spazio geometrico, che viene indicato come il “nulla”.
Secondo questa impostazione, l’esistenza del nulla è condizione necessaria per poter definire un universo primordiale,
mancante cioè di qualsiasi struttura organizzata. E’ altresì indispensabile che gli elementi spaziali che costituiscono lo
spazio fisico puro non siano uniformemente distribuiti nello spazio geometrico, ma separati dal nulla da un
confine ben preciso, altrimenti si verrebbe a generare nuovamente uno spazio avente caratteristiche omogenee e si
ricadrebbe così nell’impossibilità di poter distinguere e definire in esso qualcosa.
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Si tratta, a questo punto, di definire in dettaglio le caratteristiche dello spazio fisico puro
che abbiamo identificato con l’universo primordiale.

Avendo ipotizzato, nello spazio fisico iniziale, la totale assenza di evoluzione in corso e la "assoluta impossibilità" di
individuare in esso qualsiasi forma di materia organizzata ( universo appena separato dal nulla ), tutti i suoi punti
debbono essere equivalenti, con le stesse caratteristiche e non deve esistere nulla che possa distinguerli, nemmeno la
posizione.

Essa sarebbe infatti comunque un elemento di distinzione che si potrebbe utilizzare per definire il primo livello di
organizzazione della materia presente dopo una prima fase di evoluzione.

Per poter definire dunque un universo iniziale, non devono essere presenti nè confini, nè punti o direzioni
privilegiate,
in modo che lo spazio fisico puro, che forma l’universo primordiale, si presenti sempre con la stessa

configurazione, indipendentemente dalla direzione e dal punto d’osservazione.
Dal punto di vista geometrico,restando nell’ambito della geometria euclidea,alla quale tutto sembra più adatto, l’unica
figura che consente di ottenere uno spazio non infinito, con tutte le caratteristiche richieste, "è la superficie sferica
formata da ” punti
 (elementi spaziali) uniformemente distribuiti.

Ne risulta così un universo avente due dimensioni, che si
sviluppa 
solo e tutto sulla superficie curva della sfera.

L’esistenza di una terza dimensione, finita, in direzione perpendicolare alla superficie della sfera,nell’universo iniziale,
deve essere esclusa in quanto creerebbe un confine con conseguente possibilità di distinguere i suoi punti utilizzando
la posizione.
Questa disposizione potrebbe dunque essere interpretata come primo livello di organizzazione, che si ottiene dopo
una prima fase di evoluzione che però noi abbiamo escluso per ipotesi (stiamo andando alla ricerca dell’origine).
Definita la geometria, si tratta ora di scegliere le caratteristiche specifiche da assegnare ai singoli punti che formano lo
spazio fisico puro.
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E’ chiaro che, conoscendo noi l’universo che si è poi evoluto, la nostra scelta non potrà essere arbitraria, ma
deve essere tale da consentire 
allo spazio fisico che ne deriva di dare origine a tutti i fenomeni che noi oggi
osserviamo nel nostro universo.
A tale riguardo, osserviamo che, se ci accingiamo ad elaborare una  ”teoria del tutto“, ammettiamo,
implicitamente, la sua reale esistenza.
Se dunque si considera che essa, per definizione, deve descrivere tutto l’universo con le stesse leggi, iniziare la

sua elaborazione implica l’ipotesi iniziale che le caratteristiche della materia debbano essere indipendenti dal suo livello
di aggregazione.

In base a queste osservazioni,l’elemento spaziale dovrà presentare le stesse caratteristiche della materia,
da 
quella ordinaria, che si è organizzata in ammassi galattici, a quella che si trova ancora nella fase di puro
spazio fisico.
Vedremo in seguito che, per la verità, questa situazione non corrisponde alla realtà fisica, ma risulta una conseguenza

del fatto che noi ed i nostri mezzi di indagine abbiamo dei limiti che si riflettono su qualsiasi teoria universale.

E’ dunque utile tenere presente quanto segue :
1 — tutte le trasformazioni che si verificano nell’universo sono  sempre  riconducibili a scambi di ” forze “.

2 — tutto l’universo osservabile ci appare disseminato di qualcosa che noi chiamiamo materia “, che
presenta la capacità di aggregarsi e 
disgregarsi continuamente.

3 — tutto ciò che occupa spazio nell’universo, indipendentemente dal livello di aggregazione, è sempre
animato di moto ” rototraslatorio “
che si sviluppa, quasi sempre su un piano privilegiato.

4 — da qualsiasi punto ed in qualunque direzione si osservi, l’universo ” rivela sempre la stessa
organizzazione “,
anche per i punti che si 
trovano ad una distanza da noi uguale a 10²⁴ Km , valore
massimo osservabile.

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Per quanto riguarda il primo punto, va precisato che il concetto di forza come grandezza fisica è stato introdotto
come comodo strumento per studiare il comportamento dei corpi
che ci circondano nelle condizioni ordinarie,

ma si è rivelato di natura e significato assolutamente incerti per le applicazioni fuori dall’ordinario.
Essendo il nostro universo primordiale certamente in condizioni non comuni, prima di utilizzare il termine sarebbe
necessario fare qualche precisazione.

Tuttavia, per i nostri scopi attuali, lo useremo con il significato comune, senza ulteriori indagini.
Anche il termine "materia" non ha un significato ben definito, scientificamente, ed è stato preso con il senso
dato nel linguaggio comune.

Nell’universo primordiale essa non compare e dunque, per adesso, non crea particolari problemi. Quando verrà usato,
se non viene diversamente specificato, il termine materia dovrà inizialmente intendersi con il significato corrente.
Il terzo e quarto punto portano, ragionevolmente, ad ipotizzare che le leggi che regolano l’equilibrio e l’organizzazione
dell’universo "non siano il risultato di una  comunicazione  diretta tra i diversi  elementi spaziali “, difficile da
immaginare ad una distanza di circa 10²⁴ Km , ma che siano scritte negli elementi spaziali stessi.
Solo in questo modo l'organizzazione potrà essere rigorosamente la stessa ovunque ed a qualsiasi livello di
aggregazione.

Ricordando quanto abbiamo finora esposto, immaginiamo lo "spazio puro" formato dagli elementi spaziali o punti
materiali, che abbiamo indicato con S₀ e si presentano come sfere rotanti indeformabili, aventi raggio r₀ piccolo a
piacere (r 0), distribuiti uniformemente e con continuità sulla superficie di una sfera di raggioR.
La capacità degli elementi spaziali di distribuirsi uniformemente sulla sfera si ottiene automaticamente assegnando a
ciascuno di essi la possibilitàdi trasferire attraverso ogni punto della sua superficie un'azione specifica f₀ costante ed
indipendente dalla direzione.

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Assegnando ancora a ciascun elemento spaziale la possibilità di ruotare su se stesso con una velocità periferica V₀ nel
verso orario oppure antiorario, la continuità dello spazio fisico e la presenza dell'azione f₀ creeranno una rotazione
nei due versi con distribuzione esattamente al 50 % , come è rappresentato in figura 5
figura 5
Quello che, a questo punto, ci proponiamo di fare è dimostrare che :

Senza introdurre alcuna ipotesi restrittiva e senza dover fare ricorso a dati
empirici, utilizzando unicamente i metodi impiegati normalmente 
nella
meccanica 
razionale, lo spazio fisico puro così definito si evolve 
spontaneamente e si organizza,
generando tutte le strutture ed 
i fenomeni che si manifestano oggi nell’universo, sia a livello atomico che
astronomico, fino al ” grande attrattore “.

Tutto questo viene ottenuto utilizzando una sola forza ed una sola legge del moto, le quali consentono l’equilibrio
solo in condizioni ben precise, dalle quali deriva la configurazione dell’universo da noi osservata. Il verificarsi di queste
condizioni porta anche alla quantizzazione generale di tutte le grandezze fisiche che caratterizzano il moto, inclusa
quella nota e largamente utilizzata in campo atomico.
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Come si può vedere,abbiamo scelto le caratteristiche dell’elemento spaziale primordiale esattamente coincidenti con
quelle della materia organizzata.
Questo equivale ad assumere come principio guida per tutta la teoria il fatto che le caratteristiche
della materia
siano del tutto indipendenti 
dal livello di aggregazione e quindi
che  ” 
tutte le leggi della fisica debbano avere validità assolutamente universale “.

Inoltre, dato che le leggi che governano gli equilibri sono state derivate dalle caratteristiche di un elemento di spazio
estremamente semplice e privo 
di struttura interna, esse non potranno che essere poche ed elementari ed il

nostro scopo sarà quello di cercarle.
Cercheremo dunque l’espressione di un’unica forza che,per avere validità generale, deve essere applicabile a qualsiasi
livello di aggregazione e quindi dovrà risultare necessariamente indipendente dalle particolari caratteristiche della
materia organizzata.
Indicheremo questa espressione come ” forza universale ” o ” forza unificata “.

Analogo discorso si può fare per la condizione di equilibrio, che dovrà avere validità generale, applicabile a tutti i livelli
di aggregazione e dunque dovrà essere descritta da una espressione molto semplice che indicheremo come
 ” condizione di equilibrio universale .

Applicando queste espressioni agli aggregati astronomici, ricaveremo tutte le orbite, velocità ed altre caratteristiche di
tutti i sistemi satellitari, planetari, stellari e galattici.
Applicando le stesse relazioni agli aggregati atomici e subatomici, potranno essere ricavate sia la struttura dell’atomo e
del suo nucleo, che "l’espressione teorica dell’energìa di legame", di cui oggi è disponibile
solo un' espressione 
semiempirica.

Studiando il nucleo atomico con l’espressione teorica dell’energia di legame, verranno giustificati i comportamenti già
noti, mettendo anche in evidenza il meccanismo di formazione dei neutroni al suo interno.
Usando la stessa relazione, ricaveremo infine il valore teorico della massa di tutti gli isotopi naturali fino al numero
atomico Z = 120 , che rappresenta il limite assoluto, previsto dalla teoria per il numero di elementi sintetizzabili
nell’universo.
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Ritornando ora al nostro universo, iniziamo ad analizzare il primo passo possibile verso l’evoluzione partendo dalla
schematizzazione di figura 6.
figura 6
Se indichiamo con  Rmax il raggio delle sfera universale con tutti gli elementi spaziali  S0 , disposti sulla sua superficie,
perfettamente a contatto tra loro, su un unico strato, lo spessore dello spazio puro sarà (figura 5) :
                                                         dR = 2⋅r₀
il volume occupato da tutto lo spazio nella condizione iniziale sarà quindi :

                                                                            V0 = 4⋅π⋅ Rmax²⋅2 • r₀ .

Se gli elementi spaziali  S0  sono indeformabili per definizione, qualunque sia l’evoluzione della sfera cosmica, tale
volume resterà costante.

Il numero di elementi spaziali che agiscono in ogni momento sulla superficie unitaria, ovvero la densità di elementi
spaziali
, sarà :

                                                                               δs = Ns = (Rmax / R)² 
 
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Se ora, con riferimento alla figura 5, consideriamo una superficie elementare  dS = R²⋅dα , per la indivisibilità di S0 ,
possiamo porre :
                                                                                         dS = π⋅(r0)2
e la forza F0 che tale superficie scambia con gli elementi contigui fa nascere una componente radiale :

dFr = F0sen(dα0)

e, per un limite notevole, si ha :                               dFr = F0

La pressione che gli elementi spaziali distribuiti sulla superficie della sfera esercitano verso il centro O vale :

                  P = dFr/dS = (F₀⋅ dα)/(R²⋅ dα) = F₀/R²

Essendo uguale a zero la pressione esercitata dal " nulla " all'interno  della sfera, sotto l'azione della pressione  P essa
si contrae.
La contrazione produce un aumento della densità superficiale  δs  con un ulteriore aumento della pressione  P , per
cui, man mano che diminuisce il valore del raggio R della sfera, aumenta la velocità radiale di contrazione fino al valore
massimo osservabile Vmax ,che verrà raggiunto in corrispondenza del valore minimo osservabile del raggio Rmin .
La riduzione del raggio  , associato alla contrazione della sfera, produce una riduzione della sua superficie e quindi
anche uno scorrimento superficiale di tutti gli elementi spaziali.
Essendo   r0 ,  è sufficiente che si produca un piccolo spostamento relativo perchè si abbiano elementi spaziali
rotanti equiversi vicini con conseguente aggregazione, nei modi mostrati in figura 7.
figura 7
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Quando questo accade, il punto  O  di contatto rimane fermo nello spazio, per cui i due elementi spaziali iniziano a
ruotare attorno ad esso, se le condizioni sono tali da consentirlo.
Bisogna infatti tenere presente che, affinchè possa iniziare la rotazione, sarà necessario che la coppia motrice che tende
a far ruotare l’aggregato riesca a vincere la forza di legame tra l’aggregato e lo spazio circostante in modo da permettere
lo scorrimento.
La coppia motrice aumenta man mano che cresce il numero di elementi che si aggregano.

Se indichiamo con  N₁ il numero di elementi aggregati in corrispondenza del quale si verifica la rottura di questi legami,
lo scorrimento superficiale che si crea, benché minimo, rappresenta un confine tra l’aggregato, che chiamiamo A₁ e lo
spazio circostante. Nasce così nello spazio fisico puro iniziale qualcosa che si distingue da esso anche se è formato dagli
stessi elementi spaziali.
Questo fatto è di un’importanza eccezionale, in quanto “rappresenta il primo passo evolutivo dell’universo verso la
materia organizzata”.

L’esistenza dell’aggregato   A₁ nello spazio è quindi legata unicamente alla sua velocità relativa rispetto agli elementi
spaziali circostanti. Essi soltanto possono dunque rivelarne la presenza.
Qualora tale velocità dovesse, per una ragione qualsiasi, annullarsi, il nuovo aggregato  A₁ cesserebbe di esistere.
Questa osservazione ci consente di  interpretare la materia presente nell’universo semplicemente
come ” manifestazione 
del moto relativo tra punti diversi dello spazio fisico “.

A₁ = N₁⋅S₀ rappresenta il primo livello di aggregazione che lo spazio puro riesce a produrre.
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Quello che più conta è il fatto che la creazione di una velocità di scorrimento VS0  sul confine costituisce un ostacolo
per l’aggiunta di altri elementi spaziali  S₀  all’aggregato  A₁.
Per questa ragione esso è ben definito e tutti gli aggregati A₁ che si formano nello spazio sono perfettamente identici tra
loro, anche se essi si trovano ad una notevole distanza tra loro, senza alcun bisogno di comunicare.
Si assiste così ad una graduale proliferazione di aggregati di questo tipo, sia destrogiri che levogiri.

Man mano che la loro concentrazione nello spazio aumenta, cresce anche la probabilità che essi possano incontrarsi.
E’ chiaro che gli aggregati  A₁ equiversi, con la stessa velocità periferica  VS0 , incontrandosi, si aggregano in maniera
del tutto simile agli elementi S₀.
Esisterà quindi un numero  N₂ di aggregati  A₁ in corrispondenza del quale un nuovo aggregato  A₂ = N₂⋅A₁
sarà capace di dare origine ad un nuovo confine di raggio maggiore, con una velocità di scorrimento VS2 rispetto agli
elementi spaziali circostanti.
Continuando con questo meccanismo, sulla sfera universale, si assisterebbe alla formazione di due grandi spazi contro
rotanti che aumenterebbero le loro dimensioni fino ad occupare ciascuno un intero emisfero, restando separati,

idealmente, dalla linea che individua l’equatore.
Si noti che, non essendo possibile l’osservazione simultanea sul piano, dove i due emisferi apparirebbero contro rotanti,
osservati dall’esterno essi si presentano come componenti di una unica sfera rotante.
In questa fase l’universo si presenterebbe quindi come in figura 8.
figura 8
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 Art.3 -- Prima del tempo- origine dello spazio fisico e dell'universo primordiale -- Antonio Dirita

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