Art.2-- percezione del tempo biologico, origine e funzione del tempo numerico -- antonio-dirita

Non appena si stabilisce il contatto di un nuovo essere con il mondo esterno, i suoi geni attivano un organo, la
memoria,
appositamente costruito durante lo sviluppo dell’embrione.
Quest’organo ha funzione di registro degli eventi e come tale, prevede che la loro registrazione avvenga mediante
trasformazioni irreversibili.

"Essa agisce come una cinepresa sempre accesa", che viene orientata automaticamente verso il
mondo esterno per poter registrare tutto ciò  
che accade, senza alcun comando volontario.
" Questo organo non rappresenta il tempo ", ma crea le condizioni da cui deriva la consapevolezza della sua
esistenza.

Essendo geneticamente previsti una costante ed ininterrotta attività della sua memoria, la quale ha un funzionamento
indipendente dalla sua volontà,risulta impossibile per un individuo ignorarne la presenza o renderla inattiva anche per
un solo momento.

E’proprio  da questa impossibilità che deriva ” l’inarrestabilità del nostro tempo ", con l’impressione
conseguente che esso, pur appartenendoci,
ci sfugga come se fosse da noi indipendente.

Da quanto abbiamo esposto, sembrerebbe proprio che l’esistenza del tempo debba avere una origine genetica.
Ebbene, nella realtà questo non è rigorosamente vero, in quanto i geni hanno semplicemente fornito all’individuo un
nuovo apparato materiale  che gli consente di trarre vantaggi, da ogni situazione presente, richiamando la
registrazione degli eventi già vissuti.

Il tempo, come noi lo intendiamo nel linguaggio comune, viene invece avvertito come una entità affatto
materiale, mentre i geni non sono in
grado di organizzare assolutamente nulla che non sia materia e per la
precisione le proteine che essi stessi hanno generato.
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"Il tempo è dunque una nostra creazione", che deriva unicamente dalla elaborazione, da parte
del cervello, dei dati registrati nella memoria.

Il tempo è, in definitiva, solo pensiero, una pura secrezione
del cervello .

Prendiamo, per esempio, in considerazione "il tempo futuro"e cerchiamo di capire se esso rappresenta una
realtà
oggettiva, valida cioè per tutti gli esseri viventi, oppure se ha origine come interpretazione dei fatti che si
verificano nell’ambiente in cui essi si muovono.
Dal punto di vista genetico, è noto che il genoma esiste, dal momento in cui un essere vivente viene concepito, "come
sequenza dei numerosi geni"
 che si dovranno attivare secondo un ordine ben preciso, senza però dover seguire un vero
programma temporale.
Gran parte dei geni governa infatti operazioni che si realizzeranno a distanza di decine e talvolta centinaia di anni dalla
loro formazione.

Questo fatto ci potrebbe portare, erroneamente, alla conclusione che il genoma sia stato costruito con la
previsione di operazioni future.
Ebbene, non è così.

La sequenzialità con la quale vengono realizzate tutte le operazioni è propria del sistema utilizzato.
Ciascun gene può essere, infatti, abilitato ad intervenire solo dalla presenza, nell’ambiente, di un prodotto fornito dal
gene che lo ha preceduto. Le operazioni che sono scritte nel genoma vengono così eseguite certamente tutte
e nella giusta sequenza, senza fare ricorso al tempo.

Tra una operazione e la successiva può passare un solo secondo oppure un anno ( del tempo misurato dal nostro
orologio)
a seconda delle condizioni ambientali che si verificano e questo ci fa escludere l’esistenza di un tempo futuro
definito geneticamente.Per i geni esiste solo la sequenza di operazioni che è stata predefinita con tale e tanta
precisione da non lasciare spazio al caso oppure agli 
imprevisti tipici del futuro, come normalmente viene
da noi avvertito.

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Per noi, esseri viventi, il futuro rappresenta quel periodo in cui si realizzeranno tutti gli eventi che ciascuno
” immagina “
di dover vivere, ma che potrebbero anche non realizzarsi.
Esso è dunque un tempo che noi ci costruiamo attraverso la elaborazione del ricordo degli eventi passati.
In altre parole, il futuro, per gli esseri viventi, altro non è che la proiezione del passato o parte di esso, spesso dopo
modifiche, in ambienti e circostanze immaginarie.

Il futuro non è dunque un tempo reale.
A differenza del passato, non esiste da nessuna parte una immagine registrata del futuro.
Tuttavia, esiste nel
presente esiste il piacere oppure la paura del futuro, a seconda 
che si stiano proiettando nel tempo eventi
piacevoli o meno del passato.

Sono proprio queste paure che ci fanno apparire il futuro come parte reale della nostra esistenza.
Il presente si identifica con il tempo in cui si svolgono gli eventi che si stanno vivendo. E' per questa ragione
che esso viene ritenuto l'unico tempo del quale
si avverte realmente l'esistenza. 
Vediamo in dettaglio come
nasce questa convinzione.

Qualsiasi fatto completo si presenta con una sua durata nel tempo (misurato dal nostro orologio) e quindi comprende
un inizio ed una fine.

Quando si percepisce l'inizio, la fine non esiste ancora perchè è nel futuro e, anche se un evento viene interrotto,
gli effetti del suo inizio restano comunque nell'ambiente e costituiscono, a loro volta, degli avvenimenti da registrare.
Queste elementari considerazioni ci portano alla conclusione che " non esiste nessun avvenimento interamente
nel presente ",
per quanto breve noi riusciamo ad immaginarlo.
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In altre parole, il tempo presente sembrerebbe ridotto ad un istante piccolissimo, "incapace di contenere
qualsiasi avvenimento completo 
e significativo per la nostra esistenza".
Facendo riferimento alla figura 2, vediamo, in maniera molto schematica, un meccanismo attraverso il quale si può
formare la consapevolezza dell'istante 
presente.
figura 2
Supponiamo che il mondo esterno abbia un suo orologio che misura il tempo   tm  e segnala l’istante   tm = 0
in cui si verifica l’evento (presente per il mondo esterno). 
Esso viene percepito dagli organi di senso dell’osservatore e
trasferito nella memoria che lo registra 
dopo averlo codificato.

Quando, dopo un tempo  Δt,  misurato con l’orologio del mondo esterno, tutte le operazioni di registrazione sono
state completate, l’osservatore acquista la consapevolezza dell’esistenza dello evento e lo percepisce nel suo presente
che indichiamo con  t0 = 0.
E’ chiaro che lo stesso evento è nel presente per l’osservatore quando per il mondo esterno è già nel passato in quanto
i due tempi differiscono per  Δt .
Normalmente tutti i processi biologici necessari per la registrazione vengono realizzati in un intervallo Δt  molto
piccolo,
dell’ordine di frazioni di secondo, e questo consente al mondo esterno ed all’osservatore di comunicare tra loro,
confondendo i due presenti, anche se ognuno vive il suo.Il presente che un essere vivente percepisce non
è dunque un tempo
reale, ma costruito su eventi passati del mondo esterno.
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Una delle conseguenze di questo fatto è che nessun essere vivente è capace di modificare il suo presente.
Un tentativo viene comunque fatto adattando il comportamento presente ad una simulazione del futuro, costruita
utilizzando situazioni analoghe registrate in memoria.
Si tratta in realtà di anticipare la risposta ad un segnale il cui arrivo è previsto, ma che potrebbe anche non verificarsi.

Il presente che noi  ”abbiamo l’impressione di vivere” è quindi un tempo notevolmente dilatato dalla nostra
necessità di compiere e valutare
azioni ed avvenimenti completi e ben precisi, che mettano sempre in
relazione stretta ed inscindibile causa ed effetto.

Per esempio, la caduta di un oggetto è avvertita da un essere vivente come un fatto unico, con la sua durata tutta al
presente, e non è concepibile che si verifichi, nell’unico tempo presente la sua divisione nelle tre componenti : distacco
dal supporto, fase di caduta e contatto con il suolo. Nella normale percezione degli eventi, causa ed effetto sono fasi
indivisibili di un unico processo e dunque non è previsto che un oggetto in caduta libera abbia la possibilità di fermarsi
senza toccare il suolo.

Non potendo collocare per un unico evento una metà nel presente e l’altra nel futuro, inconsapevolmente
" si costruisce un tempo dilatato " 
che comprende tutte le fasi necessarie per descrivere un fatto completo.
Quando, per esempio, io dico ” mangio “, intendo riferirmi ad una precisa azione, completa e tutta al presente.
La realtà è però diversa da come io la immagino. L’operazione del mangiare si compone di alcune decine di azioni
elementari consecutive, ciascuna delle quali, quando si verifica, manda nel passato quella che l’ ha preceduta.
Queste osservazioni portano, inevitabilmente, a concludere che:

neppure il tempo presente è una realtà oggettiva,anche se noi riusciamo a
crearlo con un artificio, 
confondendolo con il passato più prossimo.

I concetti che abbiamo esposto, in particolare i processi attraverso i quali si giunge alla coscienza del tempo biologico,
si possono rappresentare con lo schema molto semplificato di figura 3.
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figura 3
Se le osservazioni che abbiamo fatto finora sono corrette  si arriva alla drammatica e paradossale
conclusione
che:

l’unico tempo al quale si potrebbe dare una base reale di esistenza è il
passato",
proprio quello che sensibilità comune ritiene certamente perduto per sempre e non più recuperabile.
Il passato si rivela dunque l’unico tempo reale e veramente essenziale per la nostra esistenza e rappresenta
la fonte che viene utilizzata dagli
esseri viventi per costruire il presente ed il futuro.

Tra il passato e il futuro s’inserisce il presente, che viene originato e diventa apprezzabile solo grazie alla lentezza
che presentano le strutture biologiche nel trasferire alla memoria i segnali provenienti dal mondo esterno.

L’ultimo segnale  riesce a produrre la sensazione del presente proprio prolungando la sua
azione
fino al momento in cui giunge in memoria
quello successivo.
Tutte le osservazioni vengono fatte comunque sempre nel presente e quindi anche la sensazione del tempo che
scorre viene acquisita nel presente, 
osservando le tracce degli eventi passati che si allontanano man mano
che se ne aggiungono dei nuovi.
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La nostra aspettativa di vita e la nostra formazione ci impongono di guardare comunque sempre verso il futuro e
quindi di vedere il tempo scorrere nella sua direzione. In realtà il problema è posto in termini non corretti.

Il tempo non ha affatto una sua origine ed una direzione lungo
la quale
scorre” (?) realizzando la trasformazione del futuro in presente .
Questa è solo la nostra percezione.
Secondo il nostro schema, il tempo non ha un inizio, ma una  ”sorgente“ nel presente, che lo genera senza alcun
comando volontario, con continuità,  già come tempo passato “.
E’dunque questo l’unico tempo che viene realmente generato e che,per gli esseri viventi, può solo aumentare, essendo
inarrestabile il flusso dei segnali che giungono alla memoria.

Finora non abbiamo preso in considerazione il fatto che tutte le strutture biologiche sono in realtà degli aggregati di
molecole e come tali non hanno alcuna idea del ” prima “ e ” dopo “, mentre percepiscono perfettamente il ” qua “ e
” là “ in quanto le forze di legame, attraverso le quali interagiscono, e che stanno alla base di tutti i processi fisici,
agiscono sempre qua oppure là allo stesso modo ed in qualsiasi momento.
Diventa dunque importante capire se e in che modo queste strutture possano passare da una percezione spaziale
a quella temporale.

Si deve innanzitutto considerare che la varietà di eventi che possono verificarsi nell’universo è infinitamente grande,
mentre, certamente, la tipologia delle strutture biologiche che memorizzano tali eventi, negli esseri viventi, è unica
o comunque molto limitata.
Ne deriva che, quando il segnale esterno arriva all’osservatore, prima di essere memorizzato dovrà essere suddiviso
necessariamente in poche componenti fondamentali, comuni a tutti gli eventi possibili .
Questo vuol dire che le componenti sono realtà oggettive, mentre invece gli eventi, che nascono
da una loro elaborazione, sono soggettivi.
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Per semplificare il linguaggio, indichiamo come ” evento elementare “ ciascuna componente e chiamiamo punto di
memoria la singola struttura biologica che viene da esso modificata in modo irreversibile.
Riprendiamo ora il nostro universo, facendo riferimento alla figura 4.
figura 4
Supponiamo che il segnale che viene inviato dal mondo esterno sia costituito  da un singolo evento elementare S₁
che verrà registrato in un singolo punto di memoria M₁.

Se anche l’universo invia i segnali con continuità, l’osservatore potrà essere in condizioni di ricevere un nuovo segnale
e memorizzarlo nel punto  M solo quando avrà terminato il processo di memorizzazione in  M del primo segnale.
Fino a quel momento non avrà possibilità di farlo, perchè le vie metaboliche sono impegnate. Dato che la memoria ha
ragione di esistere solo se può essere utilizzata, per una esperienza qualsiasi dovrà essere possibile controllare
se si è
verificata prima o dopo un determinato comportamento.
Solo in questo caso sarà possibile modificarlo opportunamente nel presente, reagendo alla stessa situazione ( oppure
ad una analoga ) con una risposta sempre più conveniente.
Per questo motivo, la scelta del punto di memoria che si dovrà utilizzare per ogni singolo evento non può essere
lasciata all’osservatore, ma deve essere definita da un processo automatico già previsto geneticamente dal
progetto dell’organismo che dovrà utilizzare la memoria.
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Del resto, sappiamo che l’ indipendenza dalla volontà è stata prevista geneticamente per qualsiasi azione
necessaria per poter “assicurare” 
la continuità della vita.
Se un individuo avesse la possibilità di intervenire nella scelta dei punti di memoria da utilizzare per la registrazione dei
segnali, anche la scelta stessa sarebbe un evento da registrare e questo renderebbe praticamente difficile, se non
impossibile
, la ricostruzione di qualsiasi fenomeno attarverso l’uso della memoria.

Possiamo, per esempio, immaginare che sia proprio il punto di memoria  M che, quando viene ” occupato “, abilita
il punto  M a ricevere il segnale in arrivo. Terminata la seconda memorizzazione, M₂ abilita M₃ e così via.
In questo modo, il segnale in arrivo andrà certamente ad occupare sempre l’unico punto abilitato a riceverlo.

Si forma così una sequenza spaziale “ M₁, M₂, M₃,⋅⋅⋅⋅⋅⋅ ecc., che  non dipende da agenti esterni.
A questo punto la memoria risulta perfettamente utilizzabile senza la necessità di aggiungere altro.

Se si accetta questo meccanismo, diventa facile definire il “ prima ” e “ dopo ”,non in termini di tempo, che non è stato
ancora definito, ma solo come eventi osservati.
Possiamo infatti affermare che l’evento registrato nel punto  M₁ accade prima di quello registrato in  M₂ che accade
dopo.
Questo assume un significato oggettivo, indiscutibile, dal momento che tutti gli osservatori della comunità locale
registrano la stessa sequenza.

Se, a questo punto, vogliamo introdurre la definizione di tempo ( biologico ), possiamo dire che il punto di memoria
che si sta utilizzando per il segnale in arrivo rappresenta l’istante presente. Quello che lo precede nello spazio
di memoria definisce l’istante passato più prossimo.
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Tra due istanti consecutivi esiste una relazione spaziale precisa e costante, caratteristica propria dell’osservatore, indipendente dalla posizione che essi occupano nella memoria.
Per indicare questa relazione costante, diciamo che i due punti di memoria, e dunque i due segnali registrati, sono
separati in
memoria da un elemento di tempo  t0 = Δt   ( ricordiamo che non è un tempo numerico, ma
biologico ).
E’ chiaro che un fatto completo occuperà un tempo t = n⋅t0 dove n dipende dalla sua complessità e dal numero
di dettagli registrati. Possiamo, a questo punto, concludere il discorso dicendo che:

Il tempo è una successione di istanti  t0 associati ad altrettanti punti di memoria che ne costituiscono
il supporto materiale, formato da trasformazioni irreversibili indotte dagli eventi vissuti. Tale supporto
ne definisce anche l’esistenza.

Secondo questa definizione,il tempo è in ogni caso indissolubilmente legato al supporto materiale costituito dalla
nostra memoria e l’unico riferimento che abbiamo per poter collocare nel tempo gli eventi è il punto spaziale occupato.
Gli eventi stessi non esistono come tali, ma rappresentano il risultato di una interpretazione propria dell’osservatore
che viene ottenuta decodificando la sequenza dei punti di memoria
che sono stati occupati dall’evento durante
la registrazione .

Nel mondo esterno non esistono i fenomeni ben definiti, ma soltanto i "segnali elementari", per cui, esseri
viventi che utilizzano un diverso
sistema di memorizzazione e decodifica, visualizzeranno avvenimenti e
mondi completamente differenti tra loro.

Avendo chiarito il significato del tempo biologico, possiamo, a questo punto, dire che esiste tutto ciò che dura nel
tempo, ossia esiste tutto ciò che occupa almeno un punto di memoria. Qualsiasi essere vivente, confrontando tra loro
gli eventi che si verificano nel mondo esterno, si rende subito conto che essi hanno una diversa durata nel suo tempo
biologico, nel senso che occupano una quantità di spazio diverso nella sua memoria.
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Se un individuo vive la sua esistenza senza dover comunicare con gli altri, non ha alcuna necessità di misurare la durata
degli avvenimenti che registra in memoria, in quanto questa operazione non gli offrirebbe alcun vantaggio per la sua sopravvivenza e dunque non avrebbe nemmeno sviluppato l'organo della memoria.

Se però egli vive in una comunità, la comunicazione gli potrà offrire certamente  vantaggi importanti
nella definizione delle strategie di lotta
e, più in generale, nella scelta dei comportamenti più opportuni.

Gli enormi vantaggi che la vita sociale comporta hanno dato agli animali una grande spinta nel tentare di comunicare
per organizzarla.
Vita sociale vuol dire però ordine, disciplina, coordinazione, ecc., tutte cose che non si possono realizzare
senza il supporto di un comune o
confrontabile tempo biologico.

Purtroppo però, non esiste alcuna possibilità di comunicare agli altri membri della società la propria durata biologica
di un avvenimento e comunque, se anche ciò fosse possibile, le diverse durate non sarebbero confrontabili tra loro e
quindi risulterebbero di nessuna utilità pratica.
Tutti gli animali, per poter organizzare la vita sociale, hanno dovuto assumere come riferimento un evento
ciclico comune,
normalmente il periodo giorno/notte, noto a tutti i membri della comunità, ed hanno così adattato
tutti i loro ritmi a questa scelta.

Anche l’uomo ha, naturalmente, seguito questa via, attraversando un periodo iniziale in cui non esisteva un tempo
veramente misurabile, ma una notevole  confusione tra tempo biologico e cicli del mondo esterno.
L’organizzazione sociale sempre più complessa e le sue capacità analitiche sempre più sviluppate, hanno portato
l’uomo ad abbandonare il legame
con il tempo biologico. Egli ha così iniziato a confrontare direttamente fra
loro i
fenomeni esterni .
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La durata degli eventi acquistava così, gradualmente, un significato sempre meno soggettivo per tutti i membri
della società.
Un salto di qualità importante è stato fatto quando è stato assunto un  preciso evento di riferimento
al quale rapportare tutti gli altri.

Questo voleva dire considerare la durata di tutti i fenomeni che si verificavano nell’ambiente " come qualsiasi altra caratteristica misurabile  .
I riferimenti scelti inizialmente, come il susseguirsi del giorno e della notte,si sono presto rivelati inadeguati e sono stati
sostituiti da altri sempre più stabili e rispondenti ai requisiti richiesti ai campioni di riferimento.
Si è così giunti a un tempo che viene espresso dal numero di cicli del fenomeno che è stato assunto comecampione ed
indica la “durata oggettiva” di qualsiasi avvenimento.

” Il tempo numerico “ così introdotto non ha dunque "alcuna particolare caratteristica" e nessun privilegio
rispetto alle altre 
grandezze fisiche come, per esempio, la lunghezza o la massa.
In tutti e tre i casi, gli esseri viventi percepiscono le differenze che giungono loro dal mondo esterno,ma non riescono
a comunicarle ad altri se non dopo aver scelto per ciascuna di esse un riferimento  che consenta di esprimerle
con i numeri, i quali rendono oggetive le “misure ” rilevate attraverso gli organi di senso.

Se al pendolo che è stato assunto come riferimento per la misura della durata degli avvenimenti si associa
una grandezza che aumenta di una unità ad ogni ciclo, essa non esprime nulla di reale oltre alla indicazione
che il pendolo esiste. 
Tuttavia, avendo noi assunto tale riferimento per la misura di durata, quando essa non viene
riferita ad un avvenimento specifico, possiamo dire che:

dopo ogni oscillazione, ”che comunque avviene“, la durata di tutto ciò che
esiste si incrementa di una unità.

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Questa grandezza (non riferita ad un fatto specifico), che comunque si incrementa di
una unità ad ogni ciclo, viene
indicata genericamente come ” TEMPO “.

Il tempo che abbiamo definito si incrementa ( ed in questo senso scorreindipendentemente dagli eventi che si
verificano nell’ambiente.

In definitiva, possiamo riassumere la nostra indagine dicendo che il ” tempo biologico “ nasce e si
sviluppa come caratteristica 
degli esseri viventi, utile per la loro sopravvivenza.
Il ”tempo numerico“, esterno, è stato, invece, introdotto al solo scopo di rendere oggettiva, dunque utilizzabile, la durata degli eventi che vengono registrati nella memoria.

Il tempo che non è legato ad alcun fatto specifico, ma che viene comunque indicato dall’esistenza del pendolo che
continua ad oscillare, si può pensare che indichi l’aumento della durata della vita di tutto ciò che esiste. Sinteticamente,
diciamo quindi che :

Il tempo non è altro che la grandezza fisica che misura lo spazio della memoria occupato dagli avvenimenti
che si verificano nell’ambiente.


Essendo intimamente legato alla memoria, la quale è, per sua definizione, indelebile, il tempo non potrà mai diminuire,
in quanto lo spazio di memoria occupato non può che aumentare.
L’ipotesi di tornare indietro nel tempo non ha alcun significato reale e non è nemmeno possibile in quanto possiamo
soltanto aggiungere dei fatti nuovi a quelli già registrati. Se un essere vivente adulto si sviluppa ritornando bambino,
non si è invertita la direzione del tempo, ma si è semplicemente aggiunto un nuovo evento al tempo già trascorso.

Possiamo concludere questa breve indagine sul tempo, dicendo che esso ha origine con gli esseri viventi ed
essi soltanto riescono a dargli 
un significato.
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Va sottolineato che, nonostante l’uomo abbia acquisito oggi una razionalità e capacità analitiche sorprendenti, sarà
forse per la paura della morte, sempre presente, oppure per la consapevolezza che il ritaglio di tempo che ci è stato
assegnato possa giungere improvvisamente al termine, ma risulta comunque sempre difficile riuscire a imbrigliare il
tempo in un simbolo o in una semplice formula capaci di descrivere qualcosa che non abbia sempre quell’alone di
mistero con il quale siamo abituati a percepire il tempo.

Anche se lo inseriamo in una formula, come qualsiasi altra grandezza, rimane sempre qualcosa del tempo
che non riusciamo a comprendere 
a fondo.
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 Art.2-- percezione del tempo biologico, origine e funzione del tempo numerico -- antonio-dirita

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