Art.8 -- Calcolo della costante di Hubble e dell'età dell'universo -- Antonio Dirita

Art.8 -- Calcolo della costante di Hubble e dell'età dell'universo -- Antonio Dirita

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Consideriamo due punti  P₁ e  P₂ sulla superficie della sfera cosmica in fase di espansione, come rappresentato in
figura 11

si può scrivere : 
posto :       velocità di espansione radiale dell'universo
velocità di recessione dei punti P₁ e P₂ sulla sfera
( i punti P1 e P₂ non sono considerati in movimento, ma è la sfera cosmica che si espande ).
Si può dunque scrivere :
                                                    V₁₂ = α⋅ Ve

Un osservatore posto in un terzo punto Psulla superficie della sfera, vedrà P1 e P₂ allontanarsi da esso con le velocità :

                                 V₀₁ = α⋅ Ve   e   V₀₂ = α⋅ Ve

sostituendo            
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si ottiene : 
essendo, in ogni momento, il rapporto  V/R   mediamente costante per tutti i punti che si trovano sulla sfera,
osservando un punto qualsiasi alla distanza   , la velocità con la quale si allontana risulta :

                            V = H ⋅ l      dove si è posto :        
H viene indicata come costante di Hubble con un valore :

  H = (70±10%) Km/(sec⋅ Mpc) 21,5 (Km/SEC)/(10al) ≃ 2,2733⋅10⁻¹⁸/sec

Dalla definizione di  , si ricava :                            Ve = H ⋅ R

Secondo tale relazione, se ad  H viene assegnato un valore rigorosamente costante nel tempo e nello spazio, si ottiene
per l'universo un valore   V della velocità espansione direttamente proporzionale al suo raggio, in disaccordo con il
modello periodico che abbiamo proposto ed anche con quello del  big bang , normalmente accettato.
Se ipotizziamo che tutta la materia, dallo spazio fisico puro ai super ammassi galattici, sia uniformemente distribuita
sulla sfera cosmica , l'universo risulta una perfetta superficie sferica e quindi il suo
raggio di curvatura R assume 
un valore indipendente dal punto considerato.

Anche la velocità  V risulta indipendente dal punto considerato e quindi, con queste ipotesi,   assume in un
dato istante un valore costante per tutti i punti dell'universo.
Tale valore non può però mantenersi costante nel tempo, in quanto il moto di espansione della sfera comporta
necessariamente una graduale riduzione della densità della materia sulla sua superficie con conseguente diminuzione
della pressione e dunque dell'accelerazione radiale.
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Del resto, dalla sua definizione risulta chiaro che il suo valore non può restare invariato durante l'espansione,
ma deve diminuire in quanto la velocità Ve si riduce ed il raggio R aumenta.
E' chiaro che per la dimensione umana il suo valore si può ritenere costante nel tempo.

Nell' Art.3  abbiamo visto che la pressione che viene esercitata dallo spazio fisico verso il centro della sfera cosmica

vale                                                                                 P = F₀ / R²

e quindi l'accelerazione diretta verso il centro si potrà esprimere con una relazione del tipo ( abbiamo anche visto che
la stessa relazione si ricava come condizione per l'esistenza dell'universo ) :

     
in cui il valore di  Kdipende dalla densità media della materia che si trova distribuita sulla sfera.
Indicando con   δsmin la densità associata superficiale associata al raggio massimo  Rmaxper ogni valore
del raggio della sfera cosmica si potrà scrivere :

         
Sostituendo si ottiene :
   
Con le ipotesi da noi fatte, l'universo si contrae quindi con un'accelerazione rapidamente decrescente con l'aumentare
del raggio.
L'equazione del moto sarà dunque :                     
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scrivendo           e sostituendo, si ricava l'equazione differenziale :
                                     
integrando, si ottiene la velocità di espansione radiale :

In tale relazione  Veo  rappresenta la velocità di espansione iniziale, che si ha in corrispondenza di Rmin , la quale,
per quanto abbiamo visto, può essere messa in relazione con la velocità della luce.

Abbiamo finora considerato la sfera universale avente la materia distribuita uniformemente sulla sua superficie.
Però, nell'universo reale che noi osserviamo, questo non si verifica nemmeno su grande scala.
Anzi, l'osservazione rivela una enorme differenza di densità da un punto all'altro dello spazio e questo comporterà
certamente maggiori difficoltà nell'interpretazione dei risultati che abbiamo ottenuto.
Se si considera il raggio di curvatura dell'universo dipendente dalla densità e dall'espressione ricavata per la velocità
radiale, la relazione      H = V/ R    fornisce un valore della costante di Hubble dipendente dal punto che si
prende in considerazione e dal tempo .
Le osservazioni astronomiche effettuate oggi forniscono, per la costante di Hubble il valore

                                 H = (40÷100) Km/(sec ⋅ Mpc) .
si ritiene accettabile il valore medio :
                                  H = (70 ±10%)  Km/(sec ⋅ Mpc) .

L'osservazione sperimentale della costanza del valore di  rappresenta una valida conferma del fatto che " il
nostro universo è piatto, a due dimensioni ",
 e si sviluppa interamente su una superficie sferica.
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Il valore massimo osservabile della velocità di recessione, che deriva dall'espansione della superficie della sfera
universale, è quella che si misura tra due punti diametralmente opposti, i quali si trovano alla massima
distanza raggiungibile  lmax  corrispondente a  α = π  e quindi sarà :

                                         lmax = π⋅ R .

Dato che la velocità massima si produce all'inizio della fase di espansione quando   R = Rmin  , i due punti
diametralmente opposti, con la velocità di recessione iniziale V12i , forniscono il valore della velocità radiale iniziale
di espansione della sfera cosmica :

                                        Vei = V12 i / π

L'inizio è inteso in questo caso come primo momento in cui l'universo diventa osservabile per noi.
Se teniamo conto del limite assoluto imposto alla velocità osservabile dalla velocità di rotazione degli elementi spaziali
V , si ricava :
                                   Vei = C/ π = 95427 Km/sec

Sappiamo che l'accelerazione radiale aur , diretta verso il centro della sfera, produce una graduale riduzione di questa
velocità.
La distribuzione degli elementi chimici ed altre considerazioni ci inducono a pensare che oggi non siamo molto
distanti dall'inizio dell'espansione,
per cui per la velocità attuale possiamo assumere :

                     Veattuale Vei = C/ π = 95427 Km/sec

Si tenga presente che con questa ipotesi non vogliamo considerare l'universo all'inizio della sua evoluzione, ma
all'inizio della fase visibile,
la quale viene dopo quella oscura, che non ci è consentito di vedere.
Con tale ipotesi semplificativa, il raggio attuale della sfera cosmica osservabile risulta :

        Rua = Vea/H = (95000 Km/sec)/(2,2733 ⋅ 10⁻¹⁸ sec⁻¹) = 4,4175⋅10al
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Con questo valore del raggio della sfera cosmica, il punto diametralmente opposto a noi, e dunque la massima
distanza osservabile oggi, sarà :

                                  lmax = π⋅Rua = 13,88⋅10⁹ al

Il tempo trascorso dall'inizio dell'espansione, indicato normalmente come età dell'universo, vale :

                           tua = Rua/Vea = 1/H =13,88⋅10 anni

L'osservazione astronomica riferisce che l'universo attuale si presenta molto ordinato, con le stesse regole,
applicabili ovunque.
 Queste osservazioni vengono normalmente giustificate affermando che tutti i punti dello spazio
interagiscono fra loro, scambiandosi informazioni sul loro stato di moto
attuale, e questo li porta ad uniformare i
loro comportamenti.
Se questo scambio è diretto e si realizza alla velocità della luce, che abbiamo assunto come valore massimo
osservabile,
due punti diametralmente opposti sulla sfera universale, per esempio i due poli, per ricevere una
risposta, 
a un segnale inviato, devono attendere un tempo :

                              tpp = (2⋅π⋅Rua)/Cl  28⋅10⁹ anni.

E' chiaro che questo risultato risulta " assolutamente incompatibile " con qualsiasi possibilità di
organizzazione dell'universo. 
Esso risulta dunque in contrasto anche con l'ordine osservato dopo circa 14
miliardi di anni di evoluzione.

Per eliminare tale contrasto, si dovrebbe ipotizzare una comunicazione con una velocità infinitamente elevata o
comunque di gran lunga maggiore della velocità della luce, violando così il limite assoluto che abbiamo accettato ed
utilizzato per definire l'universo visibile.
Una via alternativa può essere quella di ipotizzare una comunicazione, tra i diversi punti dello spazio, non diretta, ma
attraverso una unità centrale,di ordine superiore, la quale stabilisce il linguaggio e definisce tutte le risposte utilizzando
un'unica regola.
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Dovendo, questa unità, agire ovunque, "contemporaneamente" e senza ritardo, non deve richiedere alcun
trasferimento di messaggi .
Essa non può dunque che coincidere con lo spazio fisico stesso che è presente sempre e ovunque con le regole scritte
nei suoi elementi costituenti.
Si ottiene così un sistema organizzato nel quale anche punti molto distanti tra loro, come i poli della sfera universale,
riescono ad organizzare lo spazio e l'antispazio alla stessa maniera.
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Art.7 -- Espansione periodica dell'universo e teoria del Big Bang, equazione di campo della teoria della relatività generale -- Antonio Dirita

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Normalmente s'intende la teoria del Big Bang come teoria sull'origine dell'universo. Questa interpretazione non è però corretta, in
quanto essa trae spunto dall'osservazione che l'universo che noi osserviamo è in espansione in una condizione molto lontana dall'origine.

Ricordiamo che Einstein elaborò la teoria della relatività generale al solo scopo di rendere compatibile il limite della velocità della luce,
previsto dalla teoria della relatività ristretta, con la legge di Newton della gravitazione universale, che invece prevede il trasferimento
istantaneo dei segnali nello spazio da una massa all'altra.

Egli attribuì quindi alla materia la capacità di " deformare lo spazio circostante ", creando così delle traiettorie curve.
Secondo Einstein, tale "curvatura dello spazio" fa deviare i corpi dalla loro traiettoria rettilinea, provocando così quello che noi chiamiamo
" attrazione gravitazionale ".
Per ottenere un universo statico, Einstein introdusse nell'equazione di campo originale, che descriveva questa curvatura dello spazio,
una costante cosmologica,   Λgμν  .
L'equazione di campo completa è :     
Quasi subito dopo la pubblicazione dell'equazione, nel 1910 , vennero osservate lontane nebulose in fuga dalla Terra.
In seguito, con le osservazioni e analisi accurate messe a punto da Edwin Hubble, la comunità scientifica prese definitivamente coscienza
dell'espansione dell'universo attuale con una velocità (  Art.8   ) data dalla costante di Hubble, per la quale le osservazioni astronomiche
effettuate oggi forniscono il valore
H = ( 40 ÷ 100) Km/(sec ⋅ Mpc) .
Dopo queste osservazioni si iniziò a riconsiderare la risoluzione dell'equazione di campo affrontandola con diverse condizioni, atte a
semplificare il problema.
Molte furono le soluzioni proposte, ciascuna con le proprie condizioni semplificative. La prima e la più nota soluzione fu quella proposta
da George Lemaitre secondo il quale, in accordo con le osservazioni di Hubble, la velocità di recessione  V  è direttamente proporzionale
alla distanza  R  ( tanto maggiore è la distanza tra due galassie e tanto più alta è la loro velocità di allontanamento reciproco ), ossia

Art.8    ) :                                                                                         Vr = H ⋅ R

Vi furono, naturalmente, anche coloro che non accettavano un universo in espansione, come, apparentemente indicavano le osservazioni
astronomiche. Il più noto oppositore e sostenitore dello stato stazionario dell'universo fu Halton Arp.

Una semplificazione comune a tutti i modelli proposti è l'ipotesi di un universo, a grande scala isotropo ed omogeneo, nota come
" principio cosmologico ".
Con questa ipotesi, se si trascura la costante cosmologica introdotta da Einstein e si adattano le unità di misura in modo da avere la velocità
della luce   Cl = 1 , l'equazione di campo iniziale, in forma tensoriale, assume la più semplice forma differenziale :

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dove  R  rappresenta il raggio dell'universo,          dR/dt = Vr          la velocità di espansione, δ la densità media dell'universo e
k la curvatura dello spazio.

Se  k > 0  alla fine della fase di espansione l'universo si ricontrae per iniziare un nuovo ciclo. Se invece  k ≤ 0 la fase di espansione
continua ancora per un tempo infinitamente lungo.

Ponendo           k = 0  e        (dR/dt)/R = H = 70 Km/(sec ⋅ Mpc) = 2,2733 ⋅ 10¹⁸ sec⁻¹ ,

si ricava la densità critica che separa i due tipi di evoluzione :  
corrispondente a circa   5 atomi di idrogeno per ogni m³ , valore prossimo alla densità dell'universo attuale che viene indicato
dall'osservazione astronomica.
Osservazioni recenti hanno fornito un universo in espansione accelerata, contrariamente alle aspettative. Questa indicazione è stata
interpretata come un aumento della densità dell'universo, benchè non rilevabile sperimentalmente.
E' stata quindi introdotta l'idea della presenza nell'universo di " materia oscura ". Per tener conto di questa presenza, è stata
reintrodotta la costante cosmologica di Einstein sotto forma di densità di energia, e indicata con δΛ .
L'equazione di campo diventa così :

La teoria del Big Bang venne proposta per la prima volta da Gamov, associandola alla soluzione delle equazioni della relatività
generale di
Einstein.
Con l'ipotesi che la massa dell'Universo rimanga costante durante l'evoluzione, e utilizzando l'osservazione relativa all'attuale espansione,
egli pensò a una soluzione ottenuta andando indietro nel tempo fino a un istante iniziale in corrispondenza del quale le dimensioni
dell'Universo tendono a zero e la densità di materia tende all'infinito.
A questa condizione singolare, secondo il modello originale di Gamow, ha fatto seguito una grande esplosione primordiale dalla quale
l'Universo si sarebbe formato, partendo da uno stato iniziale di altissima densità e temperatura, seguito una rapida espansione.

La continua espansione ha sottratto energia alla radiazione, trasformandola continuamente in materia ? fino alla condizione attuale in cui
il residuo dell'energia iniziale si manifesta come radiazione di fondo alla temperatura di circa 2,8 °K   ( Art.9   ) .
Dell'universo attuale conosciamo, solo circa il 4 per cento della materia di cui è fatto ; abbiamo prove certe però della presenza di una
energia oscura ma di essa non sappiamo assolutamente nulla.

E' certamente un grossolano errore immaginare il Big Bang come una " immane esplosione " con il significato comune del termine, sebbene
l'espansione dell'Universo, partendo da un punto fino alle dimensioni attuali, venga descritta come l'evoluzione di una normale esplosione.
Uno dei più comuni errori riguardo la teoria del Big Bang consiste nel ritenere che essa possa descrivere proprio l'origine dell'Universo.
In realtà essa tenta di spiegare solo come esso si sia evoluto partendo da uno stato iniziale immaginato come un punto in condizioni di
densità e temperatura estremamente elevate, ma non ha nessuna capacità di spiegare come realmente abbia avuto inizio il processo
di formazione di quel punto o cosa esistesse prima di tale evento, anche se la descrizione che viene fatta del Big Bang lascia intendere che
tutto abbia avuto inizio in quel momento, mentre prima c'era il nulla, nemmeno il tempo e lo spazio vuoto.
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Anche l'atomo primordiale di Lemaitre, generato andando a ritroso nel tempo, con il significato di tempo da noi conosciuto, si deve
fermare
al " dopo ", senza arrivare nemmeno al " durante ".
Il suo ragionamento fu di una semplicità estrema : " Se l'universo si espande, vuol dire che se percorriamo all'indietro, quello che Hubble
ha osservato, di fatto realizziamo una contrazione " che finisce inevitabilmente dove inizia l'espansione.
Le equazioni di Einstein, opportunamente manipolate, indicano l'approdo proprio in un " punto ", senza dimensioni, una singolarità.
La conclusione di Lemaitre fu che questo era l'inizio del tutto ; supportato anche da equazioni matematiche.

Non solo l'universo non è statico, ma ha un'origine nel tempo ? Con quale significato ?" Chi ha messo lì quel punto ? E per quale
ragione improvvisamente ha iniziato ad espandersi ?  Per tutte queste domande la fisica non ha risposte.
La scienza si ferma solo ad un attimo dal Bang. Non è veramente riuscita, fino ad oggi, a penetrare l'inizio. E' costretta a fermarsi un po' di
tempo prima, 10⁴³ secondi dopo l'inizio, quando quel punto si era espanso fino a 10³³ centimetri.

Sono le dimensioni di Planck,  ( Art.66    )  assunte dalla scienza come le più piccole dimensioni concepibili, oltre le quali la
fisica dell'universo descritta dalle equazioni matematiche cessa di funzionare e non è più utilizzabile.
A questo punto entra in campo la fisica quantistica, che, con le sue stranezze di fluttuazioni quantistiche in uno spazio vuoto e pieno
simultaneamente,
cerca di " spiegare " l'origine di quel punto.

A parte il discutibile processo di fluttuazione dell'energia, l'energia ipotizzata presente in quel punto non si è creata dal nulla e quindi in
realtà il problema, che ha chiaramente carattere filosofico più che scientifico, rimane, viene solo spostato dall'origine di un universo
enorme a uno di dimensioni piccolissime. Un paradosso legato al Big Bang così come è stato raccontato è il seguente.

Se l'universo nei primi istanti non conteneva materia, ma solo energia raggiante, l'azione gravitazionale esercitata dal centro sui e tra i
punti /fotoni circostanti doveva essere uguale a zero e quindi i fotoni e tutta la radiazione uscente in direzione radiale avrebbe dovuto
continuare il moto a velocità costante, uguale a quella della luce.
Se questo non si verifica, può voler dire due cose : l' universo ha avuto origine già con un'azione gravitazionale uguale a quella attuale,
responsabile della riduzione della velocità di espansione fino al valore attuale oppure la radiazione elettromagnetica esercita un'azione
gravitazionale, in contrasto con le teorie correnti.

Con la teoria degli spazi rotanti abbiamo cercato l'origine dell'universo assumendo come evento primitivo, che non può essere oggetto di
ulteriore indagine, la separazione di uno spazio fisico in una parte di spazio geometrico ( Art.3   ) .
In tale ricerca è stato assunto un solo elemento primordiale di dimensioni infinitesime, che si è evoluto attraverso un
processo di aggregazione estremamente semplice, dando origine all'attuale struttura dell'universo, definita dalla quantizzazione universale
delle distanze (  Art.10    ) .

Secondo i processi elementari che sono stati descritti negli  Art.3   e   Art.4    , gli " elementi spaziali " , con le caratteristiche che
abbiamo loro assegnato, compiono il primo passo evolutivo dando origine ad un universo che inizia la sua esistenza in una sola dimensione,
sulla superficie di una sfera cosmica, dove per successive aggregazioni si separano due spazi controrotanti che, nel loro insieme occupano
tutta la superficie della sfera, che si trova così in rotazione su se stessa e polarizzata con i poli coincidenti con i centri dei due spazi
controrotanti.

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E' da notare che due spazi rotanti appaiono controrotanti, e dunque si annichilano se vengono messi a contatto, solo se si osservano sul
piano. Sulla superficie della sfera cosmica i due emisferi (che osservati dall'esterno sul piano appaiono controrotanti) ruotano nello stesso
verso.
Benchè siano equivalenti sotto tutti gli aspetti, i due emisferi sono comunque formati da aggregati controrotanti che, se vengono messi a
contatto si annichilano.
Possiamo quindi dire che , se uno (scelto arbitrariamente) è fatto di materia, l'altro sarà fatto di antimateria.
Facciamo rilevare che la teoria degli spazi rotanti, a differenza delle teorie correnti, fa nascere l'universo, nella sua condizione di massima

diluizione, su una superficie sferica che sotto l'azione della gravità si contrae fino a una dimensione minima osservabile che, ricordando la
legge fondamentale degli spazi rotantiArt.5    ) e anticipando un risultato che ricaveremo, si calcola con la relazione :

dove mU rappresenta la massa teorica dell'universo, che abbiamo calcolato nell'  Art.11    e   Cl la velocità della luce.
Si ottiene così " la dimensione minima raggiungibile con la contrazione dall'universo osservabile " :

Quando, durante la contrazione, l'universo raggiunge questa dimensione, il valore dello spazio rotante sulla superficie è tale da
imprigionare la radiazione e diventa invisibile, anche se comunque continuerà a contrarsi.
Le ultime osservazioni ci dicono che l'espansione dell'universo invece di rallentare, come ci si aspetterebbe, accelera.
Questo comportamento ha costretto la comunità scientifica a proporre diverse giustificazioni, la più importante delle quali è la presenza
nell'universo di un'azione repulsiva descritta dalla costante cosmologica introdotta da Einstein. Noi non discuteremo le soluzioni
proposte, ma analizzeremo quella che deriva dalla teoria che stiamo elaborando.

Abbiamo visto che tutto l'universo si sviluppa su due emisferi assolutamente identici, che sono in contatto ( e qui si verificano continui
processi di annichilazione e formazione di materia
) solo lungo l'equatore.
L'emisfero sul quale viviamo noi è quello che riteniamo formato da materia e, naturalmente, rappresenta per noi l'intero universo.
Esso si presenta come un enorme spazio rotante organizzato con orbite quantizzate secondo le regole della quantizzazione universale
( Art.10   e   Art.12    ) .
Secondo tale schema ( che analizzeremo in dettaglio in un prossimo articolo ), noi ci troviamo in un superammasso
galattico
in equilibrio su una delle orbite stabili quantizzate.
Analizzando l'evoluzione dei sistemi retti da forze centrali (  Art.13   ) , abbiamo visto che tutte le masse orbitanti si avvicinano più o meno
gradualmente verso il centro dello spazio rotante e questo, naturalmente, accade anche al nostro superammasso.

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Se identifichiamo il superammasso con l'universo osservabile e l'emisfero sul quale
orbita con l'intero universo,
tutte le osservazioni astronomiche ed i discorsi fatti finora si debbono intendere riferiti
al superammasso e non all'universo intero, non osservabile.
Per comprendere più facilmente l'espansione accelerata ( senza alcun ricorso alla materia oscura ), consideriamo un sistema avente una
analoga ben conosciuto come il sistema Solare, pensandolo come l'emisfero universale in una scala ridotta.
Il sistema Solare (universo) con l'insieme degli universi isola (pianeti con relativi satelliti), è in espansione decelerata con
conseguente
aumento delle distanze reciproche sempre più ridotto.
Naturalmente l'aumento delle distanze fra i pianeti (universi isola ) è di gran lunga maggiore di quello che si registra all'interno del sistema
pianeta - satellite, dove l'azione gravitazionale, che si oppone all'espansione, è molto più forte.
Nell'analogia il sistema Terra-Luna rappresenta il nostro universo isola, ovvero l'universo osservabile, che gradualmente precipita
verso il Sole.
Se osserviamo la Luna, che rappresenta un punto qualsiasi del nostro universo osservabile, vediamo che essa si allontana da noi con un
moto inspiegabilmente (perchè nell'analogia ignoriamo l'esistenza del Sole) accelerato. Per spiegare questo comportamento sarà sufficiente
immaginare l'esistenza di uno spazio rotante centrale elevato, di valore tale da prevalere sull'effetto modesto della espansione generale.

E' da tenere presente che, nel nostro modello l'universo si sviluppa tutto sulla superficie della sfera e quindi il centro della sfera non si
trova nell'universo, in quanto è solo un punto geometrico e dunque non appartiene alla realtà fisica, per noi non è quindi possibile rilevare
direttamente la velocità di espansione radiale, ma solo quella di scorrimento che si genera sulla superficie della sfera.
Va infine ricordato che, su scala cosmica, i due emisferi universali risultano assolutamente identici ed indistinguibili, anche nel verso di
rotazione, perchè non si potrà mai realizzare una loro osservazione simultanea sul piano, dove essi risulterebbero chiaramente controversi.

I due emisferi continuano la loro evoluzione indipendentemente uno dall'altro, ma, essendo essi costituiti dagli stessi elementi spaziali, i
fenomeni che si manifestano e gli aggregati che si formano sono assolutamente identici, con versi di rotazione opposti.
Proprio per questo motivo, se, per qualsiasi ragione , due aggregati identici, appartenenti a diversi emisferi, vengono a scontrarsi, il
" rimescolamento " degli elementi controversi annulla le caratteristiche proprie degli aggregati, riproducendo lo " spazio fisico
puro iniziale " con elementi  S₀  controversi esattamente al  50 %  e/o aggregati più piccoli.
In questo senso, i due emisferi si possono definire "spazio" ed "antispazio" e gli aggregati corrispondenti " materia " ed
" antimateria ".
E' da notare che finora abbiamo trattato l'universo come se la sua esistenza fosse una realtà oggettiva, definita con precisione fin dalla sua
separazione dallo spazio geometrico, come puro spazio fisico.
Sappiamo bene che questo non può essere vero, ma abbiamo trascurato di affrontare l'argomento per necessità di esposizione.

Per esempio, abbiamo prima detto che l'universo non ha una sua origine, ma esiste da sempre fuori dal tempo e successivamente abbiamo
utilizziamo la velocità relativa come parametro fondamentale per rilevarne sia l'esistenza che l'evoluzione.
E'chiaro che, se abbiamo un sistema formato da due punti, per poter dire che essi occupano una posizione variabile nel tempo, e dunque
affermare che il sistema si evolve, è necessario disporre di una memoria per poter registrare la configurazione assunta in due punti di
memoria consecutivi
in modo da poter determinare la loro velocità relativa con la definizione :

                                                V = Δd/Δt

dove  Δd  rappresenta la differenza tra le distanze memorizzate nei due punti di memoria consecutivi e  Δ è la distanza temporale
caratteristica tra le due registrazioni  (  Art.1   ) . La stessa definizione di velocità implica la presenza di una memoria capace di organizzare
i rilievi.
Il problema fondamentale diventa dunque capire se possono esistere nello spazio fisico due punti in moto relativo "senza la
presenza di un 
osservatore" e quale significato può avere il moto, in questo caso.
In altre parole, dobbiamo capire che cosa, nell'universo, è realtà fisica e che cos'altro è invece pura
costruzione del cervello.

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Per molte ragioni, è per noi estremamente difficile distinguere le due cose e questo si può facilmente capire se confrontiamo l'universo
che "vedremmo", se fossimo privi di tutti i sensi, con quello che viene percepito nella nostra condizione attuale.

La conclusione che si potrebbe trarre da questo semplice esperimento è che al di fuori del nostro cervello
"non esiste assolutamente nulla"
che tutto quello che percepiamo è solo una nostra
costruzione teorica.

Se anche si accetta questa drammatica conclusione, ci si deve comunque chiedere qual'è il "processo elementare" che, se applicato
ripetutamente, porta alla impressionante varietà di eventi percepiti.
Penso che a questa domanda non potremo mai dare una risposta, in quanto nel tentativo di farlo ci troveremmo
costretti a negare anche la 
esistenza dello spazio fisico puro e dunque dell'universo primordiale ".

Con il presente studio si vuole comunque verificare la coerenza dell'impianto teorico, "confrontando l'universo osservato con l'universo
teorico"
che si ottiene applicando i principi di conservazione allo spazio fisico.
Prima di procedere nello studio dell'evoluzione dell'universo, è necessario ricordare che alla base della teoria abbiamo posto un'operazione
non poco ardita, che consiste nell'ipotizzare l'esistenza di una teoria del tutto, capace di descrivere la materia a qualsiasi livello di
aggregazione.
Questa ipotesi ci ha consentito di aggirare molti problemi, assegnando agli elementi spaziali che hanno
formato l'universo
primordiale, le caratteristiche che osserviamo sulla materia oggi.

Con questa ipotesi è stato creato quindi uno strumento per poter analizzare lo spazio e l' universo in qualsiasi fase dell' evoluzione,
utilizzando le 
osservazioni attuali ed eliminando così il problema della sua origine.
Abbiamo visto che, partendo da uno spazio fisico puro, la sfera universale inizia la sua evoluzione contraendosi con moto accelerato.
Quando si verifica la condizione   R → 0  , la velocità radiale   Vr  assume il valore massimo che teoricamente potrebbe essere
infinitamente elevato. Tuttavia, essendo definita la velocità di rotazione V₀ degli elementi spaziali, che sono, per ipotesi, indeformabili,
" nessun segnale, perturbazione o altro potrà muoversi nello spazio con una velocità maggiore di quella consentita dallo spazio
fisico.

figura 5a
Con riferimento alla figura, si vede che per passare dal punto  A  al punto  B in uno spazio continuo , attraverso il percorso reale circolare,
il tempo richiesto risulta :
                                    tAB = (2⋅π⋅r₀) / V₀
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Nello stesso tempo il percorso osservato è quello rettilineo, pari a  4⋅r₀.

Ne risulta una velocità apparente minore, data da :            Vmax = V₀⋅2 / π

Vmax rappresenta il valore massimo assoluto della velocità di propagazione di una perturbazione nello spazio fisico puro, in assenza
di aggregati.

La presenza di materia organizzata riduce la velocità di propagazione Vmax in rapporto al livello di aggregazione.
Se gli osservatori siamo noi, per determinare la velocità VAB , faremo i rilievi con i nostri strumenti, che sono fatti di aggregati
materiali.
La nostra velocità massima di interazione con i sistemi osservati sarà dunque limitata, certamente più bassa di VmaxAnzi, si
vedrà in seguito, che è proprio questa nostra velocità limite 
che definisce il livello minimo di aggregazione della materia che
siamo 
in grado di rilevare e quindi, in definitiva, il livello minimo di aggregazione che individua l'unica vera " particella
elementare
".

I mezzi più veloci che abbiamo a disposizione per interagire con i punti dello spazio sono le onde
elettromagnetiche, che, come è noto, si propagano con 
la velocità della luce. Ne deriva che i punti che noi "riusciamo ad
osservare" sono solo 
quelli che si muovono con una velocità minore di quella della luce.
Del resto, con la teoria della relatività è stato universalmente accettato che la massima " velocità osservabile " nell'universo è
quella della 
luce che, nel vuoto, assume il valore :
                                           Cl = 299792,458 Km/sec.

Dato che non siamo in grado di conoscere la relazione tra  Cl  e  V₀ , non è possibile stabilire se la velocità della luce
rappresenta un limite anche per l'universo oppure " è solo un nostro limite fisiologico e/o strumentale ".

In ogni caso, non essendo l'universo una realtà oggettiva indipendente dagli esseri viventi ed in particolare
dall'uomo, che sembra essere l'unico animale capace di descriverlo, esso si presenta come noi riusciamo a vederlo, per
cui, accettando tale limite, si può porre :
                                                  lim  Vr  ≤  Cl
                                                  R→0
Con questa ipotesi, quando   R → 0  ,  gli elementi spaziali in movimento attraversano il centro della sfera e fuoriescono dalla parte
opposta alla stessa velocità massima, come schematizzato in figura 9.
figura 9

7
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Per un ipotetico osservatore esterno il processo assume l'aspetto di una enorme esplosione  della sfera centrale dalla quale
fuoriescono 
elementi spaziali in tutte le direzioni, alla velocità della luce.
In realtà, non si tratta di una esplosione. Ciascun elemento spaziale continua semplicemente la
sua corsa e si ha solo uno scambio di posizione dei due emisferi e quindi dei poli dell'universo. Ha così inizio una fase
di espansione.

Essendo l'accelerazione radiale, diretta verso il centro, sempre presente, la velocità, durante questa fase, gradualmente diminuisce fino ad
annullarsi in corrispondenza di un valore del raggio  Rmax  .
Inizia, a questo punto, una nuova fase di contrazione ed il ciclo si ripete.
Secondo questo modello, il nostro è realmente un universo senza tempo che oscilla continuamente tra due punti estremi  Rmin 
ed  Rmax  ,
ripetendo ogni volta, su grande scala, la stessa evoluzione.

La ripetizione perfetta del ciclo su grande scala, e dunque " l'indipendenza da un tempo con valore
universale"
,
si realizza sempre grazie al fatto che ad ogni passaggio per lo zero l'universo si riduce a spazio puro ed assicura
così una condizione iniziale perfettamente costante.
L'andamento qualitativo della velocità radiale si può ipotizzare come in figura 10
5
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figura-101-1024x805
Si noti che l'evoluzione ciclica che viene messa in evidenza dal diagramma è riferita all'universo nella sua totalità (, senza
considerare che in realtà non si ha nessun osservatore esterno
che possa fare verifiche.
Il diagramma descrive l'evoluzione di un universo senza tempo, che si ripete identicamente, su larga scala, con un
periodo T.
Per quanto riguarda invece le piccole realtà locali, si può dare la definizione di tempo, nel quale viene registrata la loro
storia evolutiva, che potrà avere la durata massima uguale a  T/2 , ossia fino al momento in cui l'intero universo viene
ridotto nuovamente a spazio puro.

Nel ciclo successivo non è necessariamente vero che la stessa realtà locale debba manifestarsi identicamente .
L'osservazione astronomica riferisce che il nostro universo si trova oggi nella fase di espansione e quindi,
utilizzando unicamente gli strumenti propri della meccanica razionale,valuteremo il suo raggio attuale Rua  e il raggio
minimo  Rmin , che è associato realmente all'universo visibile e quindi alla sua origine, ossia all'istante in cui si
forma la prima, forse l'unica, particella elementare con la quale possiamo interagire.
6
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Art.6-- Teoria del moto di un punto nello spazio fisico, traiettoria a spirale in presenza di una massa centrale -- Antonio Dirita

per approfondimenti      www.fisicauniversale.com/wp

Finora abbiamo visto che, ipotizzando l'esistenza dello spazio fisico, con le caratteristiche assegnate ai suoi elementi
costituenti  S , "con la sola ipotesi che in esso si verifichi il principio di conservazione dell'energia" abbiamo
ricavato la legge fondamentale che regge l'equilibrio tra qualsiasi aggregato e lo spazio fisico circostante

                                                V²⋅R = K².

Abbiamo anche visto che lo spazio fisico viene attivato dall'aggregato che lo occupa, rendendolo capace di esercitare
una forza centrale che abbiamo identificato con la forza di gravità.
Il problema che ora ci poniamo è quello di definire l'andamento delle linee di forza, ossia la traiettoria percorsa da
un aggregato posto alla distanza   dal centro di uno spazio rotante.
Trattandosi di moto in un campo di forze centrali, ipotizziamo ancora che " nello spazio fisico considerato venga
verificato anche il principio di 
conservazione del momento angolare ".

Facendo riferimento alla figura 16, ricaviamo dunque l'equazione del moto di un generico punto P in uno spazio
rotante con centro in O.

In coordinate polari, le equazioni generali del moto saranno :


1
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Essendo nullo il momento delle forze esterne applicate rispetto all'origine  ,  sarà :

e quindi si ottiene la condizione fondamentale :

    si potrà dunque scrivere :
          
     essendo anche, per quanto abbiamo visto :
               
    si ricava :                 
    che, integrata, fornisce la velocità radiale :
                 
       che ,  con   R₀ = 0 ,  fornisce la relazione :               Vr  =  √2 ⋅ Vn
In definitiva, si ha il sistema di equazioni differenziali del moto :


2
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da cui si ricava l'equazione differenziale della traiettoria :

Ponendo          
si ricava :      
integrando e quadrando, si ottiene l'equazione della traiettoria :

Se si assume :         
si ottiene :       

3
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L'equazione della traiettoria si può ricavare anche utilizzando la tangente della traiettoria :

dalla quale si ricava       .
Se si considera   R₀→∞  o comunque se si ha   R << R₀   , si può scrivere    R ≃ r   e quindi si ottiene

l'equazione della traiettoria, fondamentale per tutta la teoria :
             
Tale relazione rappresenta una funzione ciclica, precisamente una spirale .

Facciamo rilevare che la relazione è stata ricavata senza alcun riferimento al valore della massa del punto considerato,
che viene interpretato perciò solo come elemento spaziale. Essa ci dice dunque che :

Le linee di forza, che un aggregato materiale genera nello
spazio circostante, sono delle spirali dirette verso il centro
come è indicato in figura 17.
Art. 6 -- 4 -2
4
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Tutte le relazioni che abbiamo ottenuto finora sono state ricavate prendendo in considerazione esclusivamente lo
spazio fisico privo di qualsiasi forma di 
materia organizzata e in nessuna delle leggi ricavate compare la massa.
Possiamo dunque concludere che uno spazio fisico costituito da punti aventi le caratteristiche degli elementi spaziali
che abbiamo definito, ossia aventi raggio r0  e rotanti su se stessi, con la sola ipotesi che verifichi i principi
di conservazione dell'energia e del momento angolare, si attiva assegnando a ciascun punto la capacità di generare
un'accelerazione centripeta 
nello spazio circostante, che abbiamo indicato come " gravitazionale ".
La presenza di questa accelerazione unitamente alla conservazione dell'energia portano a un equilibrio tra i punti che
viene descritto dall'equazione fondamentale:
                                               Vn²⋅R = K².

La presenza di una velocità tangenziale Vn e la conservazione del momento angolare danno origine a linee di forza
con
andamento spiraliforme descritte dall'equazione:

                                R⋅ϑ² = 2⋅C²/ K²= costante

Senza ulteriori ipotesi, lo spazio fisico che abbiamo così teorizzato rappresenta
" l'universo primordiale " in grado di 
evolversi, dando origine alla
materia organizzata in tutte 
le forme oggi conosciute.
Le leggi fondamentali che descrivono il comportamento della materia organizzata ordinaria oggi nota erano
dunque già
scritte nell'universo primordiale nella forma di puro spazio fisico.
5
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Art.5-- Legge fondamentale della fisica e dell'equilibrio universale nello spazio fisico -- Antonio Dirita

per approfondimenti      www.fisicauniversale.com/wp

Nella premessa alla teoria abbiamo visto che l'esistenza dei diversi punti dello spazio fisico può essere rilevata
esclusivamente da altri punti in moto 
relativo e con essi interagenti.
La presenza di moto relativo e interazione tra le parti diventa dunque anche la condizione la necessaria per
poter rilevare l'esitenza di tutto 
lo spazio fisico e quindi dell'universo.
Con riferimento alla figura 14, prendiamo dunque in considerazione due punti  O e P in moto relativo con velocità
V₀ ≠ 0 orientata come in figura.


In assenza di interazioni, l'osservatore posto nell'origine O rileva la distanza :

           R² = (V0x⋅t)² + (V0y⋅t + R₀)² = V₀²⋅t² + 2⋅R₀⋅V0y⋅t + R₀²
differenziando, si ottiene :

                    2 ⋅ R ⋅ dR = 2 ⋅ V₀²⋅ t ⋅ dt + 2 ⋅ R₀⋅ V0y⋅ dt
e quindi la velocità radiale osservata risulta :          
1
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Per semplicità, senza nulla togliere alla validità generale del calcolo, con una rotazione nel verso antiorario uguale a
α , assumiamo l'asse delle ascisse parallelo alla direzione della velocità V ; si ottiene così :

V0y = 0 ; V₀ = V0x   e quindi :     
derivando, si ricava l' accelerazione radiale osservata :


Secondo quest'ultima relazione, il punto O vede dunque il punto P₀ che si allontana con una accelerazione :
                         
A questo punto notiamo che, se il punto  P₀  si allontana da   con la velocità    ,
in un tempo più o meno lungo il sistema si distrugge in quanto i due punti si allontanano definitivamente e non
interagiscono più.
Dato però che l'universo si presenta come un sistema di punti in moto quasi stazionario, da circa 14 miliardi di anni,
dovrà essere  dR / dt = 0  e quindi, essendo Vox ≠ 0 , si dovrà avere  cosα ≃ 0  anche per  t → ∞.
2
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Dato che si ha :   

il moto relativo tra i due punti deve essersi realizzato con   α ≃ π/2  per un tempo  t > 14⋅10⁹anni.
Con  α = π/2  si ha  sen²α = 1 e quindi ne dovrà risultare un moto circolare di raggio

         R = R₀ = costante              con accelerazione centrifuga            af = V₀²/R₀

Se siamo in uno spazio geometrico (   Art.3   ) , i punti   O  e  P  non risultano legati alla realtà
fisica 
quindi, supponendo di poter dare comunque 
un significato al discorso, l'osservazione dell'accelerazione
anon 
pone particolari interrogativi.
In uno spazio geometrico, possiamo infatti fare osservazioni astratte, senza prendere in considerare gli
scambi di forze, che appartengono allo 
spazio fisico .

Se ci troviamo invece in uno spazio fisico, con le precise caratteristiche dei suoi elementi costituenti, i punti  O e  P
si devono intendere come due " punti materiali ", i quali devono la loro esistenza fisica all' interazione con lo
spazio circostante, dovuta alla loro velocità relativa.
I due punti considerati, per poter esistere devono formare un sistema legato,
in una condizione stazionaria o quasi.

Se questo non accade essi si allontanano fino alla definitiva indipendenza e cessano così di esistere, come sistema.
Se consideriamo l'intero universo ed applichiamo a ciascuna coppia di punti questo discorso, dobbiamo concludere che :
Affinchè l'universo possa esistere, è necessario che il punto  O  annulli l'accelerazione
osservata  af , applicando al punto  P  un'accelerazione dello stesso valore e di segno
contrario, ossia rivolta sempre verso il centro O, tale che si abbia in ogni momento :

                                                                           ar = − af
3
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In queste condizioni il punto P  si manterrà sempre alla distanza minima R. A questo punto osserviamo però che,
mentre l'accelerazione  aè fittizia e quindi incapace di sviluppare lavoro, l'accelerazione radiale  ar , imposta dal
punto  O , è reale e ad essa viene opposta dal punto  P  la forza reale :

                                   F= m⋅ar
Per uno spostamento  d il punto centrale   compie il lavoro :                  dL = FrdR

Se non intervengono processi dissipativi e ipotizziamo che spazio fisico debba verificare
il principio 
di conservazione dell'energia,
il lavoro sviluppato dalla forza si deve ritrovare
come incremento dell'energia cinetica 
del punto P .

Dovrà dunque essere :                                       Fr⋅ dR = – dE
ossia :                      
ricordando che Vr = √2⋅ Vn   ( vedi oltre )  e semplificando, si ha :

    Vn² ⋅ dR = – R ⋅ d(Vn²)     da cui :          d(Vn²⋅R) = 0

Integrando, si ricava" l'equazione fondamentale degli spazi rotanti ",
che definisce 
l'evoluzione di tutto lo spazio fisico, con la sola condizione che venga verificato il principio di
conservazione dell'energia.

                                Vn²⋅R = K²

in cui   è una costante caratteristica associata allo spazio fisico circostante il punto  O.
4
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Con questa legge e con l'espressione dell' accelerazione fittizia, possiamo determinare l'espressione dell'accelerazione
radiale che il punto centrale  O deve applicare a  P per avere l'equilibrio :

Vn²⋅R = K²

af = V²/R           da cui si ricava :                                 af = K²/R²

Si ricava così la nota legge che viene verificata sperimentalmente in tutti gli spazi rotanti, dalla quale risulta che
" l'accelerazione radiale imposta è indipendente dal valore
della massa in orbita ".

Questa relazione coincide con quella dell'accelerazione centripeta che viene esercitata dalla massa centrale generatrice
sui punti dello spazio rotante in equilibrio alla distanza   , se si considera lo spazio fisico, distribuito sulla
superficie 
della sfera cosmica continuo ed incomprimibile.
cono gravità
Con riferimento alla figura, considerando il cono di spazio fisico omogeneo, si ricava la forza che agisce sulla massa
unitaria :

Per avere l'equilibrio, sulle due superficie, dovrà essere :                             dF₁ = dF₀
5
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Sostituendo e ponendo :       (1/(δ₀ ⋅ π))⋅(dFo/dα) = Ko²  si ottiene :       ar = – Ko²/R²

Confrontando questa relazione con quella ottenuta analizzando l'interazione nello spazio fisico tra i punti  O e  P ,
vediamo che  K² coincide con  Ko². E'da tenere presente che i risultati ottenuti finora sono stati ricavati  solo con
l'ipotesi che esista uno spazio fisicocon il significato di esistenza che abbiamo dato ) e che in esso sia verificato il
principio di 
conservazione dell'energia .
Nel discorso che abbiamo fatto la massa non compare affatto e quindi, se identifichiamo l'accelerazione radiale ar
con la nota accelerazione di gravità, scopriamo che :
La gravità è una caratteristica dello spazio fisico e non della
materia organizzata
che non abbiamo ancora introdotto, e la costante   dipende dalla densità
propria  δ  dello spazio fisico formato da elementi spaziali  S₀  senza alcun livello di aggregazione e dal rapporto
 dFo / dα      che dipende dalla densità locale δ dello spazio nel punto centrale O.

In uno spazio omogeneo ed isotropo la densità è uguale in ogni punto a  δ e quindi è costante la forza che ciascun
punto esercita su tutti gli altri, in tutte le direzioni, e quindi in qualsiasi punto dello spazio si avrà :

                                ∑ F = 0        e quindi anche :        ∑ V = 0

Questo significa che nello spazio fisico iniziale, privo di materia organizzata, non si verificava nessun movimento,
benchè si esercitassero forze tra gli elementi spaziali in equilibrio.
Se in un punto qualsiasi si ha aggregazione di elementi spaziali, la densità  δ risulta maggiore di δ₀ e quindi il valore
della costante associata al punto  risulta maggiore di Ko².
6
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Il punto considerato, in questo caso, costituisce un polo di attrazione rispetto a tutti i punti dello spazio circostante, in
quanto è capace di esercitare su di essi un'accelerazione radiale ar  maggiore di quella che viene esercitata in tutte le
direzioni dagli altri punti aventi la densità δ.

L'equilibrio perturbato dei punti circostanti si ristabilisce solo rispettando
la legge fondamentale degli spazi rotanti,
ossia fornendo a tutti i punti la velocità tangenziale
Vn che soddisfa la relazione :
                                                 Vn²⋅R = K².

E' chiaro che sarà l'aggregato rotante stesso, di densità  δ, posto al centro, a trasferire allo spazio l'energia necessaria
per ristabilire l'equilibrio.
Esisterà un valore massimo del raggio  RP0 oltre il quale l'azione del centro è trascurabile rispetto a quella esercitata
dallo spazio circostante.
Se nello spazio rotante così generato si pone un aggregato di dimensioni finite si verificano i processi descritti nell'Art.4
con la manifestazione di una forza diretta verso il centro dello spazio rotante.
In definitiva, possiamo dire che :
Un aggregato di elementi spaziali  S attiva lo spazio circostante, fino alla
distanza massima RP0, rendendolo capace di esercitare una forza 
centrale
su qualsiasi aggregato posto entro il raggio d'azione  RP0 .

Si noti che la forza sull'aggregato posto alla distanza  R  dal centro si genera direttamente con l'interazione locale tra
aggregato e spazio fisico e dunque si manifesta immediatamente, senza alcuna comunicazione con
il centro, che comporterebbe un certo ritardo, in disaccordo con l'esperienza quotidiana.
7
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Art.4-- Origine ed evoluzione dell'universo primordiale da invisibile a osservabile -- Antonio Dirita

per approfondimenti      www.fisicauniversale.com/wp

Facciamo notare che la gradualità dei processi utilizzata nell'esposizione della aggregazione dello spazio non è reale,
ma solo necessaria e utile a noi per la descrizione.
Nella realtà, trattandosi di un universo senza tempo, la sfera universale non si polarizza gradualmente nel
tempo, ma è semplicemente sempre 
polarizzata con una analoga distribuzione di aggregati A₁ ; A₂ ; A₃

ecc. sui due emisferi.

Il processo di aggregazione che abbiamo descritto è quello tipico, che porta alla sintesi di sistemi legati multipli, i
quali, come vedremo meglio in seguito, si comportano tutti come particelle elementari.
Trattandosi di aggregazioni successive, man mano che il processo continua, "gli aggregati più piccoli scompaiono"
per sintetizzare quelli di dimensioni più elevate.
Ciascun aggregato "trascina in rotazione" lo spazio circostante fino ad una distanza proporzionale alle sue dimensioni.
In questo senso diciamo che gli aggregati A₁, A2, A₃ , ecc.  si circondano di una sfera spaziale " propria "
di raggio  RP0  che soddisfa la relazione :
                                           RP0 / r = α = costante

dove r  indica il " raggio proprio " dell'aggregato e RP0 il raggio d'azione di A , ossia lo spazio oltre il quale la sua
azione diventa trascurabile.
Il processo di aggregazione che abbiamo descritto non continua per un tempo illimitato, ma, oltre una certa
dimensione
degli aggregati, viene sostituito con altri che consentono di esercitare azioni a grandi distanze.

Consideriamo dunque le forze che agiscono su un elemento spaziale oppure su un aggregato rotante che occupi una
parte dello spazio rotante associato alla sfera d'azione di un altro aggregato spaziale.
In definitiva analizziamo le forze che si manifestano su una sfera rotante e lo spazio fisico in moto traslatorio rispetto
ad un sistema di riferimento fisso, solidale con lo spazio circostante.
Senza prendere in considerazione la teoria generale del giroscopio, che complicherebbe inutilmente la trattazione,
ma che comunque verrà trattata in dettaglio in un altro capitolo, richiamiamo brevemente l'effetto giroscopico più
semplice, noto come effetto Magnus.
1
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figura 12
Con riferimento alla figura 12, senza modificare la sostanza del problema, per noi risulta più comodo cambiare
riferimento e considerare la sfera  S₀  rotante su se stessa con il centro fermo e lo spazio fisico circostante dotato
invece di moto traslatorio rispetto ad esso. Consideriamo inizialmente due casi molto semplici separatamente.

a -- Sfera rotante su se stessa con velocità periferica C = ω⋅ rs , immersa in uno spazio immobile.
In questo caso, data la simmetria, la sfera continuerà a ruotare, più o meno frenata in rapporto al valore della densità
del mezzo ambiente, e non accade nulla di particolarmente rilevante.

b -- Sfera non rotante immersa in uno spazio in moto traslatorio rispetto ad essa con una velocità relativa vs.
Anche in questo caso, non si produce alcun effetto particolare oltre all'azione di un eventuale trascinamento che gli
elementi spaziali in moto esercitano su quelli fissi costituenti la sfera.

Notiamo soltanto che, in ogni caso, l'interazione tra la sfera e lo spazio non è superficiale, ma esteso a tutto il volume
da essa occupato, in quanto, avendo gli elementi spaziali S₀ raggio r→0 , essi riescono a penetrare all'interno
senza difficoltà ed interagiscono così con ogni singolo aggregato elementare di cui la sfera è formata.
L'azione complessiva risulta dunque proporzionale al numero di aggregati elementari presenti nella sfera.
2
------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- figura 13
Se ora consideriamo i due casi sovrapposti, contrariamente alle aspettative, la sfera rotante si muove con velocità
Va in una direzione inclinata di un certo angolo α  rispetto a vs , come è schematizzato in figura 13.
Se si scompone la velocità  Va  nelle sue due componenti  Vl  longitudinale e  Vt  trasversale, possiamo dire che
l'effetto nuovo è proprio il manifestarsi di una velocità V_{t} perpendicolare alla direzione della velocità vs ,
effetto 
tutt'altro che prevedibile.

Se però si osserva la figura 13, si vede chiaramente che esso si genera per la dissimmetria che la rotazione della sfera
genera, rispetto alla direzione del moto di traslazione dello spazio rotante di ordine superiore,tra la parte A e la parte
B della sfera.
Nella sezione  A si manifesta infatti una velocità relativa più elevata di quella che si misura nella sezione  B e questo
modifica chiaramente i risultati che si generano dalla interazione tra sfera e spazio circostante.
Se viene invertito il verso di rotazione della sfera, cambia anche quello della componente  Vt .

Questo risultato ci dice che, quando ci troviamo in uno spazio fisico (e non nello spazio geometrico, che non
esiste nella realtà fisica) in cui 
sono presenti degli elementi spaziali, o suoi aggregati, rotanti attorno ad un
loro asse, "qualsiasi analisi del moto non può prescindere dalla 
rotazione", in
quanto così facendo andrebbero perduti tutti gli effetti giroscopici 
ad essa connessi e con essi anche tutte
le preziose informazioni su 
fenomeni che ne derivano.

3
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L'astrazione nella quale viene preso in esame un " punto materiale" in moto nello "spazio geometrico" non
sempre rappresenta dunque un'
approssimazione accettabile della realtà fisica.

Benchè gli effetti legati a questo fenomeno vengano normalmente osservati ed impiegati in presenza di aria o fluidi in
generale, il fenomeno si manifesta, praticamente senza attenuazione apprezzabile, anche se la sfera è in moto nello
spazio vuoto. Se la sfera rotante di figura 13 viene vincolata in modo che venga impedito il moto di traslazione, su di
essa si manifesta una forza S nella direzione della velocità C .

figura 34
Se si scompone questa forza nelle due componenti  Ft  ed  Fl , il triangolo delle velocità viene sostituito da quello

simile delle "forze che nascono dalla interazione" tra la sfera rotante su se stessa e lo spazio fisico in movimento
rispetto ad essa con la velocità V.
Abbiamo visto che la presenza di materia può essere rilevata (e dunque la materia esiste) solo se si ha una velocità
relativa tra l'aggregato considerato e lo spazio fisico circostante. Ne deriva che il valore della massa inerziale m che si
associa all'aggregato, qualunque sia il significato che le viene attribuito, dovrà necessariamente dipendere dalle sue
condizioni di moto rispetto allo spazio fisico circostante.

Possiamo ricavare la relazione che lega la massa della sfera alle condizioni di moto, utilizzando l'effetto giroscopico al
quale abbiamo già accennato,che si manifesta nel piano di rotazione.
4
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Se rappresenta la massima velocità osservabile, la composizione delle velocità fornisce nella direzione di S
ancora la velocità massima Cper cui si possono eseguire i calcoli seguenti.

Per una trattazione elementare semplificata, consideriamo la sfera costituita da quattro settori  A,B,D,E  che si
muovono, rispetto ad un osservatore solidale con lo spazio fisico esterno.
Le velocità rilevate dall'osservatore risultano :

                VA = C + V              ;     VB = C – V

               VD = ( C² – V²)1/2    ;    VE = ( C² – V²)1/2
Le componenti della velocità nella direzione degli assi risultano :

               VY = V                      ;     VX = ( C² – V²)1/2

si ha quindi :                                    
Se ora associamo a ciascun settore la massa  mA, mB, mD, m essendo essi solidali tra loro, l'impulso da
essi ricevuto sarà lo stesso e si avrà :

           I = mA⋅ (C + V)             ;       I = mB ⋅ (C – V)

          I = mD ⋅ ( C² – V²)1/2     ;      I = mE ⋅ ( C² – V²)1/2

le masse che l'osservatore avverte nelle due direzioni x ed y saranno :

5
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Se poniamo V = 0 ed indichiamo con m₀ la massa della sfera in queste condizioni di moto ( massa a riposo ), si avrà

                            mx = my = m₀ = 2⋅I/C

da cui si ottiene l'impulso (o quantità di moto) della sfera rotante su se stessa con velocità di traslazione nulla :

                                     I = m₀·C/2

Si noti che lo stesso risultato si ottiene con l'integrale :


La velocità C coincide dunque con quella di rotazione della sfera, che fornisce l'impulso iniziale.
Sostituendo nelle espressioni delle masse, si ricava :
              nella direzione del moto
  
 in direzione perpendicolare al moto

Queste relazioni mettono in evidenza che la massa  di una sfera non ha un valore costante, ma dipendente dalle
caratteristiche del moto relativo rispetto allo spazio in cui essa si muove. Del resto, il risultato risulta perfettamente in
accordo con il fatto che proprio la velocità di scorrimento relativo consente alla materia organizzata di separarsi dallo
spazio fisico e quindi di esistere (  Art.3  ) .

Incidentalmente notiamo che, se cambia il verso di rotazione della sfera, la forza longitudinale (nella direzione del moto)
non cambia, mentre s'inverte il verso della forza trasversale. Questo vuol dire che, se abbiamo un sistema, per esempio
un atomo, formato da particelle rotanti in versi opposti, mettendolo in moto nello spazio fisico puro con una velocità
crescente, sulle particelle si manifestano forze opposte crescenti, per cui si troverà una velocità (confrontabile con quella
della luce) in corrispondenza della quale le particelle componenti si separano.
Il processo potrebbe avere utili applicazioni industriali.
6
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Se la sfera ruota senza traslare rispetto allo spazio  (V = 0) , la sfera presenta lo stesso valore  min tutte le
direzioni e viene indicata come massa a riposo.
Se invece si sposta rispetto allo spazio con una velocità relativa  V ≠ 0,  non solo cambia il valore della massa
longitudinale
m
nella direzione del moto, ma ancora di più aumenta la massa trasversale  mt  che la sfera presenta nella la

direzione perpendicolare al moto.
Il risultato ottenuto rappresenta un'ulteriore conferma che la materia, alla quale si associa una massa, viene originata
dal moto relativo di un punto rispetto allo spazio fisico circostante.

Si può ottenere lo stesso risultato differenziando l'espressione della massa trasversale,  m scritta nella forma :


differenziando, abbiamo :     
che si può scrivere :

                      C² ⋅ dmt= 2 ⋅ VdV ⋅ m+ V² ⋅ dmt
ed in definitiva :

                               C² ⋅ dmt = d(V² ⋅ mt)

Se la massa m₀ è in equilibrio in moto rototraslatorio in uno spazio fisico rotante, la velocità radiale vale
Vr= √2 ⋅ V e quindi, sostituendo, si ottiene :

dove dE indica il differenziale dell'energia di legame tra sfera e spazio fisico. Si ha infatti :
7
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Integrando e sostituendo C = Cl , si ha dunque la relazione fondamentale :             E = mt⋅ Cl²

nota come la relazione che stabilisce l'equivalenza tra massa ed energia e conferma che :
La presenza di moto relativo e interazione tra le parti rappresenta la "condizione la necessaria" per poter
rilevare l'esitenza di tutto lo spazio 
fisico e quindi dell'universo.
Tutto ciò che ha una massa, e dunque esiste
nell'universo, è in moto 
rispetto allo spazio circostante.

Quando si parla di universo visibile, si deve precisare lo strumento attraverso il quale viene osservato.
Nel nostro caso lo strumento più veloce ed efficace che abbiamo a disposizione sono le onde elettromagnetiche che,
com'è noto, si muovono nello spazio con la velocità della luce,                  Cl = 299792,458 Km/sec.

E' chiaro che, per noi, sarà osservabile solo tutto ciò che si muove con una velocità minore di  Cl  e nessun
aggregato in moto, rispetto a noi osservatori, con velocità maggiore di quella della luce potrà essere raggiunto dalle onde
che utilizziamo per intercettarlo.
Questo "nostro limite" ci impedisce di osservare le prime fasi di evoluzione dello spazio e solo quando gli aggregati
spaziali raggiungono dimensioni tali da generare sistemi aventi velocità minori del limite Cl l'universo neonato sarà
visibile. Vedremo nell' Art.6  quando e come questa condizione si verifica.
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Art.3 -- Prima del tempo- origine dello spazio fisico e dell'universo primordiale -- Antonio Dirita

per approfondimenti      www.fisicauniversale.com/wp

Abbiamo visto che l’esistenza di qualsiasi cosa viene percepita unicamente attraverso lo spazio di memoria che viene
occupato. 
L’esistenza di un punto è resa quindi possibile solo dalla presenza di un altro punto, che registra la
sua posizione in un punto della memoria al quale viene associato un preciso istante nella sequenza temporale.
Dunque nessuna realtà fisica potrà essere immaginata fuori dal tempo.

Se vogliamo ora applicare all’intero universo, la condizione di esistenza che abbiamo indicato,ci rendiamo subito conto
che le difficoltà che si presentano sono praticamente insuperabili. E’ infatti impossibile, per definizione di universo,
avere un osservatore ed una memoria esterna come supporto per il tempo.
Definire dunque l’esistenza dell’universo utilizzando la nozione del tempo non è possibile e quindi,visto che comunque
della sua esistenza noi abbiamo piena coscienza, si debbono cercare altre vie.

Il primo e più semplice approccio al problema può essere un profondo atto di fede per poter dire
che l’universo 
esiste in quanto è stato creato “ dal nulla “ da un ” Essere Supremo “, che ne ha
definito
tutta l’organizzazione.
In questa maniera diventa possibile analizzare i fatti che si osservano senza dover necessariamente fare indagini sulle

ragioni che li rendono possibili, in quanto l’onnipotenza di Dio rende tutto fattibile.

In alternativa, possiamo considerare l’universo creato dal ” nulla “ non da un Essere Supremo, ma dal
“Big Bang”
, una immane esplosione “ del nulla ”che conservava in sè tutte le caratteristiche necessarie

per generare l’ordine successivo.

A parte la diversa formulazione, entrambe le alternative,rappresentano nella sostanza
un atto di fede, anche se la seconda viene oggi molto accreditata 
presso la comunità
scientifica.

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Anche se non pensiamo di dare risposte definitive, in questa sede, vogliamo comunque tentare un approccio diverso
al problema, tenendo presenti le considerazioni che sono state fatte finora.
Innanzitutto dobbiamo osservare che, non essendo possibile disporre di un osservatore esterno, si deve escludere la
esistenza di un tempo universale nel quale dovrebbe durare l’universo per poter esistere.
A questo punto abbiamo dunque due scelte :
— negare l’esistenza dell’universo 
— ricercare un universo senza tempo, ossia un universo la cui esistenza sia indipendente dal tempo.

Non abbiamo nessun valido elemento per privilegiare una delle due soluzioni,per cui dobbiamo considerare
entrambe le possibilità.

La prima soluzione è giustificata dal fatto che noi siamo parte dell’universo e quindi lo osserviamo dall’interno,
acquisendo così consapevolezza 
dell’esistenza solo della parte che cade entro il nostro raggio d’azione.

Questo non implica però l’esistenza del tutto, in quanto potrebbe esistere una parte oscura perfettamente
speculare, con caratteristiche fisiche complementari, tali da fornire globalmente 
caratteristiche di valore nullo.
Inoltre si deve considerare che la nostra consapevolezza non è affatto indice di esistenza oggettiva di quello che
osserviamo.

In assenza di un osservatore, chi potrebbe dire che esiste qualcosa ?

Noi pensiamo di essere, e forse lo siamo, "osservatori privilegiati " e questo condiziona molto l’interpretazione dei
fenomeni che osserviamo e di tutto l’universo.

Per ridurre il condizionamento, immaginiamo di fare un viaggio a ritroso nella evoluzione presunta dell’universo e, in
particolare, del nostro mondo. Dopo ogni passaggio verifichiamo se esiste ancora la possibilità di avvertire l’esistenza
dell’universo.
Dato che l’esistenza di qualsiasi cosa può essere percepita solo attraverso la sua interazione con un punto dello
spazio circostante,
procedendo in questa direzione, avvertiremo la presenza dell’universo fino al punto in cui la
materia si riduce a particelle elementari interagenti fra loro.

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Se procediamo ancora a ritroso, giungiamo ad una dimensione minima in corrispondenza della quale "si ha uno
spazio fisico formato da soli punti di dimensioni infinitesime, interagenti fra loro".

Ciascun punto vedrà tutti gli altri come universo, osservato dall’interno, esteso a tutto il loro raggio d’azione.

Il punto dello spazio  S0 , avente raggio r 0 , capace di interagire con tutti gli altri, diventa dunque il
minimo livello di aggregazione della
materia.

Osservando la materia organizzata fino al livello atomico (ma anche oltre), si vede che qualsiasi interazione è sempre
accompagnata da una rotazione di particelle su se stesse.
Se associamo la capacità d’interazione alla rotazione di S0 su se stesso, vediamo che l’unione di punti rotanti nello
stesso verso dà origine ad aggregati con rotazione ancora nello stesso verso che si presentano come un punto dello
spazio avente raggio (2⋅r₀) → 0
                                             figura 7

L’unione di elementi rotanti controversi porta invece ad un aggregato che si presenta ad un osservatore come un
punto di dimensioni infinitesime avente rotazione propria uguale a zero e dunque "assolutamente incapace di
interagire con lo spazio circostante".

Uno spazio formato da coppie di questo tipo non è più rilevabile e quindi non esiste come universo primordiale e può
rappresentare ” lo spazio vuoto iniziale ”dal quale
si è separato lo spazio fisico" che evolverà nell’universo che

studieremo in altro capitolo.
Il nulla o lo spazio vuoto altro non è che spazio fisico prima
della separazione degli elementi controversi.

Lo spazio vuoto che è stato così individuato esiste come risultato teorico, ma non è osservabile e dunque di
fatto non esiste.
3

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Esso si identifica quindi con lo spazio geometrico, che è un concetto astratto, nel quale non è possibile trasferimento
di energia o qualsiasi altra azione.

L’universo non è quindi una entità preesistente, ma ” una
costruzione 
teorica avente lo spazio geometrico come base
di partenza “.


Per quanto riguarda la scelta di un universo senza tempo, ricordiamo che qualsiasi sistema è indipendente dal
tempo solo se 
è assolutamente statico oppure se si evolve in maniera “perfettamente” periodica.

Nel nostro caso, l’osservazione astronomica ci riferisce di un universo che si presenta in evoluzione e quindi optiamo
per la seconda soluzione.

Il nostro problema sarà dunque " definire un universo capace di subire, su grande
scala,
una evoluzione periodica "
per un tempo indefinito, 
senza inizio nè fine.

Cominciamo con l’osservare che, se è dato un ambiente, comunque esteso, definire in esso una qualsiasi entità,
vuol dire distinguerla dalle altre presenti
 attraverso la definizione delle caratteristiche di tutti i suoi punti. Questo

significa che tutti i punti che appartengono all’entità che viene definita presentano le  proprietà e caratteristiche
particolari, che vengono richieste per provarne l’appartenenza.

I punti che non presentano quelle caratteristiche non vi appartengono e sono dunque qualcos’altro.
Se l’entità considerata è infinitamente estesa ( nel senso che occupa tutti i punti dello spazio geometrico ), non
possono esistere, in quello spazio, altri punti che non le appartengono. Le eventuali caratteristiche particolari, che i
suoi punti dovrebbero presentare per poter testimoniare la loro appartenenza, non potranno certamente essere
definite, in quanto non possono esistere punti diversi dai quali distinguersi.
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In altre parole, non sarà mai possibile definire l’esistenza di qualcosa che sia infinitamente esteso, in quanto l’ambiente
nel quale esso si dovrà distinguere (per la definizione data di esistenza) dovrà necessariamente contenere altri punti
con caratteristiche diverse.

In base a queste semplici considerazioni, all’esistenza di qualsiasi cosa non si potrà mai dare valore assoluto, ma
sempre relativo all’ambiente che viene preso in considerazione.
Nel nostro caso, assumiamo come ambiente ” lo spazio geometrico “ che, essendo un pensiero astratto, può essere
considerato, senza altre indagini, con il significato noto dalla geometria euclidea, infinitamente esteso e quindi adatto
a contenere il ” tutto “.

Se in tale ambiente individuare l’universo appena formato,ossia se vogliamo considerare “l’istante iniziale”,
dobbiamo pensarlo privo 
di materia organizzata e senza alcuna evoluzione in corso passata.

Dobbiamo quindi immaginare l’universo iniziale come lo”spazio fisico puro ”visto nell’istante in cui si separa
e si distingue dal restante 
spazio geometrico.

La separazione si ottiene considerando le diverse caratteristiche dei suoi
punti, 
che vengono indicati come “ elementi spaziali fondamentali ”.

Essi rappresentano così i più piccoli ”punti” distinguibili nello spazio fisico puro (universo primordiale).

In definitiva, ci troviamo, a questo punto, uno spazio geometrico infinitamente esteso in cui ” si separa “ uno spazio
fisico puro, il quale viene identificato come ” universo “.

I suoi punti si distinguono dal restante spazio geometrico, che viene indicato come il “nulla”.
Secondo questa impostazione, l’esistenza del nulla è condizione necessaria per poter definire un universo primordiale,
mancante cioè di qualsiasi struttura organizzata. E’ altresì indispensabile che gli elementi spaziali che costituiscono lo
spazio fisico puro non siano uniformemente distribuiti nello spazio geometrico, ma separati dal nulla da un
confine ben preciso, altrimenti si verrebbe a generare nuovamente uno spazio avente caratteristiche omogenee e si
ricadrebbe così nell’impossibilità di poter distinguere e definire in esso qualcosa.
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Si tratta, a questo punto, di definire in dettaglio le caratteristiche dello spazio fisico puro
che abbiamo identificato con l’universo primordiale.

Avendo ipotizzato, nello spazio fisico iniziale, la totale assenza di evoluzione in corso e la "assoluta impossibilità" di
individuare in esso qualsiasi forma di materia organizzata ( universo appena separato dal nulla ), tutti i suoi punti
debbono essere equivalenti, con le stesse caratteristiche e non deve esistere nulla che possa distinguerli, nemmeno la
posizione.

Essa sarebbe infatti comunque un elemento di distinzione che si potrebbe utilizzare per definire il primo livello di
organizzazione della materia presente dopo una prima fase di evoluzione.

Per poter definire dunque un universo iniziale, non devono essere presenti nè confini, nè punti o direzioni
privilegiate,
in modo che lo spazio fisico puro, che forma l’universo primordiale, si presenti sempre con la stessa

configurazione, indipendentemente dalla direzione e dal punto d’osservazione.
Dal punto di vista geometrico,restando nell’ambito della geometria euclidea,alla quale tutto sembra più adatto, l’unica
figura che consente di ottenere uno spazio non infinito, con tutte le caratteristiche richieste, "è la superficie sferica
formata da ” punti
 (elementi spaziali) uniformemente distribuiti.

Ne risulta così un universo avente due dimensioni, che si
sviluppa 
solo e tutto sulla superficie curva della sfera.

L’esistenza di una terza dimensione, finita, in direzione perpendicolare alla superficie della sfera,nell’universo iniziale,
deve essere esclusa in quanto creerebbe un confine con conseguente possibilità di distinguere i suoi punti utilizzando
la posizione.
Questa disposizione potrebbe dunque essere interpretata come primo livello di organizzazione, che si ottiene dopo
una prima fase di evoluzione che però noi abbiamo escluso per ipotesi (stiamo andando alla ricerca dell’origine).
Definita la geometria, si tratta ora di scegliere le caratteristiche specifiche da assegnare ai singoli punti che formano lo
spazio fisico puro.
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E’ chiaro che, conoscendo noi l’universo che si è poi evoluto, la nostra scelta non potrà essere arbitraria, ma
deve essere tale da consentire 
allo spazio fisico che ne deriva di dare origine a tutti i fenomeni che noi oggi
osserviamo nel nostro universo.
A tale riguardo, osserviamo che, se ci accingiamo ad elaborare una  ”teoria del tutto“, ammettiamo,
implicitamente, la sua reale esistenza.
Se dunque si considera che essa, per definizione, deve descrivere tutto l’universo con le stesse leggi, iniziare la

sua elaborazione implica l’ipotesi iniziale che le caratteristiche della materia debbano essere indipendenti dal suo livello
di aggregazione.

In base a queste osservazioni,l’elemento spaziale dovrà presentare le stesse caratteristiche della materia,
da 
quella ordinaria, che si è organizzata in ammassi galattici, a quella che si trova ancora nella fase di puro
spazio fisico.
Vedremo in seguito che, per la verità, questa situazione non corrisponde alla realtà fisica, ma risulta una conseguenza

del fatto che noi ed i nostri mezzi di indagine abbiamo dei limiti che si riflettono su qualsiasi teoria universale.

E’ dunque utile tenere presente quanto segue :
1 — tutte le trasformazioni che si verificano nell’universo sono  sempre  riconducibili a scambi di ” forze “.

2 — tutto l’universo osservabile ci appare disseminato di qualcosa che noi chiamiamo materia “, che
presenta la capacità di aggregarsi e 
disgregarsi continuamente.

3 — tutto ciò che occupa spazio nell’universo, indipendentemente dal livello di aggregazione, è sempre
animato di moto ” rototraslatorio “
che si sviluppa, quasi sempre su un piano privilegiato.

4 — da qualsiasi punto ed in qualunque direzione si osservi, l’universo ” rivela sempre la stessa
organizzazione “,
anche per i punti che si 
trovano ad una distanza da noi uguale a 10²⁴ Km , valore
massimo osservabile.

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Per quanto riguarda il primo punto, va precisato che il concetto di forza come grandezza fisica è stato introdotto
come comodo strumento per studiare il comportamento dei corpi
che ci circondano nelle condizioni ordinarie,

ma si è rivelato di natura e significato assolutamente incerti per le applicazioni fuori dall’ordinario.
Essendo il nostro universo primordiale certamente in condizioni non comuni, prima di utilizzare il termine sarebbe
necessario fare qualche precisazione.

Tuttavia, per i nostri scopi attuali, lo useremo con il significato comune, senza ulteriori indagini.
Anche il termine "materia" non ha un significato ben definito, scientificamente, ed è stato preso con il senso
dato nel linguaggio comune.

Nell’universo primordiale essa non compare e dunque, per adesso, non crea particolari problemi. Quando verrà usato,
se non viene diversamente specificato, il termine materia dovrà inizialmente intendersi con il significato corrente.
Il terzo e quarto punto portano, ragionevolmente, ad ipotizzare che le leggi che regolano l’equilibrio e l’organizzazione
dell’universo "non siano il risultato di una  comunicazione  diretta tra i diversi  elementi spaziali “, difficile da
immaginare ad una distanza di circa 10²⁴ Km , ma che siano scritte negli elementi spaziali stessi.
Solo in questo modo l'organizzazione potrà essere rigorosamente la stessa ovunque ed a qualsiasi livello di
aggregazione.

Ricordando quanto abbiamo finora esposto, immaginiamo lo "spazio puro" formato dagli elementi spaziali o punti
materiali, che abbiamo indicato con S₀ e si presentano come sfere rotanti indeformabili, aventi raggio r₀ piccolo a
piacere (r 0), distribuiti uniformemente e con continuità sulla superficie di una sfera di raggioR.
La capacità degli elementi spaziali di distribuirsi uniformemente sulla sfera si ottiene automaticamente assegnando a
ciascuno di essi la possibilitàdi trasferire attraverso ogni punto della sua superficie un'azione specifica f₀ costante ed
indipendente dalla direzione.

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Assegnando ancora a ciascun elemento spaziale la possibilità di ruotare su se stesso con una velocità periferica V₀ nel
verso orario oppure antiorario, la continuità dello spazio fisico e la presenza dell'azione f₀ creeranno una rotazione
nei due versi con distribuzione esattamente al 50 % , come è rappresentato in figura 5
figura 5
Quello che, a questo punto, ci proponiamo di fare è dimostrare che :

Senza introdurre alcuna ipotesi restrittiva e senza dover fare ricorso a dati
empirici, utilizzando unicamente i metodi impiegati normalmente 
nella
meccanica 
razionale, lo spazio fisico puro così definito si evolve 
spontaneamente e si organizza,
generando tutte le strutture ed 
i fenomeni che si manifestano oggi nell’universo, sia a livello atomico che
astronomico, fino al ” grande attrattore “.

Tutto questo viene ottenuto utilizzando una sola forza ed una sola legge del moto, le quali consentono l’equilibrio
solo in condizioni ben precise, dalle quali deriva la configurazione dell’universo da noi osservata. Il verificarsi di queste
condizioni porta anche alla quantizzazione generale di tutte le grandezze fisiche che caratterizzano il moto, inclusa
quella nota e largamente utilizzata in campo atomico.
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Come si può vedere,abbiamo scelto le caratteristiche dell’elemento spaziale primordiale esattamente coincidenti con
quelle della materia organizzata.
Questo equivale ad assumere come principio guida per tutta la teoria il fatto che le caratteristiche
della materia
siano del tutto indipendenti 
dal livello di aggregazione e quindi
che  ” 
tutte le leggi della fisica debbano avere validità assolutamente universale “.

Inoltre, dato che le leggi che governano gli equilibri sono state derivate dalle caratteristiche di un elemento di spazio
estremamente semplice e privo 
di struttura interna, esse non potranno che essere poche ed elementari ed il

nostro scopo sarà quello di cercarle.
Cercheremo dunque l’espressione di un’unica forza che,per avere validità generale, deve essere applicabile a qualsiasi
livello di aggregazione e quindi dovrà risultare necessariamente indipendente dalle particolari caratteristiche della
materia organizzata.
Indicheremo questa espressione come ” forza universale ” o ” forza unificata “.

Analogo discorso si può fare per la condizione di equilibrio, che dovrà avere validità generale, applicabile a tutti i livelli
di aggregazione e dunque dovrà essere descritta da una espressione molto semplice che indicheremo come
 ” condizione di equilibrio universale .

Applicando queste espressioni agli aggregati astronomici, ricaveremo tutte le orbite, velocità ed altre caratteristiche di
tutti i sistemi satellitari, planetari, stellari e galattici.
Applicando le stesse relazioni agli aggregati atomici e subatomici, potranno essere ricavate sia la struttura dell’atomo e
del suo nucleo, che "l’espressione teorica dell’energìa di legame", di cui oggi è disponibile
solo un' espressione 
semiempirica.

Studiando il nucleo atomico con l’espressione teorica dell’energia di legame, verranno giustificati i comportamenti già
noti, mettendo anche in evidenza il meccanismo di formazione dei neutroni al suo interno.
Usando la stessa relazione, ricaveremo infine il valore teorico della massa di tutti gli isotopi naturali fino al numero
atomico Z = 120 , che rappresenta il limite assoluto, previsto dalla teoria per il numero di elementi sintetizzabili
nell’universo.
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Ritornando ora al nostro universo, iniziamo ad analizzare il primo passo possibile verso l’evoluzione partendo dalla
schematizzazione di figura 6.
figura 6
Se indichiamo con  Rmax il raggio delle sfera universale con tutti gli elementi spaziali  S0 , disposti sulla sua superficie,
perfettamente a contatto tra loro, su un unico strato, lo spessore dello spazio puro sarà (figura 5) :
                                                         dR = 2⋅r₀
il volume occupato da tutto lo spazio nella condizione iniziale sarà quindi :

                                                                            V0 = 4⋅π⋅ Rmax²⋅2 • r₀ .

Se gli elementi spaziali  S0  sono indeformabili per definizione, qualunque sia l’evoluzione della sfera cosmica, tale
volume resterà costante.

Il numero di elementi spaziali che agiscono in ogni momento sulla superficie unitaria, ovvero la densità di elementi
spaziali
, sarà :

                                                                               δs = Ns = (Rmax / R)² 
 
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Se ora, con riferimento alla figura 5, consideriamo una superficie elementare  dS = R²⋅dα , per la indivisibilità di S0 ,
possiamo porre :
                                                                                         dS = π⋅(r0)2
e la forza F0 che tale superficie scambia con gli elementi contigui fa nascere una componente radiale :

dFr = F0sen(dα0)

e, per un limite notevole, si ha :                               dFr = F0

La pressione che gli elementi spaziali distribuiti sulla superficie della sfera esercitano verso il centro O vale :

                  P = dFr/dS = (F₀⋅ dα)/(R²⋅ dα) = F₀/R²

Essendo uguale a zero la pressione esercitata dal " nulla " all'interno  della sfera, sotto l'azione della pressione  P essa
si contrae.
La contrazione produce un aumento della densità superficiale  δs  con un ulteriore aumento della pressione  P , per
cui, man mano che diminuisce il valore del raggio R della sfera, aumenta la velocità radiale di contrazione fino al valore
massimo osservabile Vmax ,che verrà raggiunto in corrispondenza del valore minimo osservabile del raggio Rmin .
La riduzione del raggio  , associato alla contrazione della sfera, produce una riduzione della sua superficie e quindi
anche uno scorrimento superficiale di tutti gli elementi spaziali.
Essendo   r0 ,  è sufficiente che si produca un piccolo spostamento relativo perchè si abbiano elementi spaziali
rotanti equiversi vicini con conseguente aggregazione, nei modi mostrati in figura 7.
figura 7
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Quando questo accade, il punto  O  di contatto rimane fermo nello spazio, per cui i due elementi spaziali iniziano a
ruotare attorno ad esso, se le condizioni sono tali da consentirlo.
Bisogna infatti tenere presente che, affinchè possa iniziare la rotazione, sarà necessario che la coppia motrice che tende
a far ruotare l’aggregato riesca a vincere la forza di legame tra l’aggregato e lo spazio circostante in modo da permettere
lo scorrimento.
La coppia motrice aumenta man mano che cresce il numero di elementi che si aggregano.

Se indichiamo con  N₁ il numero di elementi aggregati in corrispondenza del quale si verifica la rottura di questi legami,
lo scorrimento superficiale che si crea, benché minimo, rappresenta un confine tra l’aggregato, che chiamiamo A₁ e lo
spazio circostante. Nasce così nello spazio fisico puro iniziale qualcosa che si distingue da esso anche se è formato dagli
stessi elementi spaziali.
Questo fatto è di un’importanza eccezionale, in quanto “rappresenta il primo passo evolutivo dell’universo verso la
materia organizzata”.

L’esistenza dell’aggregato   A₁ nello spazio è quindi legata unicamente alla sua velocità relativa rispetto agli elementi
spaziali circostanti. Essi soltanto possono dunque rivelarne la presenza.
Qualora tale velocità dovesse, per una ragione qualsiasi, annullarsi, il nuovo aggregato  A₁ cesserebbe di esistere.
Questa osservazione ci consente di  interpretare la materia presente nell’universo semplicemente
come ” manifestazione 
del moto relativo tra punti diversi dello spazio fisico “.

A₁ = N₁⋅S₀ rappresenta il primo livello di aggregazione che lo spazio puro riesce a produrre.
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Quello che più conta è il fatto che la creazione di una velocità di scorrimento VS0  sul confine costituisce un ostacolo
per l’aggiunta di altri elementi spaziali  S₀  all’aggregato  A₁.
Per questa ragione esso è ben definito e tutti gli aggregati A₁ che si formano nello spazio sono perfettamente identici tra
loro, anche se essi si trovano ad una notevole distanza tra loro, senza alcun bisogno di comunicare.
Si assiste così ad una graduale proliferazione di aggregati di questo tipo, sia destrogiri che levogiri.

Man mano che la loro concentrazione nello spazio aumenta, cresce anche la probabilità che essi possano incontrarsi.
E’ chiaro che gli aggregati  A₁ equiversi, con la stessa velocità periferica  VS0 , incontrandosi, si aggregano in maniera
del tutto simile agli elementi S₀.
Esisterà quindi un numero  N₂ di aggregati  A₁ in corrispondenza del quale un nuovo aggregato  A₂ = N₂⋅A₁
sarà capace di dare origine ad un nuovo confine di raggio maggiore, con una velocità di scorrimento VS2 rispetto agli
elementi spaziali circostanti.
Continuando con questo meccanismo, sulla sfera universale, si assisterebbe alla formazione di due grandi spazi contro
rotanti che aumenterebbero le loro dimensioni fino ad occupare ciascuno un intero emisfero, restando separati,

idealmente, dalla linea che individua l’equatore.
Si noti che, non essendo possibile l’osservazione simultanea sul piano, dove i due emisferi apparirebbero contro rotanti,
osservati dall’esterno essi si presentano come componenti di una unica sfera rotante.
In questa fase l’universo si presenterebbe quindi come in figura 8.
figura 8
14
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Art.2-- percezione del tempo biologico, origine e funzione del tempo numerico -- antonio-dirita

Non appena si stabilisce il contatto di un nuovo essere con il mondo esterno, i suoi geni attivano un organo, la
memoria,
appositamente costruito durante lo sviluppo dell’embrione.
Quest’organo ha funzione di registro degli eventi e come tale, prevede che la loro registrazione avvenga mediante
trasformazioni irreversibili.

"Essa agisce come una cinepresa sempre accesa", che viene orientata automaticamente verso il
mondo esterno per poter registrare tutto ciò  
che accade, senza alcun comando volontario.
" Questo organo non rappresenta il tempo ", ma crea le condizioni da cui deriva la consapevolezza della sua
esistenza.

Essendo geneticamente previsti una costante ed ininterrotta attività della sua memoria, la quale ha un funzionamento
indipendente dalla sua volontà,risulta impossibile per un individuo ignorarne la presenza o renderla inattiva anche per
un solo momento.

E’proprio  da questa impossibilità che deriva ” l’inarrestabilità del nostro tempo ", con l’impressione
conseguente che esso, pur appartenendoci,
ci sfugga come se fosse da noi indipendente.

Da quanto abbiamo esposto, sembrerebbe proprio che l’esistenza del tempo debba avere una origine genetica.
Ebbene, nella realtà questo non è rigorosamente vero, in quanto i geni hanno semplicemente fornito all’individuo un
nuovo apparato materiale  che gli consente di trarre vantaggi, da ogni situazione presente, richiamando la
registrazione degli eventi già vissuti.

Il tempo, come noi lo intendiamo nel linguaggio comune, viene invece avvertito come una entità affatto
materiale, mentre i geni non sono in
grado di organizzare assolutamente nulla che non sia materia e per la
precisione le proteine che essi stessi hanno generato.
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"Il tempo è dunque una nostra creazione", che deriva unicamente dalla elaborazione, da parte
del cervello, dei dati registrati nella memoria.

Il tempo è, in definitiva, solo pensiero, una pura secrezione
del cervello .

Prendiamo, per esempio, in considerazione "il tempo futuro"e cerchiamo di capire se esso rappresenta una
realtà
oggettiva, valida cioè per tutti gli esseri viventi, oppure se ha origine come interpretazione dei fatti che si
verificano nell’ambiente in cui essi si muovono.
Dal punto di vista genetico, è noto che il genoma esiste, dal momento in cui un essere vivente viene concepito, "come
sequenza dei numerosi geni"
 che si dovranno attivare secondo un ordine ben preciso, senza però dover seguire un vero
programma temporale.
Gran parte dei geni governa infatti operazioni che si realizzeranno a distanza di decine e talvolta centinaia di anni dalla
loro formazione.

Questo fatto ci potrebbe portare, erroneamente, alla conclusione che il genoma sia stato costruito con la
previsione di operazioni future.
Ebbene, non è così.

La sequenzialità con la quale vengono realizzate tutte le operazioni è propria del sistema utilizzato.
Ciascun gene può essere, infatti, abilitato ad intervenire solo dalla presenza, nell’ambiente, di un prodotto fornito dal
gene che lo ha preceduto. Le operazioni che sono scritte nel genoma vengono così eseguite certamente tutte
e nella giusta sequenza, senza fare ricorso al tempo.

Tra una operazione e la successiva può passare un solo secondo oppure un anno ( del tempo misurato dal nostro
orologio)
a seconda delle condizioni ambientali che si verificano e questo ci fa escludere l’esistenza di un tempo futuro
definito geneticamente.Per i geni esiste solo la sequenza di operazioni che è stata predefinita con tale e tanta
precisione da non lasciare spazio al caso oppure agli 
imprevisti tipici del futuro, come normalmente viene
da noi avvertito.

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Per noi, esseri viventi, il futuro rappresenta quel periodo in cui si realizzeranno tutti gli eventi che ciascuno
” immagina “
di dover vivere, ma che potrebbero anche non realizzarsi.
Esso è dunque un tempo che noi ci costruiamo attraverso la elaborazione del ricordo degli eventi passati.
In altre parole, il futuro, per gli esseri viventi, altro non è che la proiezione del passato o parte di esso, spesso dopo
modifiche, in ambienti e circostanze immaginarie.

Il futuro non è dunque un tempo reale.
A differenza del passato, non esiste da nessuna parte una immagine registrata del futuro.
Tuttavia, esiste nel
presente esiste il piacere oppure la paura del futuro, a seconda 
che si stiano proiettando nel tempo eventi
piacevoli o meno del passato.

Sono proprio queste paure che ci fanno apparire il futuro come parte reale della nostra esistenza.
Il presente si identifica con il tempo in cui si svolgono gli eventi che si stanno vivendo. E' per questa ragione
che esso viene ritenuto l'unico tempo del quale
si avverte realmente l'esistenza. 
Vediamo in dettaglio come
nasce questa convinzione.

Qualsiasi fatto completo si presenta con una sua durata nel tempo (misurato dal nostro orologio) e quindi comprende
un inizio ed una fine.

Quando si percepisce l'inizio, la fine non esiste ancora perchè è nel futuro e, anche se un evento viene interrotto,
gli effetti del suo inizio restano comunque nell'ambiente e costituiscono, a loro volta, degli avvenimenti da registrare.
Queste elementari considerazioni ci portano alla conclusione che " non esiste nessun avvenimento interamente
nel presente ",
per quanto breve noi riusciamo ad immaginarlo.
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In altre parole, il tempo presente sembrerebbe ridotto ad un istante piccolissimo, "incapace di contenere
qualsiasi avvenimento completo 
e significativo per la nostra esistenza".
Facendo riferimento alla figura 2, vediamo, in maniera molto schematica, un meccanismo attraverso il quale si può
formare la consapevolezza dell'istante 
presente.
figura 2
Supponiamo che il mondo esterno abbia un suo orologio che misura il tempo   tm  e segnala l’istante   tm = 0
in cui si verifica l’evento (presente per il mondo esterno). 
Esso viene percepito dagli organi di senso dell’osservatore e
trasferito nella memoria che lo registra 
dopo averlo codificato.

Quando, dopo un tempo  Δt,  misurato con l’orologio del mondo esterno, tutte le operazioni di registrazione sono
state completate, l’osservatore acquista la consapevolezza dell’esistenza dello evento e lo percepisce nel suo presente
che indichiamo con  t0 = 0.
E’ chiaro che lo stesso evento è nel presente per l’osservatore quando per il mondo esterno è già nel passato in quanto
i due tempi differiscono per  Δt .
Normalmente tutti i processi biologici necessari per la registrazione vengono realizzati in un intervallo Δt  molto
piccolo,
dell’ordine di frazioni di secondo, e questo consente al mondo esterno ed all’osservatore di comunicare tra loro,
confondendo i due presenti, anche se ognuno vive il suo.Il presente che un essere vivente percepisce non
è dunque un tempo
reale, ma costruito su eventi passati del mondo esterno.
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Una delle conseguenze di questo fatto è che nessun essere vivente è capace di modificare il suo presente.
Un tentativo viene comunque fatto adattando il comportamento presente ad una simulazione del futuro, costruita
utilizzando situazioni analoghe registrate in memoria.
Si tratta in realtà di anticipare la risposta ad un segnale il cui arrivo è previsto, ma che potrebbe anche non verificarsi.

Il presente che noi  ”abbiamo l’impressione di vivere” è quindi un tempo notevolmente dilatato dalla nostra
necessità di compiere e valutare
azioni ed avvenimenti completi e ben precisi, che mettano sempre in
relazione stretta ed inscindibile causa ed effetto.

Per esempio, la caduta di un oggetto è avvertita da un essere vivente come un fatto unico, con la sua durata tutta al
presente, e non è concepibile che si verifichi, nell’unico tempo presente la sua divisione nelle tre componenti : distacco
dal supporto, fase di caduta e contatto con il suolo. Nella normale percezione degli eventi, causa ed effetto sono fasi
indivisibili di un unico processo e dunque non è previsto che un oggetto in caduta libera abbia la possibilità di fermarsi
senza toccare il suolo.

Non potendo collocare per un unico evento una metà nel presente e l’altra nel futuro, inconsapevolmente
" si costruisce un tempo dilatato " 
che comprende tutte le fasi necessarie per descrivere un fatto completo.
Quando, per esempio, io dico ” mangio “, intendo riferirmi ad una precisa azione, completa e tutta al presente.
La realtà è però diversa da come io la immagino. L’operazione del mangiare si compone di alcune decine di azioni
elementari consecutive, ciascuna delle quali, quando si verifica, manda nel passato quella che l’ ha preceduta.
Queste osservazioni portano, inevitabilmente, a concludere che:

neppure il tempo presente è una realtà oggettiva,anche se noi riusciamo a
crearlo con un artificio, 
confondendolo con il passato più prossimo.

I concetti che abbiamo esposto, in particolare i processi attraverso i quali si giunge alla coscienza del tempo biologico,
si possono rappresentare con lo schema molto semplificato di figura 3.
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figura 3
Se le osservazioni che abbiamo fatto finora sono corrette  si arriva alla drammatica e paradossale
conclusione
che:

l’unico tempo al quale si potrebbe dare una base reale di esistenza è il
passato",
proprio quello che sensibilità comune ritiene certamente perduto per sempre e non più recuperabile.
Il passato si rivela dunque l’unico tempo reale e veramente essenziale per la nostra esistenza e rappresenta
la fonte che viene utilizzata dagli
esseri viventi per costruire il presente ed il futuro.

Tra il passato e il futuro s’inserisce il presente, che viene originato e diventa apprezzabile solo grazie alla lentezza
che presentano le strutture biologiche nel trasferire alla memoria i segnali provenienti dal mondo esterno.

L’ultimo segnale  riesce a produrre la sensazione del presente proprio prolungando la sua
azione
fino al momento in cui giunge in memoria
quello successivo.
Tutte le osservazioni vengono fatte comunque sempre nel presente e quindi anche la sensazione del tempo che
scorre viene acquisita nel presente, 
osservando le tracce degli eventi passati che si allontanano man mano
che se ne aggiungono dei nuovi.
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La nostra aspettativa di vita e la nostra formazione ci impongono di guardare comunque sempre verso il futuro e
quindi di vedere il tempo scorrere nella sua direzione. In realtà il problema è posto in termini non corretti.

Il tempo non ha affatto una sua origine ed una direzione lungo
la quale
scorre” (?) realizzando la trasformazione del futuro in presente .
Questa è solo la nostra percezione.
Secondo il nostro schema, il tempo non ha un inizio, ma una  ”sorgente“ nel presente, che lo genera senza alcun
comando volontario, con continuità,  già come tempo passato “.
E’dunque questo l’unico tempo che viene realmente generato e che,per gli esseri viventi, può solo aumentare, essendo
inarrestabile il flusso dei segnali che giungono alla memoria.

Finora non abbiamo preso in considerazione il fatto che tutte le strutture biologiche sono in realtà degli aggregati di
molecole e come tali non hanno alcuna idea del ” prima “ e ” dopo “, mentre percepiscono perfettamente il ” qua “ e
” là “ in quanto le forze di legame, attraverso le quali interagiscono, e che stanno alla base di tutti i processi fisici,
agiscono sempre qua oppure là allo stesso modo ed in qualsiasi momento.
Diventa dunque importante capire se e in che modo queste strutture possano passare da una percezione spaziale
a quella temporale.

Si deve innanzitutto considerare che la varietà di eventi che possono verificarsi nell’universo è infinitamente grande,
mentre, certamente, la tipologia delle strutture biologiche che memorizzano tali eventi, negli esseri viventi, è unica
o comunque molto limitata.
Ne deriva che, quando il segnale esterno arriva all’osservatore, prima di essere memorizzato dovrà essere suddiviso
necessariamente in poche componenti fondamentali, comuni a tutti gli eventi possibili .
Questo vuol dire che le componenti sono realtà oggettive, mentre invece gli eventi, che nascono
da una loro elaborazione, sono soggettivi.
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Per semplificare il linguaggio, indichiamo come ” evento elementare “ ciascuna componente e chiamiamo punto di
memoria la singola struttura biologica che viene da esso modificata in modo irreversibile.
Riprendiamo ora il nostro universo, facendo riferimento alla figura 4.
figura 4
Supponiamo che il segnale che viene inviato dal mondo esterno sia costituito  da un singolo evento elementare S₁
che verrà registrato in un singolo punto di memoria M₁.

Se anche l’universo invia i segnali con continuità, l’osservatore potrà essere in condizioni di ricevere un nuovo segnale
e memorizzarlo nel punto  M solo quando avrà terminato il processo di memorizzazione in  M del primo segnale.
Fino a quel momento non avrà possibilità di farlo, perchè le vie metaboliche sono impegnate. Dato che la memoria ha
ragione di esistere solo se può essere utilizzata, per una esperienza qualsiasi dovrà essere possibile controllare
se si è
verificata prima o dopo un determinato comportamento.
Solo in questo caso sarà possibile modificarlo opportunamente nel presente, reagendo alla stessa situazione ( oppure
ad una analoga ) con una risposta sempre più conveniente.
Per questo motivo, la scelta del punto di memoria che si dovrà utilizzare per ogni singolo evento non può essere
lasciata all’osservatore, ma deve essere definita da un processo automatico già previsto geneticamente dal
progetto dell’organismo che dovrà utilizzare la memoria.
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Del resto, sappiamo che l’ indipendenza dalla volontà è stata prevista geneticamente per qualsiasi azione
necessaria per poter “assicurare” 
la continuità della vita.
Se un individuo avesse la possibilità di intervenire nella scelta dei punti di memoria da utilizzare per la registrazione dei
segnali, anche la scelta stessa sarebbe un evento da registrare e questo renderebbe praticamente difficile, se non
impossibile
, la ricostruzione di qualsiasi fenomeno attarverso l’uso della memoria.

Possiamo, per esempio, immaginare che sia proprio il punto di memoria  M che, quando viene ” occupato “, abilita
il punto  M a ricevere il segnale in arrivo. Terminata la seconda memorizzazione, M₂ abilita M₃ e così via.
In questo modo, il segnale in arrivo andrà certamente ad occupare sempre l’unico punto abilitato a riceverlo.

Si forma così una sequenza spaziale “ M₁, M₂, M₃,⋅⋅⋅⋅⋅⋅ ecc., che  non dipende da agenti esterni.
A questo punto la memoria risulta perfettamente utilizzabile senza la necessità di aggiungere altro.

Se si accetta questo meccanismo, diventa facile definire il “ prima ” e “ dopo ”,non in termini di tempo, che non è stato
ancora definito, ma solo come eventi osservati.
Possiamo infatti affermare che l’evento registrato nel punto  M₁ accade prima di quello registrato in  M₂ che accade
dopo.
Questo assume un significato oggettivo, indiscutibile, dal momento che tutti gli osservatori della comunità locale
registrano la stessa sequenza.

Se, a questo punto, vogliamo introdurre la definizione di tempo ( biologico ), possiamo dire che il punto di memoria
che si sta utilizzando per il segnale in arrivo rappresenta l’istante presente. Quello che lo precede nello spazio
di memoria definisce l’istante passato più prossimo.
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Tra due istanti consecutivi esiste una relazione spaziale precisa e costante, caratteristica propria dell’osservatore, indipendente dalla posizione che essi occupano nella memoria.
Per indicare questa relazione costante, diciamo che i due punti di memoria, e dunque i due segnali registrati, sono
separati in
memoria da un elemento di tempo  t0 = Δt   ( ricordiamo che non è un tempo numerico, ma
biologico ).
E’ chiaro che un fatto completo occuperà un tempo t = n⋅t0 dove n dipende dalla sua complessità e dal numero
di dettagli registrati. Possiamo, a questo punto, concludere il discorso dicendo che:

Il tempo è una successione di istanti  t0 associati ad altrettanti punti di memoria che ne costituiscono
il supporto materiale, formato da trasformazioni irreversibili indotte dagli eventi vissuti. Tale supporto
ne definisce anche l’esistenza.

Secondo questa definizione,il tempo è in ogni caso indissolubilmente legato al supporto materiale costituito dalla
nostra memoria e l’unico riferimento che abbiamo per poter collocare nel tempo gli eventi è il punto spaziale occupato.
Gli eventi stessi non esistono come tali, ma rappresentano il risultato di una interpretazione propria dell’osservatore
che viene ottenuta decodificando la sequenza dei punti di memoria
che sono stati occupati dall’evento durante
la registrazione .

Nel mondo esterno non esistono i fenomeni ben definiti, ma soltanto i "segnali elementari", per cui, esseri
viventi che utilizzano un diverso
sistema di memorizzazione e decodifica, visualizzeranno avvenimenti e
mondi completamente differenti tra loro.

Avendo chiarito il significato del tempo biologico, possiamo, a questo punto, dire che esiste tutto ciò che dura nel
tempo, ossia esiste tutto ciò che occupa almeno un punto di memoria. Qualsiasi essere vivente, confrontando tra loro
gli eventi che si verificano nel mondo esterno, si rende subito conto che essi hanno una diversa durata nel suo tempo
biologico, nel senso che occupano una quantità di spazio diverso nella sua memoria.
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Se un individuo vive la sua esistenza senza dover comunicare con gli altri, non ha alcuna necessità di misurare la durata
degli avvenimenti che registra in memoria, in quanto questa operazione non gli offrirebbe alcun vantaggio per la sua sopravvivenza e dunque non avrebbe nemmeno sviluppato l'organo della memoria.

Se però egli vive in una comunità, la comunicazione gli potrà offrire certamente  vantaggi importanti
nella definizione delle strategie di lotta
e, più in generale, nella scelta dei comportamenti più opportuni.

Gli enormi vantaggi che la vita sociale comporta hanno dato agli animali una grande spinta nel tentare di comunicare
per organizzarla.
Vita sociale vuol dire però ordine, disciplina, coordinazione, ecc., tutte cose che non si possono realizzare
senza il supporto di un comune o
confrontabile tempo biologico.

Purtroppo però, non esiste alcuna possibilità di comunicare agli altri membri della società la propria durata biologica
di un avvenimento e comunque, se anche ciò fosse possibile, le diverse durate non sarebbero confrontabili tra loro e
quindi risulterebbero di nessuna utilità pratica.
Tutti gli animali, per poter organizzare la vita sociale, hanno dovuto assumere come riferimento un evento
ciclico comune,
normalmente il periodo giorno/notte, noto a tutti i membri della comunità, ed hanno così adattato
tutti i loro ritmi a questa scelta.

Anche l’uomo ha, naturalmente, seguito questa via, attraversando un periodo iniziale in cui non esisteva un tempo
veramente misurabile, ma una notevole  confusione tra tempo biologico e cicli del mondo esterno.
L’organizzazione sociale sempre più complessa e le sue capacità analitiche sempre più sviluppate, hanno portato
l’uomo ad abbandonare il legame
con il tempo biologico. Egli ha così iniziato a confrontare direttamente fra
loro i
fenomeni esterni .
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La durata degli eventi acquistava così, gradualmente, un significato sempre meno soggettivo per tutti i membri
della società.
Un salto di qualità importante è stato fatto quando è stato assunto un  preciso evento di riferimento
al quale rapportare tutti gli altri.

Questo voleva dire considerare la durata di tutti i fenomeni che si verificavano nell’ambiente " come qualsiasi altra caratteristica misurabile  .
I riferimenti scelti inizialmente, come il susseguirsi del giorno e della notte,si sono presto rivelati inadeguati e sono stati
sostituiti da altri sempre più stabili e rispondenti ai requisiti richiesti ai campioni di riferimento.
Si è così giunti a un tempo che viene espresso dal numero di cicli del fenomeno che è stato assunto comecampione ed
indica la “durata oggettiva” di qualsiasi avvenimento.

” Il tempo numerico “ così introdotto non ha dunque "alcuna particolare caratteristica" e nessun privilegio
rispetto alle altre 
grandezze fisiche come, per esempio, la lunghezza o la massa.
In tutti e tre i casi, gli esseri viventi percepiscono le differenze che giungono loro dal mondo esterno,ma non riescono
a comunicarle ad altri se non dopo aver scelto per ciascuna di esse un riferimento  che consenta di esprimerle
con i numeri, i quali rendono oggetive le “misure ” rilevate attraverso gli organi di senso.

Se al pendolo che è stato assunto come riferimento per la misura della durata degli avvenimenti si associa
una grandezza che aumenta di una unità ad ogni ciclo, essa non esprime nulla di reale oltre alla indicazione
che il pendolo esiste. 
Tuttavia, avendo noi assunto tale riferimento per la misura di durata, quando essa non viene
riferita ad un avvenimento specifico, possiamo dire che:

dopo ogni oscillazione, ”che comunque avviene“, la durata di tutto ciò che
esiste si incrementa di una unità.

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Questa grandezza (non riferita ad un fatto specifico), che comunque si incrementa di
una unità ad ogni ciclo, viene
indicata genericamente come ” TEMPO “.

Il tempo che abbiamo definito si incrementa ( ed in questo senso scorreindipendentemente dagli eventi che si
verificano nell’ambiente.

In definitiva, possiamo riassumere la nostra indagine dicendo che il ” tempo biologico “ nasce e si
sviluppa come caratteristica 
degli esseri viventi, utile per la loro sopravvivenza.
Il ”tempo numerico“, esterno, è stato, invece, introdotto al solo scopo di rendere oggettiva, dunque utilizzabile, la durata degli eventi che vengono registrati nella memoria.

Il tempo che non è legato ad alcun fatto specifico, ma che viene comunque indicato dall’esistenza del pendolo che
continua ad oscillare, si può pensare che indichi l’aumento della durata della vita di tutto ciò che esiste. Sinteticamente,
diciamo quindi che :

Il tempo non è altro che la grandezza fisica che misura lo spazio della memoria occupato dagli avvenimenti
che si verificano nell’ambiente.


Essendo intimamente legato alla memoria, la quale è, per sua definizione, indelebile, il tempo non potrà mai diminuire,
in quanto lo spazio di memoria occupato non può che aumentare.
L’ipotesi di tornare indietro nel tempo non ha alcun significato reale e non è nemmeno possibile in quanto possiamo
soltanto aggiungere dei fatti nuovi a quelli già registrati. Se un essere vivente adulto si sviluppa ritornando bambino,
non si è invertita la direzione del tempo, ma si è semplicemente aggiunto un nuovo evento al tempo già trascorso.

Possiamo concludere questa breve indagine sul tempo, dicendo che esso ha origine con gli esseri viventi ed
essi soltanto riescono a dargli 
un significato.
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Va sottolineato che, nonostante l’uomo abbia acquisito oggi una razionalità e capacità analitiche sorprendenti, sarà
forse per la paura della morte, sempre presente, oppure per la consapevolezza che il ritaglio di tempo che ci è stato
assegnato possa giungere improvvisamente al termine, ma risulta comunque sempre difficile riuscire a imbrigliare il
tempo in un simbolo o in una semplice formula capaci di descrivere qualcosa che non abbia sempre quell’alone di
mistero con il quale siamo abituati a percepire il tempo.

Anche se lo inseriamo in una formula, come qualsiasi altra grandezza, rimane sempre qualcosa del tempo
che non riusciamo a comprendere 
a fondo.
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Art.1 -- Origine e significato del tempo per gli esseri viventi -- Antonio Dirita

per approfondimenti      www.fisicauniversale.com/wp

Da quando l’uomo è comparso sulla Terra, si è continuamente interrogato sul significato della vita, sui suoi scopi e su
tutto quello che si verifica nel mondo.  Dall’ alba dei tempi, esso ha sempre cercato di capire se nell' universo esiste un
ordine che possa essere descritto e trasmesso alle generazioni future.
Certamente, ciascuno di noi viene coinvolto emotivamente dalla storia della nostra origine e la domanda  Da dove
veniamo?
 può rappresentare, senza dubbio, la più profonda che possiamo concepire e la capacità di dare una risposta
sarà forse il risultato più alto che il pensiero umano può sperare, un giorno, di raggiungere.

Osservando la complessità e la perfezione di tutte le cose che lo circondano e soprattutto la unicità del destino che
accomuna tutti gli esseri viventi, senza eccezioni, l’uomo non ha potuto fare a meno di pensare che tutto ciò facesse
parte di un progetto, opera di “un abile architetto” che non ha lasciato nulla al caso.
Seguendo questa logica, tutto ciò che accade nel mondo non può non avere un senso, uno scopo preciso.
La vita di ciascuno di noi, in particolare, deve avere un significato. E’ questa una condizione alla quale nessun uomo
può rinunciare di credere per poter continuare a vivere. Diventa dunque inevitabile porsi le domande e cercare delle
risposte.

” Un individuo viene al mondo con uno scopo preciso da raggiungere? ”
” Quando, con la morte, esso si dissolve definitivamente, questo si verifica perchè ha raggiunto i suoi scopi? “
“Se esiste un grande scopo del “Progettista”,alla cui realizzazione ciascun essere vivente contribuisce, lasciando delle
tracce durante il suo passaggio attraverso il mondo, qual’è questo scopo? ”

Questi ed altri ancora sono tutti interrogativi ai quali non è possibile dare una risposta chiara ed esauriente, non solo
per le molte difficoltà oggettive che si incontrano nel risalire alle origini delle cose, ma anche e soprattutto per tutti i
limiti imposti dal linguaggio stesso che viene utilizzato
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L’unico strumento, infatti, di cui l’uomo dispone, per poter formulare domande e dare risposte, sono le sue parole,
ordinate secondo la sua logica, modellate su soggetti e fenomeni che appartengono al suo mondo quotidiano.
Quando si tenta di utilizzarle per descrivere situazioni diverse da quelle per le quali sono nate oppure per fenomeni
che potrebbero addirittura non essere nemmeno realtà oggettive, le parole si rivelano del tutto inadeguate.

Purtroppo, sono molte le entità della cui esistenza abbiamo piena coscienza attraverso i sensi,ma che non riusciamo
a descrivere in maniera esplicita ed inequivocabile . Una di queste, certamente la più importante, è la nostra stessa
esistenza, di cui siamo pienamente consapevoli ma, se proviamo a definirla, incontriamo serie difficoltà .
Del resto, non meno problematico risulta dare un significato preciso e chiaro anche al solo termine esistere.
Che cosa vuol dire ” Quell’oggetto o quella entità esiste?
Che cosa si può dire di tutte le cose che agiscono nell’universo e che noi non possiamo nè vedere nè sentire?
Se non ci fossero gli esseri viventi, il resto dell’universo esisterebbe comunque? Chi potrebbe dirlo? ”

Noi osserviamo l’universo dall’interno, come parti di esso, ed acquistiamo la consapevolezza della esistenza di tutte
le sue parti attraverso i sensi oppure con strumenti appositamente progettati, ma, in base a quali indizi possiamo
affermare che l’intero universo esiste? E con quale significato?
Si è tentati di definire l’esistenza delle cose facendo ricorso alla nozione di tempo così come viene avvertito attraverso
l’esperienza quotidiana, senza alcuna particolare indagine.

Purtroppo,per questa via, il problema risulta complicato ulteriormente e dare una risposta diventa sempre più difficile,
in quanto il tempo stesso, per poter essere utilizzato correttamente, con un significato preciso, necessita di una
definizione inequivocabile, che non consente interpretazioni alternative.
Esso invece, proprio perchè incompreso, ha da sempre affascinato l’uomo, creandogli solo ansia, paura e molta
confusione,senza lasciarsi penetrare minimamente.
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creandogli solo ansia, paura e molta confusione, senza lasciarsi penetrare minimamente. Ancora oggi il ”tempo”
viene avvertito come una misteriosa entità che
”esiste” indipendentemente da tutto il resto e si evolve per
suo  conto, 
senza alcun legame con gli eventi.
In un certo senso, il tempo viene percepito come una realtà oggettiva la cui esistenza non necessita di nessuna
particolare
condizione, dunque esso può esiste senza essere definito.
Tutto il resto, invece, compreso l’universo, per poter esistere, si deve inserire in questa realtà.

Da sempre l’uomo è affascinato dall’alone di mistero che circonda il tempo e ha indagato sulla sua natura con
molta ansia e confusione, generando conflitti dottrinali interminabili.
Il tempo è entrato, per la prima volta, a far parte della scienza, grazie all’opera di Galileo e Newton, ma solo come
grandezza misurabile
, senza particolare indagine sulla sua essenza.

Solo all’inizio del nostro secolo, con la teoria della relatività è stato modificato radicalmente il modo di avvertire e di
trattare il tempo senza, tuttavia, fornire alcuna definizione esplicita, utile per poter definire la sua esistenza.
In definitiva quindi tutte le teorie partono dalla condizione che il tempo esista comunque.
Tutto questo non è però affatto dimostrato ed il tempo potrebbe non esistere come una realtà oggettiva
( dunque con valore universale ) e, in questo caso, ciascuno di noi avrebbe di esso una personale percezione.
Su questi argomenti sono stati detti e scritti fiumi di parole dalle menti più illuminate che l’umanità abbia mai avuto e
non pensiamo certo noi, in queste poche righe, di dare risposte definitive.
La scienza occidentale dispone oggi di mezzi e risorse che le consentono di indagare fino ai remoti confini dell’universo
e questo farebbe pensare ad un impressionante sviluppo delle“conoscenze umane dei principi di fondo”.
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Purtroppo però questo non è vero. In realtà, le ricerche in questo senso oggi sono molto limitate anche e soprattutto
perchè i modelli di riferimento che vengono accettati da tutta la comunità scientifica, anche se vengono messi in
discussione
da un numero sempre maggiore di ricercatori, hanno definito un orientamento della ricerca scientifica
che lascia poco spazio a chi
volesse avventurarsi in ricerche alternative, in altre direzioni .

Vogliamo, tuttavia, tentare una diversa formulazione del problema, cercando di separare, per quanto sia possibile,
il nostro tempo ” biologico “ da quello ” numerico “, entrato a far parte della scienza come grandezza misurabile.
E’da osservare come non distinguerli ci costringa a utilizzare un solo termine per descrivere due realtà sostanzialmente
diverse con le gravi conseguenze che possiamo facilmente immaginare.
E’ infatti noto a tutti che il tempo percepito durante l’intervento del dentista è una realtà assolutamente diversa e non
confrontabile
con quella che viene percepita in compagnia di una qualsiasi meraviglia della natura.

Anche senza fare indagini approfondite,le differenze tra queste due entità sono tali e tante da fare pensare certamente
alla opportunità di indicarle con due termini completamente differenti. Purtroppo però ciò non accade.
Viene universalmente accettato che la consapevolezza del “prima” e “dopo” e dunque del ” trascorrere “ del tempo
sia innata in tutti gli esseri viventi e, certamente, nell’uomo. Questo equivale ad affermare, senza tuttavia averlo mai
verificato, che, come per qualsiasi altra caratteristica innata, dovrà esistere un gene che genera e interpreta il tempo.

Se accettiamo questa ipotesi, dato che tutti gli esseri viventi hanno imparato a gestirlo ciascuno secondo le proprie
abitudini di vita, dobbiamo aspettarci che la sua azione sugli organismi induca anche una risposta culturale oltre a
quella genetica.
E’ chiaro che quest’ultima componente sarà automatica, indipendente dalla volontà e legata solo al corredo genetico.
Essa dunque non è assolutamente controllabile.
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Inoltre, "se il gene del tempo esiste, certamente deve essere stato uno tra i primi che si sono evoluti"e quindi
la componente genetica della risposta al tempo dovrà essere identica in tutti gli individui che appartengono alla stessa
specie e certamente analoga per tutti gli esseri viventi.
La componente culturale dovrà invece manifestarsi con un’azione diversa da un individuo all’altro.E’ chiaro
che la scissione della risposta al tempo in due diverse componenti è puramente teorica.
Nella realtà, esse agiscono simultaneamente, ciascuna con il proprio peso, determinando, insieme, un’unica risposta
complessiva in termini di comportamenti. La valutazione delle singole componenti si presenta quindi molto più difficile
di quanto si potrebbe supporre.

Dato che la componente genetica è interamente contenuta nel patrimonio genetico dell’individuo, e viene
completamente definita nel momento 
in cui il genoma viene costruito e progettato per la prima volta.
Questo sappiamo che accade quando due progetti dello stesso tipo di macchina vivente, inizialmente indipendenti,
si uniscono per concepire un’unica cellula con il suo genoma completo, formato dai due progetti alternativi. Se esiste
un ” tempo genetico “, questo preciso momento rappresenta  
l’istante zerol’origine.

Partendo da una sola cellula fecondata, si mette in movimento l’orologio che determina il ritmo preciso secondo il
quale si dovrà portare a termine tutto il programma contenuto nel genoma, scritto sotto forma di sequenza di geni.
Dato che il risultato finale di tutte queste operazione è rappresentato dalla formazione di un nuovo essere vivente
perfettamente funzionante, l’intervento dei vari geni deve seguire un ” tempismo estremamente preciso “.
E’ questa, sostanzialmente, la ragione per la quale il ritmo di questo orologio interno non può essere modificato
da nessun agente esterno e dunque, ogni genoma impiega un tempo ( misurato da noi ) costante e ben definito, per
costruire la sua ”macchina da sopravvivenza“, in qualunque situazione ed in qualsiasi luogo del mondo si trovi
ad operare.
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La componente culturale della risposta al tempo risulta invece fortemente influenzata dal tempo numerico che viene
misurato dai nostri orologi, i quali prendono come riferimento quei fenomeni naturali che si ripresentano senza alcuna
apparente evoluzione come, per esempio, il continuo susseguirsi del giorno e della notte.

Dato che le nostre azioni sono sempre rivolte all’ambiente esterno, il tempo che noi riusciamo facilmente a
comprendere ed a gestire è quello che viene indicato dai fenomeni che in esso si verificano.

Quando parliamo di tempo, inconsapevolmente, ci riferiamo dunque a quello esterno espresso dai numeri ed
associamo ad essi anche tutti i processi biologici che si verificano all’interno del nostro organismo.
Non si tiene conto, in questa maniera, del fatto che i nostri geni non  hanno più nessun contatto fisico con
il mondo esterno e dunque non
conoscono e non possono utilizzare il nostro tempo numerico.
Essi hanno il loro ambiente nel quale operano, per la verità, seguendo non un programma temporale, bensì i segnali
che inviano le proteine, da essi stessi generate, man mano che vengono sintetizzate.

I geni non prendono iniziative e non sono in condizioni di poter cambiare il loro programma interno.
Essi reagiscono diversamente da quanto viene indicato loro dal programma scritto nel DNA solo se vengono ingannati
da falsi segnali. Come si verifica in generale per tutte le molecole, se dall’ambiente in cui essi si trovano arrivano segnali
che consentono le reazioni, i geni reagiscono.
In assenza di questi segnali essi restano fermi, in attesa ed assolutamente inconsapevoli di tutto quello che accade agli
organismi che li ospitano.

La risposta globale degli organismi viventi all’insieme dei processi che si verificano, sia al loro interno che nel mondo
esterno, è la sensazione che il tempo sia una entità “che si muove” per proprio conto, senza inizio nè fine, e viene
avvertita come presente, passato e futuro. Quello che, a questo punto, vogliamo capire è dove e come ha origine
questa convinzione così radicata .
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Per caprirlo,seguiamo tutto il processo di formazione di un nuovo organismo, partendo dal primo momento
in cui viene concepito.

Supponiamo di avere una cellula in fase di divisione meiotica ; essa si divide dando origine a due celluleciascuna
delle quali con DNA costituito da un solo progetto.
In queste condizioni, le due cellule sono assolutamente incapaci di generare un organismo e restano dunque
ferme, in attesa, senza fare nulla.
La loro attività verrà ripresa solo in presenza di alcuni segnali ambientali che vengono forniti dallo ingresso,
nella cellula, del DNA di un altro altro gamete,
 che abbia un progetto alternativo dello stesso tipo.

Durante l’attesa non succede assolutamente nulla e le cellule, ferme, non avvertono affatto il trascorrere
del tempo
(si tratta naturalmente di un discorso molto semplificato) .
Dopo la fecondazione, la cellula inizia la sua duplicazione del DNA e, quando essa è completa si divide, dando origine a
due nuove cellule che presentano lo stesso genoma. Ciascuna delle due cellule legge, a sua volta, i parametri presenti
nel proprio ambiente e, se questi lo consentono, si divide ancora.
Il processo si ripete così fino al completamento dello sviluppo dell’embrione senza lasciare alcuna traccia (o quasi)
di tutti i passaggi intermedi.

Vedendo nascere un nuovo individuo, noi diciamo che, dal momento del suo concepimento, sono trascorsi 300 giorni.
Ossia noi, osservatori, dall’esterno abbiamo visto sorgere il Sole 300 volte, il bilanciere del nostro orologio oscillare
30 milioni 
di volte e forse mille altri fenomeni affatto correlati tra loro ed ancora meno con l’organismo che si è appena
formato.

Il tempo che noi “ indichiamo con i numeri ” assume dunque un significato solo per noi, osservatori esterni,
mentre tutte le cose che osserviamo "non misurano assolutamente nulla", anzi, esse non hanno mai avuto
alcuna consapevolezza, nemmeno della loro stessa esistenza.

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Il nostro essere vivente si completa dunque senza alcuna nozione del tempo, senza registrare la sua storia.
Il tempo durante il quale esso si forma è il nostro ( osservatori esterni ) tempo e non il suo.
Quando nasce, un essere vivente non sa affatto che si è formato attraverso diversi passaggi. Sa semplicemente
che esiste nella sua condizione attuale.
Tutto questo ha una sua giustificazione :
in natura ha ragione di esistere solo ed esclusivamente ciò che risulta di qualche utilità a qualcuno o a
qualcosa e non conosciamo nulla che sia riuscito a sopravvivere attraverso i secoli, per milioni di anni, fino
a noi, senza avere alcuna utilità.

Tutte le cose che popolano il mondo esistono solo perchè  qualcuno o qualcosa che le usa ne favorisce
lo sviluppo e al conservazione.

Per capire dunque “quando nasce il tempo”, sarà necessario cercare quale può essere la
sua utilità e chi ne può aver 
favorito lo sviluppo.

Riprendiamo quindi il nostro embrione in fase di sviluppo.
Abbiamo visto che ciascuna divisione cellulare avviene "sempre"prendendo in considerazione i parametri
ambientali
presenti.
Informazioni su situazioni passate, in questa fase risultano del tutto inutili, per cui, inserire nel progetto (DNA)
il programma per costruire un centro per la registrazione della storia dello sviluppo dell’embrione comporterebbe per
il costruttore solo dei costi aggiuntivi senza alcun vantaggio per il nuovo essere che si sta formando.

Noi sappiamo che tutti i sistemi naturali evolvono sempre nella direzione che comporta il minimo consumo
di energia
e dunque possiamo senz'altro escludere l’esistenza nel DNA di geni aventi la capacità di generare o
interpretare il tempo nella fase embrionale.

D’altra parte, un essere vivente viene generato e si sviluppa in un ambiente che, con la
nascita, abbandonerà definitivamente e non vi farà mai più ritorno.

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Per questo motivo, ciascun processo, che si verifica nella fase di sviluppo è geneticamente unico ed irripetibile.
"Fissarlo nel tempo ", con l’impiego di preziose risorse, sarebbe certamente una operazione senza senso e potrebbe
servire unicamente per soddisfare una eventuale futura curiosità.
” La Natura ” però non è curiosa e nessun essere vivente ha mai cercato di ricordare un solo istante della sua vita
prenatale.
Il tempo, come noi lo avvertiamo, non è dunque scritto nel genoma e quindi la sua origine dovrà essere ricercata in
un'altra fase della vita, certamente dopo la nascita di un essere vivente.
Quando un nuovo essere vivente viene alla luce, entra in un ambiente nuovo, nel quale si attivano tutti i suoi
organi di senso ed inizia il suo rapporto con il mondo esterno, ” molto più ripetitivo di quello che ha appena
abbandonato “.

Vi sono fenomeni che si presentano spesso ed altri ancora che sono addirittura periodici.
Qualunque situazione si presenti agli organi di senso, si potrà sempre ripresentare, identicamente o
con piccole varianti.
Potrebbe quindi rivelarsi certamente di grande utilità, per la propria sopravvivenza, imparare a conoscerle
per poter 
convivere, sfruttarle oppure evitarle.

Da questa utilità ha preso il via lo sviluppo di un sistema capace di registrare gli eventi
che si verificano nell’ambiente esterno.

Naturalmente, noi non siamo in grado di descrivere il processo in tutti i suoi dettagli; dunque ci limitiamo ad indicare
schematicamente uno dei percorsi possibili, molto semplice.
Se consideriamo un qualsiasi spazio fisico, in esso saranno presenti molte specie molecolari ed aggregati materiali che
interagiscono tra loro, ciascuno con le proprie dimensioni e complessità.
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Il generico aggregato molecolare  A  si forma con una certa velocità  V e si disgrega con velocità
V₂ secondo lo schema :

                                                      a₁ + a₂ + ⋅⋅⋅ ←V₂--V₁→ A

Quando V₁ = V₂ l’aggregato avrà raggiunto una concentrazione stabile.
La velocità V₁ dipende sia dalla capacità di aggregazione dei componenti  a₁a₂, ecc. che dalla loro concentrazione
nell’ambiente.
La velocità  V dipende, invece, dalla stabilità propria di  A , legata alla sua complessità , e dalle azioni disgreganti che
provengono dall’ambiente.
Consideriamo ora una qualsiasi caratteristica  C , comune a tutti gli aggregati, ma con valore, eventualmente, diverso
per ciascuno di essi (densità, stato di moto, dimensioni, colore, ecc.) .
Se riportiamo in ascisse il valore della caratteristica presa in considerazione ed in ordinate la concentrazione numerica
degli aggregati che sono presenti nella popolazione con un determinato valore di quella caratteristica " e sono fissate
le condizioni dell’ambiente in cui gli aggregati si evolvono ", otteniamo, in ogni momento, la distribuzione delle
specie molecolari nella popolazione in funzione della caratteristica considerata.

figura 1
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Fino a quando il valore di C non interviene sulla stabilità degli aggregati, la loro evoluzione sarà indipendente da
questa caratteristica e la distribuzione verrà rappresentata dalla retta orizzontale.
Se, per un qualsiasi fatto puramente casuale, un particolare valore  Cv , della caratteristica prima ininfluente, diventa
particolarmente vantaggioso, tutti gli aggregati che presentano tale valore acquistano una maggiore capacità di
sopravvivere, in quell’ambiente "
 e quindi gradualmente il loro numero nella popolazione aumenta fino alla
condizione di equilibrio v₁ = v₂ ; la curva che si ottiene è rappresentata in figura 1.

Il ragionamento che è stato fatto per una caratteristica si può ripetere per tutte le altre e si arriva alla conclusione che
gli aggregati numericamente più presenti nella popolazione saranno quelli che hanno più caratteristiche aventi valori
prossimi a quelli che danno maggiori vantaggi, in quello ambiente.
In questo caso il vantaggio deve essere inteso come aumento della velocità  V₁ maggiore capacità riproduttiva )
e/o diminuzione di  Vequivalente ad un aumento della vita media ).
Se alla caratteristica che abbiamo preso in considerazione si associa un vantaggio veramente eccezionale,
essa rapidamente si diffonderà 
praticamente a tutti gli aggregati presenti nella popolazione e la curva si
presenterà con un picco molto alto e stretto.

Si tenga presente che la selezione che porta al picco che abbiamo indicato si potrà realizzare solo se la caratteristica
Cv , particolarmente vantaggiosa è già presente nella popolazione iniziale, anche se in misura molto ridotta.
Ad un osservatore esterno, questi aggregati appaiono continuamente in lotta tra loro per moltiplicarsi.
Nella realtà essi agiscono senza alcuna consapevolezza ( nell’esempio che abbiamo considerato si tratta di molecole ).
Quelli che hanno armi meno efficaci, ovvero caratteristiche meno adatte alla sopravvivenza in quell’ambiente,
gradualmente scompaiono dalla scena in quanto vengono disgregati o inglobati dagli altri.

L’idea di una lotta tra molecole, aggregati o qualsiasi altra cosa che non abbia coscienza, non deve affatto stupire in
quanto non si tratta di una lotta come viene intesa normalmente da noi, ma di interazioni tra piccoli aggregati
che non sanno nemmeno di esistere e di lottare.
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Del resto, il DNA, è considerato la molecola vitale per eccellenza e non ha certo alcuna consapevolezza e non presenta
nemmeno coscienza della sua stessa esistenza. Tuttavia, esso è continuamente in lotta per la sua sopravvivenza,
utilizzando macchine da combattimento incredibilmente complesse e perfette, come gli esseri viventi, programmate
per fare
tutto quello che esso ” ritiene “ utile per la sua conservazione, senza alcun cambiamento.

I geni che oggi troviamo ancora nel mondo sono certamente i sopravvissuti, quelli cioè che quella lotta l’hanno
combattuta e vinta per miliardi di anni, inconsapevolmente, facendo solo uso della semplice legge naturale che
abbiamo descritto sinteticamente, che possiamo riassumere nel modo
seguente.
In un certo ambiente, negli aggregati si accumulano e si conservano esclusivamente le caratteristiche più
vantaggiose per sopravvivere, in
quell’ambiente.

La loro è dunque una vita vissuta senza nessuna consapevolezza, con l’unico scopo di continuare ad esistere, saltando,
senza alcun cambiamento, da una generazione alla successiva.
Le macchine da essi progettate hanno dunque un unico scopo : consentire ai geni progettisti di continuare ad esistere.

Una delle più importanti caratteristiche, che ha consentito ai geni sopravvissuti di vincere la lotta contro
quelli estinti
è certamente la capacità di costruire macchine nuove, "in grado di generare il tempo"
(biologico).

Esso rappresenta quindi un sistema rivoluzionario attraverso il quale  gli esseri viventi riescono a migliorare
il loro comportamento, traendo 
vantaggi dagli eventi già vissuti.

Il tempo è dunque un prodotto dell’evoluzione genetica e come tale ha senso solo per gli esseri viventi e non ha valore
universale, ma locale.
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Esso è quindi un utile strumento di lotta in un ambiente molto ripetitivo,nel quale la registrazione
degli eventi che si verificano offre certamente 
grandi vantaggi, attraverso la possibilità di fare previsioni e
simulazioni 
delle situazioni che si dovranno affrontare.
Tutto questo implica però la capacità di mettere in relazione la configurazione dello spazio, che circonda l’osservatore,
con il tempo percepito, per stabilire una sequenza per gli eventi osservati.
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Art.0 -- introduzione alla fisica universale e alla teoria del tutto -- Antonio Dirita

per approfondimenti      www.fisicauniversale.com/wp

-- introduzione alla fisica universale
Questa ricerca trae spunto dalla convinzione che l'universo non debba essere intrinsecamente
complesso,
ma che 
possa diventarlo più o meno in rapporto alla complessità delle espressioni matematiche che vengono
utilizzate per 
descriverlo.
Risulta alquanto difficile immaginare una particella primordiale, di dimensioni infinitesime, che, aggregandosi per
realizzare l'universo che ci circonda, possa avere la capacità di " ideare " principi e meccanismi tanto complessi da dover
richiedere, per essere descritti, tutta la " sofisticata " analisi matematica di cui disponiamo.

Una particella molto semplice, avente dimensioni infinitesime, priva di una struttura interna, non potrà che
presentare 
proprietà semplici.
quindi altrettanto semplici dovranno essere le relazioni che vengono richieste per descrivere il suo 
comportamento.
Penso, piuttosto, che alla base dell'universo debba esistere un solo principio elementare che, quando viene
applicato 
ripetutamente, riesce a dare origine a tutta la apparente complessità che lo caratterizza.

Scopo di questo lavoro è la ricerca di poche e semplici espressioni capaci di descrivere tutta l'organizzazione
della 
materia presente nel cosmo, dalle particelle elementari agli ammassi galattici, senza alcuna ipotesi
restrittiva circa il
livello di aggregazione.

Come tutti coloro che si dedicano allo studio di questo problema, ho iniziato questa ricerca con l'intendo di cercare
un'espressione capace di descrivere l'unica forza ritenuta attiva nell'universo primordiale e non più presente in quello
attuale, nel quale tutte le forze agenti si manifestano come componenti di diversa natura.
Ho lavorato per molti anni, utilizzando tutti gli strumenti matematici che avevo a disposizione, senza alcun risultato degno
di nota.
Tutto deponeva a favore della divisione in diversi tipi delle forze della natura come realtà fisica e sembrava
assolutamente impossibile poterle descrivere 
utilizzando una sola espressione, anche se complessa.

Se ci accingiamo ad elaborare una " teoria del tutto ", siamo però costretti, inevitabilmente, a riflessioni
che hanno 
carattere più filosofico  che scientifico, le quali sono spesso addirittura banali ed apparentemente fuori dal contesto
degli argomenti che vengono trattati.
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Mi sono reso conto, ad un certo punto, che la soluzione del problema poteva arrivare proprio dalle risposte a queste
semplici domande e non aveva alcun senso continuare ad elaborare complesse relazioni tra grandezze fisiche di cui non
si conosce
a fondo il significato come, per esempio, materia, massa, forza, gravità, inerzia, carica elettrica, universo,
tempo, spazio, ecc..

Prima di abbandonare l'impresa, mi sono quindi posto molte domande sul significato e sulla natura del tempo e dello spazio,
cercando di dare un senso all'esistenza dell'universo.

Proprio attraverso questi tentativi sono arrivato alla conclusione che la forza unica, che reggeva l'universo primordiale, può non
essersi divisa e dunque essa può essere ancora attiva nell'universo attuale.

L'apparente divisione della forza primordiale nelle sue
diverse componenti può
dunque avere origine dalle nostre
stesse teorie.

In questi termini, il problema da risolvere risulta completamente differente.
Si tratta di scoprire quali sono le ipotesi teoriche che danno origine alla forza divisa nelle componenti che conosciamo
in un universo nel quale, per ipotesi, deve essere verificata una teoria del tutto, ossia :
una teoria nella quale  le leggi fisiche  debbono essere soddisfatte dalla
materia organizzata, in qualsiasi configurazione ed indipendentemente dal
suo livello di aggregazione.

La nuova teoria dovrà dunque essere impostata  eliminando  da quelle attualmente note "tutte
le ipotesi restrittive"
che limitano la loro 
validità a particolari circostanze.

Secondo Questa impostazione, dalle teorie note, si hanno dei grandi esclusi, primi fra tutti, la
carica elettrica e 
la meccanica quantistica,
che si applicano esclusivamente al microcosmo.
Le applicazioni di queste due importanti ipotesi 
sono tali e tante da rendere però assolutamente improponibile una loro
esclusione.

Per poter essere inserite in una teoria del tutto, esse, invece di essere escluse, si debbono poter applicare a
tutta la materia organizzata, dal
singolo punto dello spazio fisico all'intero universo.

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Per togliere qualche elemento di confusione, definiamo spazio geometrico quello illimitato, descritto
teoricamente
nella maniera più semplice, con le tre dimensioni.
Esso rappresenta un concetto astratto e, come tale, non
può essere sede di trasformazioni reali o fenomeni fisici.

Si definisce invece spazio fisico quello nel quale si realizzano tutti i processi naturali. Nella nostra teoria,
l’universo si 
sviluppa quindi tutto e solo nello spazio fisico e quindi si identifica con esso.
Solo nello spazio fisico potranno dunque assumere un significato  inequivocabile le grandezze che vengono
utilizzate per descrivere le  
trasformazioni che si verificano nell’universo.

Esiste quindi una notevole differenza tra spazio geometrico e spazio fisico e lo studio di una trasformazione fisica nello spazio
geometrico, assolutamente incapace di trasmettere qualsiasi azione, non corrisponde a nessuna realtà fisica,

nemmeno in prima approssimazione.
Lo studio di qualsiasi processo assume significato solo se
viene condotto in uno spazio reale,
 attivo, capace di 
trasmettere energia.
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